Atletica News slide — 08 agosto 2014

zurigoE’ stato l’unico atleta al mondo che negli ultimi tre anni ha riscritto un primato mondiale nel settore concorsi. L’ultima firma nella cronologia-record, prima della sua, era stata della rossa martellista Betty Heidler, furia roteante della Germania, nel 2011. Cercando il pelo nell’uovo dei soli salti, occorre tornare indietro di cinque anni per trovare un altro record del mondo: l’ultimo in ordine cronologico di Yelena Isinbayeva, collega di specialità del francese. L’impresa da 6,16, storica, Lavillenie l’ha realizzata a casa Bubka, Donetsk, sotto lo sguardo dello Zar ucraino, cui ha tolto un primato che profumava ormai della scadenza del secondo decennio. Brevilineo, velocissimo nel caricamento e in fase ascensionale, regala parecchi centimetri a tanta nouvelle vague dell’asta, dove non mancano gli interpreti prossimi ai 2 metri di altezza. Non perde una gara dallo scorso agosto, un anno in cui, con la scalata al primato del mondo, ha completato la realizzazione di tutti i suoi sogni, o quasi. Dal 2009 ha vinto un’Olimpiade, due Europei all’aperto e tre al coperto, e un mondiale indoor. Ai mondiali all’aperto gli manca l’oro, dopo due bronzi e un argento, ma per quello c’è tempo il prossimo anno a Pechino, prima di prendere la rincorsa al bis a cinque cerchi a Rio. Lui, come il buon vino e il cognac, invecchiando migliora. La sua prima società, che l’ha cresciuto fin da bambino sotto la guida del padre, si chiamava proprio così: Cognac Athlétique Club. E’ uno dei personaggi-simbolo dell’Europeo di Zurigo, uno dei quattro atleti che hanno vinto le ultime due edizioni consecutive dell’Europeo, a Barcellona 2010 e Helsinki 2012. Gli fanno compagnia i connazionali Lemaître (100 metri) e Mekhissi-Benhabbad (3000 siepi), e il britannico Farah (5000). Tre quarti di France-élite, e un quarto di Inghilterra con blu, molto blu, sangue africano.

Bohdan Bondarenko, musica in volo

L’ucraino che da adolescente praticò la danza e prese lezioni di violino, ha portato in pedana le qualità apprese da quegli studi: concentrazione, sicurezza, disciplina. I passi di danza verso l’asticella fanno volare il suo istinto, messo al servizio della meccanica dei gesti e della capacità di sospensione, in cui gli è pari solo l’uomo di gomma Barshim. Nell’ultimo anno, con l’asiatico e col russo Ukhov, ha formato il favoloso trio che, della banda dei duequarantisti, è riuscito a salire a 2,42. Quest’anno, otto gare, con una media mostruosa di 2,38, quattro gare sopra i 2,40, con l’apice a New York, dove ha pareggiato il record europeo all’aperto del fenicottero svedese Sjöberg. Il poker della pedana non lo intimorisce. A Losanna, ha scelto di “passare” i 2,42 rischiando di perdere dal connazionale Protsenko, prima di tentare il mondiale a 2,46. E’ l’unico atleta al mondo che ha affrontato la misura-record già diciannove volte. Non sono stati tutti tentativi velleitari. L’urlo è rimasto strozzato in gola almeno una mezza dozzina di volte, e chissà se il mosaico complesso del suo volo, disciplinato dalla tecnica ma istintivo per qualità, metterà assieme tutti i pezzi a Zurigo, o a Eberstadt, o dove le pedane lo porteranno. Per l’Europeo, la priorità è il successo da abbinare al titolo iridato di Mosca. Se il russo degli Urali Ukhov sarà capace di dare battaglia così in alto, lassù può succedere di tutto. Anche di liberare l’urlo.

Pascal Martinot-Lagarde, bienvenue au club 12

E’ l’ultimo arrivato nel paradisiaco club degli ostacolisti di vertice. Sotto i 13 secondi, si spalancano le porte dell’assoluto, cui finora hanno avuto accesso in diciassette nella storia della specialità. Lui è il secondo francese a leggere sul display un “12” anziché il “13” riservato a tutti quelli esclusi dal club dei 17. Prima di lui c’era stato un altro rossobiancoblu capace dell’impresa, Ladji Doucoure, un campione del mondo che perse un titolo olimpico per un intruppata di troppo su un ostacolo, lui pure con sangue africano, metà Mali e metà Senegal. Il quasi 23enne Pascal, guascone della specie simpatica, ha fatto meglio del collega nella siderale serata di Monaco, dove è stato tra i principi più scintillanti del Principato. In 12.95, record di Francia, ha annusato a soli 4 centesimi il limite europeo di Colin Jackson. Come Bondarenko, anche il francese ha vinto fin da giovane. Campione del mondo junior l’ucraino nel 2008, oro per il francese con origini materne ivoriane nel 2010. Va a Zurigo per l’oro, per se stesso, per la Francia, per migliorare i due argenti di Garfield Darien a Barcellona e Helsinki, e per riportare in patria il titolo continentale dei 110 ostacoli a tanti anni di distanza da Guy Drut e Stéphane Caristan. Sei primati personali solo in questa stagione, due sui 60hs, quattro all’aperto. Il secondo posto dei mondiali indoor a Sopot, che migliorava il bronzo di due anni prima, non ne ha placato la fame. Eugene, Oslo, Losanna, Monaco, ovunque ha lasciato il segno. Per il titolo se la vedrà con Sharman, il britannico con sangue nigeriano che suona il piano e ha due lauree in discipline economiche, e con Shubenkov, il russo che smorza la tensione con un sorriso prima di acquattarsi sui blocchi.

David Storl, jugend über alles

Al sassone di Rochlitz manca un centimetro per arrivare a due metri di statura, e tre centimetri per violare la linea dei 22 metri. Due titoli mondiali all’aperto e l’oro europeo a Helsinki, non bastano a descrivere la potenza di questo tedescone giovane e straordinario. Tanto per dire, è un tipo che nella finale olimpica di Londra, a 22 anni appena compiuti, ha aperto al primo lancio col primato personale di 21,84. La sfortuna ci mise lo zampino mettendogli davanti, nell’occasione, la seconda delle giornate di assoluta grazia della carriera del polacco Majewski, oro come a Pechino quattro anni prima, dopo un’estate di legnate preolimpiche, prese un po’ qua e un po’ la. Da oltre un anno, Storl ha avuto ragione di Majewski per 14 volte consecutive, così da addolcire il ricordo della beffa londinese. Quest’anno, 21 gare: la prima di carburazione, poi una doppia decina di over-21, con una media robotica e roboante di 21,70 nelle ultime sette apparizioni in pedana. Come Usain Bolt e Yelena Isinbayeva, è uno dei pochissimi atleti al mondo capace di vincere un titolo mondiale da allievo, da junior, e da senior. I nomi della compagnia sono siderali, il futuro oltre i 22 metri è a portata di spalla e polso. Fidanzato con una atleta olimpionica, la canoista Carolin Leonhardt, a Rio avrà 26 anni, ancora giovane per un lanciatore. Prima del Brasile, c’è un secondo titolo europeo da conquistare, e un terzo oro mondiale, a Pechino, dove ha già vinto un titolo iridato. Da junior, con il viso da adolescente che sfodera in pedana. Anche ora che va per i 22 (metri).

Mohamed Farah, un sogno mai visto

Il britannico nato a Mogadiscio è uno degli atleti più titolati in attività. Vanta medaglie d’oro, spesso accorpate in doppiette memorabili su 5000 e 10000 metri. A Barcellona 2010 (Europei), a Londra 2012 (Olimpiadi), a Mosca 2013 (Mondiali). A Zurigo tenterà un’impresa mai riuscita a nessuno: vincere su entrambe le distanze l’oro continentale per due volte. L’accoppiata, prima di lui e per una sola volta, la firmarono la locomotiva Zátopek nel 1950, il polacco Krzyszkowiak otto anni dopo, il finnico Väätäinen nel ’71 e l’azzurro Salvatore Antibo a Spalato ’90. Le sue condizioni alla vigilia dell’Europeo sono un’incognita. Tre gare nel 2014, una mezza maratona a New York, la prima vera maratona a Londra (2:08:21), un 5000 in Oregon, prima di caricare e poi rifinire per un’estate che non poteva essere più complicata di così, con i Giochi del Commonwealth a ridosso dell’Europeo. Quale fosse il suo reale obiettivo, la rinuncia ai Giochi di Glasgow è stata illuminante, aldilà delle condizioni fisiche. Atleta grandissimo e versatile, capace di accorciare la distanza e strabiliare anche sui 1500, dove detiene il record europeo in 3:28.81, settima prestazione di tutti i tempi. Negli ultimi tre anni, l’Europa si è affidata a lui, somalo di nascita, per respingere le veloci ombre africane dell’ultimo giro. A Daegu, Londra e Mosca, il più veloce è stato lui, l’espressione di felicità più contagiosa mai vista dopo chilometri e chilometri e ancora chilometri.

ufficio stampa fidal

 

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