Cronaca — 23 febbraio 2010

La giornata è splendida e mite, mi dicono, ma a me sembra fredda, la neve ghiacciata resiste ammucchiata in qualche punto più in ombra.
Arrivo al campo di gara e sono già partite le categorie giovanili, lo speaker elenca con partecipazione i nomi degli arrivati quasi a condividere con loro la volata finale fino al traguardo.
Il percorso è ottimo: sembra abbastanza veloce e non pesante, si alternano tratti fangosi a tratti più duri e ghiacciati, qualche ponticello di legno e tre fossati consecutivi mettono a dura prova la tenuta muscolare.
Il Violettaclub, la mia nuova squadra, c’è. Siamo in sei, tre per il cross corto (Filippo Lo Piccolo, Vito Sardella e Salvatore Arena) e tre per il cross lungo (Bii Hillary Kiprono, Francesco Duca e Marco Calderone, il sottoscritto), l’unico accompagnatore è mio figlio Antonino di 9 anni e dobbiamo aiutarci a vicenda nelle varie fasi di preparazione alla gara.
Sono le undici e devo aspettare fino alle due, l’attesa è piacevole. Vorrei mangiare qualcosa ma non avverto lo stimolo della fame.
Giro intorno al campo gara, incontro tante facce conosciute dell’atletica di oggi e di ieri. E’ davvero una bella manifestazione, mi mancavano queste sensazioni.
Intorno a mezzogiorno riesco a mandare giù mezzo panino e mi rilasso speranzoso che le energie in corpo siano sufficienti per tutta la gara.
Il tempo vola, cominciano a scaldarsi i ragazzi del cross corto. Filippo è preso dalla gara e sente l’evento, parla sempre al plurale: ‘Ragazzi andiamo, picciotti forza!‘ E’ un uomo squadra fenomenale. Si schierano e partono senza problemi. La loro è una corsa tutta d’un fiato: un passaggio e l’arrivo. Salvatore, il mio fratello gemello, è in gara con il C.U.S. Torino nel cross corto. E’ lui che ha ospitato me ed Antonino per la notte. Già questo valeva la pena della trasferta. Ci siamo dispiaciuti di non condividere la stessa gara ma il C.U.S. non si è qualificato per il cross lungo nel quale corro io.
Meno di un quarto d’ora e siamo di nuovo insieme. ‘Ragazzi attenti ai fossati, passate a sinistra che c’è meno fango. I chiodi da dodici vanno bene!’.
Tocca alle donne e poi a noi, ultima gara. I tempi sono stati rispettati senza ritardi. Inizio il riscaldamento con tranquillità e mi ritrovo solo a correre avanti ed indietro nella strada asfaltata, non ho più rivisto Hillary, il keniota della squadra, e nemmeno Francesco. Ritorno con la mente agli ultimi campionati corsi con l’Atletica Gonnesa a metà degli anni novanta, chissà come andrà oggi. Non ho idea della possibile posizione finale, il cross non è mai stata la mia gara preferita, mi difendevo meglio su strada.
Ritrovo Francesco e concludo il riscaldamento senza chiodate. Mancano venti minuti e mi preparo per la punzonatura. Antonino è sempre intorno che saltella avanti ed indietro libero di correre, con licenza di infangarsi con moderazione. Con Francesco cerchiamo Hillary e lo inviamo a seguirci al varco d’ingresso. Indosso le chiodate con i chiodi lunghi ed entro nella zona riservata alla partenza. Siamo i primi ed abbiamo tutto lo spazio a disposizione. Sono contendo del box assegnato alla squadra, poco più a destra una pozzanghera inevitabile per chi deve partire da quel lato. Mi sgranchisco le gambe con un minimo di stretching ed eseguo qualche allungo. Gli stessi gesti e gli stessi movimenti di tanti anni. Lo stesso rituale.
Adesso la zona partenza si è riempita, siamo in tanti, duecentocinquanta circa. Qualche minuto e siamo radunati ciascuno entro il box della squadra. Cala il silenzio. Attendo lo sparo. Si sente un brusio e la partenza non viene data. Lo speaker ci invita a muoverci per un allungo liberatorio per tornare subito dopo in posizione.
Ci siamo. Eccoci schierati. Sono di nuovo alla partenza di un campionato italiano assoluto. Quanti anni sono passati. Tanti ricordi riaffiorano alla mente.
Ma come sono arrivato a questo punto?
La decisione di cambiare società ad inizio anno è stata molto combattuta, non è solo una cambio di società, cambia pure la regione: alla fine è prevalsa la voglia di riassaporare l’agonismo e la competizione non soltanto individuale ma anche di squadra.
La convocazione per il campionato regionale di società in Calabria. Trasferta in treno. Campionato di società: vittoria individuale nel lungo e di squadra sia nel corto che nel lungo. Adesso siamo qualificati per andare a Volpiano. Prenota i biglietti con le tariffe agevolate venti giorni prima. Papà vengo posso venire anche io? No, Antonino, non ha senso per poche ore. Non ha senso dire non ha senso ad un bambino: sì, vieni anche tu. Speriamo che non si ammali, mancano tre settimane. Prova di cross a Formello, a nord di Roma: ottimo piazzamento e buona condizione. Due settimane. Antonino stai lontano da Laura che ha la febbre: non ti devi ammalare, dobbiamo andare a Volpiano. Pertubazione polare: freddo, anzi freddissimo. Una settimana. Scaricare con gli allenamenti. Tre giorni, due, uno. Meno male non ci siamo ammalati: partiamo per Volpiano. Relax.
Scende nuovamente il silenzio e questa volta arriva lo sparo. Riesco a partire abbastanza bene ma ero il terzo dello schieramento della squadra, considerando circa sessanta squadre e due atleti davanti a me per squadra, mi ritrovo almeno 120 ragazzi davanti. Forse è meglio così, riesco a controllare il ritmo ed evito una partenza esagerata. Il primo ed il secondo giro passano recuperando tante posizioni, qualcuno le conta e grida ‘Sessantotto!’. E’ proprio dura. I fossati si rivelano profondi e peggiori del previsto, i primi due li supero evitando il fango più molle ma il terzo non lascia speranza. Affondo il piede in un vuoto lasciato da un altro piede e va bene, limito l’effetto risucchio.
Il tracciato è ampio e permette di superare agevolmente gli atleti che raggiungo, qualche volta riesco a scegliere le traiettorie migliori per evitare il fango o i mucchietti di neve. Supero ancora atleti ma davanti sono sempre in tanti. ‘Cinquantuno!‘. Si completa il terzo giro ed inizio il quarto. Recupero ancora posizioni e mi conforto, questo giro e poi l’ultimo. Le gambe rispondono anche se mi sento meno reattivo alle sollecitazioni del percorso. Arrivo nuovamente ai fossati e li supero. ‘Trentanove!’. Suona la campana dell’ultimo giro. Adesso sono davvero stanco. Raggiungo un intero gruppo e passo davanti. Questa volta reagiscono quasi tutti e allungano il passo rispondendo agli incitamenti di amici ed allenatori, mi ritrovo alle loro spalle. Tra di loro c’è Francesco, il mio compagno di squadra, si preannuncia un ottima performance collettiva se Hillary ha mantenuto le aspettative. Ormai manca poco, meno di un chilometro. Ritrovo i fossati, sembrano più profondi dei giri precedenti, li supero nuovamente, un curvone e poi il rettilineo. In volata mi devo difendere da un solo atleta dietro di me, gli altri davanti li vedo irraggiungibili. Spingo fino alla fine e taglio il traguardo. Rimango a respirare qualche secondo piegato sulle ginocchia. Era tanto tempo che non mi impegnavo così. Mi ritrovo con Francesco e Filippo a commentare la prestazione, siamo contenti e ci spostiamo nel tendone a cambiarci, subito dopo entra baldanzoso Antonino con un sorriso a trentadue denti: ‘Hanno detto che il Violettaclub è terzo’, ‘Ti sarai sbagliato, forse Hillary è terzo, vai a chiedere a qualcuno’. No, Hillary è quarto, Francesco 33° ed io 37°. Arriva la conferma: siamo terzi per un solo punto, ma siamo terzi. Prime le Fiamme Gialle, secondo il gruppo sportivo dell’Esercito. Noi precediamo il gruppo dell’Aeronautica Militare: la squadra dell’atleta che ho preceduto in volata.
Ricorderò l’istante della conferma: un grido spontaneo ed un abbraccio collettivo.
Lo speaker chiama e ci presenta come sorpresa, sul podio ci premia il presidente della FIDAL Franco Arese con uno sguardo come a chiedersi da-dove-sono-sbucati-fuori-questi-qui.
Per noi è stata come una vittoria piena, una vittoria di squadra di cui mi sento orgoglioso di farne parte.
Ho visto piangere di dolore e di sconforto e gioire di contentezza, sensazioni forti e sincere.
Adesso ci aspettano nuovi appuntamenti, la stagione in pista ed il campionato su strada.
Ragazzi, mi mancavano queste emozioni.
Antonino ricorderà il suo primo viaggio in aereo, il Museo delle Antichità Egizie di Torino e che il suo papà è arrivato terzo con la squadra in un campionato italiano.

Autore: Marco Calderone

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