Cronaca — 30 ottobre 2012

I colori ed i sapori di un itinerario disegnato nella storia di due province

Le pale eoliche sovrastano il colle con l’acqua che vien da lontano, rumoreggiando sulle nostre teste, un movimento che sembra applaudire gli sportivi, che sfilano incolonnati. Siamo nel cuore del bosco carolino, sul versante che si staglia di fronte al santuario di S. Michele e che unisce, nel tratto finale, le due corse. Il sentiero tra i castagneti è sferzato dal vento che ti asciuga la fronte, mentre il cielo si oscura; quassù la fatica si sente, come la eco dello speaker, giù a valle, a narrare i primi arrivi.
La mezza maratona è prossima e da un momento all’altro vedi spuntare dalla curva, in leggera discesa, l’austera figura grigia del ponte vanvitelliano, con larghi strati di tufo giallo, imbandierato a festa e con lo schiamazzo degli altoparlanti. Gli inni della storia sono sacri, come il silenzio, che però quest’oggi manca, lungo i cinquecento metri del viadotto lastricato, ultima insidia per le già stanche caviglie. Uscendo dal rettilineo che vola tra i due monti, ritorni nella realtà, sotto lo sguardo incredulo (dormono o son desti…) dei vigili urbani al centro della carreggiata,
La Valles’allunga, mentre stanotte le ore hanno fatto un passo indietro. Eccola, dunque, la 25 km. che festeggia i due secoli e mezzo dei ponti ‘a valle, mentre appena venti anni fa, qui,  nasceva la sagra della mela annurca, il frutto che arrossisce, senza vergognarsi. Sapori e colori tinteggiano la mattinata sportiva del territorio maddalonese. In 1300 raccolgono la sfida degli organizzatori ed in tanti guardano alla scommessa, che conduce il tracciato verso Sant’Agata de’ Goti.
La leggera e costante salita t’avvicina a Benevento, entrando dalle falde del Taburno. Dell’antica Saticula ne parlò Tito Livio, anche se è scontato andare alle incursioni dei Goti su questo lembo di territorio costruito sui tufi dei valloni che guardano il fiume Isclero. Un lungo giro nella cittadina, sgombra di auto e persone, fa passare in rassegna l’intero tracciato medievale di via Roma, in lastroni di pietra bianca, come l’intero territorio. I colonnati della cattedrale, dedicata all’Assunta, sono datati antecedentemente agli anni mille, mentre procedendo nel vorticoso nucleo centrale s’aprono vicoli e cortili, appartenuti a principi e signorotti.
Questa gara diventa un museo d’arte antica, mentre svolti per lo stretto belvedere che scorre lungo via Riello. Si ritorna in piazza, verso metà percorso, affrontando la parte più ostica, che attende i podisti poco dopo la curva del cimitero. Qui si sale in direzione della frazione S. Croce, che conduce ai quattro chilometri e passa dei sentieri alberati. Il maltempo incalza e le nubi si addossano, ma l’acqua ritarda ed alla fine è la ciliegina sulla torta. La corsa scende a Valle, dopo l’attraversamento della stradina larga 2 metri e 60 centimetri a quasi 56 metri d’altezza, con il grammofono sulle note d’Italia. Per chi non ha fatto in tempo a contare le arcate, il numero totale è  90, mentre le suddivisioni per piani sono 19, 28 e 43. Per gli amanti dei giochi diciamo anche che i piloni di sostegno scendono a 40 metri di profondità e che l’arcata di massima altezza è di 17 metri.
Ultima annotazione: chi ha progettato il sovrappasso pedonale, che è servito ai podisti a superare la ferrovia, a fine gara?

Autore Giovanni Mauriello

 

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