Cronaca — 26 maggio 2009

‘IL SOGNO’


Si apre con questo epiteto il sito ufficiale dedicato alla 9 colli running. Mario Castagnoli, mente e corpo dell’ormai mitica cavalcata tra le colline romagnole ha impresso un marchio indelebile alla sua creatura podistica, tanto da farne una sorta di miraggio e un’utopia per tanti appassionati e non.  Io, questo sogno lo coltivavo da anni, alimentandolo con la quotidiana pratica dello sport che amo, ma nutrendolo ancor più con  la brama di rivalsa che il mio cuore custodiva dal 14 febbraio di quest’anno. Mentre scrivo questo piccolo passo, piango. Non è gioia, è dolore. La vita mi ha insegnato, fino ad ora, che il tempo perso non si recupera e le opportunità gettate al vento restano solo un ricordo grigio nascosto tra le righe dei rimpianti. Ne ho tanti, anch’io, come tutti voi. Ma uno, in particolare s’incastra più degli altri tra il mio quotidiano vivere. Uno a cui non posso più inevitabilmente porre rimedio. Il silenzio, a volte, diventa un rumore insopportabile. Il 14 febbraio di quest’anno ho perso mio padre, straziato da un male che l’ha ridotto ai confini dell’umana tolleranza. Una barbarie a cui sono costrette diverse persone, ma che solo nel momento in cui si riflette sulla tua pelle, spezza il tuo cuore, lacera la sua pelle, sei in grado di comprenderne la vera afflizione. Questo silenzio, questo sua voce che non mi ronza più attorno (perché a volte l’ho perfino detestata dal gran che mi echeggiava quando mi pareva superflua), questa impossibilità di un contatto di cui sento l’assenza al pari della presenza, un sentimento che si manifesta solo ai deboli come me, a quelli che hanno bisogno di perdere qualcosa per stringere tra le dita il vuoto lasciato dalla privazione, tutte queste parole che mi sono morte in bocca prima che potessero raggiungerlo, ora pesano. Adesso se stanno lì, sotto il palato in attesa di uno fiato che le consegni al vento, perché lui è lì; è il vento che mi circonda ma che non posso abbracciare, che non posso prendere a pugni per tutte le volte che avrei voluto farlo, quando i nostri tempi non erano in sintonia, pur danzando sulle stesse note.  Adesso avrei bisogno di fargli sapere qualcosa che sembra importante solo per me, ma che vorrei renderlo universale per chi, come me, non ha saputo farlo prima, quando c’era il tempo per farlo. Ed ecco allora che nasce un ‘sogno’, un piccolo viaggio in cui cercare un contatto impossibile. Forse una di quelle cazzate da fattucchiere di altri tempi o da stregoni dell’ignoto. Non so esattamente. Ma la voglia di partire è più forte del pregiudizio e sapere che per te sarebbe stato un paradosso, una pazzia senza senso, mi spinge ancor più verso quella direzione. Perché, vedi, in questi mesi ho capito che ci siamo separati nel silenzio delle incomprensioni ed è proprio l’ha, nel silenzio di queste divergenze (tu le chiamavi  ‘cose da matti’, io ultramaratone), che ho cercato di ritrovarti. Correre per 200 km con qualche migliaio di metri di dislivello poteva essere una buona strada, per giunta richiamava anche una sorta di fratellanza con quello che era l’unico sport a cui davi un seguito, un senso:  il ciclismo. Allora parto. La 9 COLLI RUNNING. Fa caldo, un caldo sopra la norma e che rende ancor più ovattato questo mio incedere verso la vetta del primo colle. Poi la discesa, violenta come i nostri dissensi, le nostre distanze che hanno permeato anni di ottusità reciproca. Poi ancora il caldo, la pelle che brucia come le ferite mai sanate, quelle in cui una parola in più, sia mia che tua, avrebbe incerottato i tagli nel cuore. Poi ancora salita, salita tanta e le gambe che fanno male. Male come quello che ti ha cinto per un ultimo saluto alla vita, di cui non ci siamo potuti fidare. Dicevano che l’avremmo vinto, ma si sbagliavano. Sarebbe stato meglio, forse, se ci fossimo arresi, se ci fossimo ritirati prima del traguardo. Avremmo risparmiato fiato e lacrime. Ma invece no, tu eri cocciuto, tremendamente ostinato nel combattere battaglie impossibili. Poi ancora un’altra discesa ardua, con l’asfalto sconnesso e miei piedi che urlano tra le vesciche. Tu no, invece. Tu non ti lamentavi mai, nemmeno quando il dolore era al limite, quando le vesciche a pelle viva sarebbero state uno zuccherino al confronto delle tue piaghe. Poi ancora strada, asfalto, sole negli occhi. Caldo, un caldo pazzesco. Sudavi. Ricordo che ti asciugavo il sudore sulla fronte con un fazzoletto bagnato e quel piccolo gesto è stato forse l’unico che mi abbia restituito la carità che tanto strazio mi aveva reciso. Mi asciugo il sudore sulla fronte e sento il tuo respiro affannato, quando la voce si faceva un fiato flebile sulle tue labbra screpolate. Le mie si spaccano sotto i raggi del sole e mi rimane il sapore del sale sul palato. Sputo. Mi sembra di aprire un cancello e liberare quelle parole incastrate sotto al palato e le vedo librarsi nell’aria. Nel vento. Vorrei che ti arrivassero, perché sono semplici, sono piccole e recondite da troppo tempo. Guardo avanti, anche se ho gli occhi annebbiati. C’è un cartello stradale che indica Cesenatico. Da bambino mi portavi sempre allo stesso bagno, quello con il campo di bocce più bello. Mi piaceva giocare a bocce sulla sabbia con te, perché nel campo io non potevo accedere. Era roba da grandi. Ma mi piaceva anche starmene là a guardarti giocare. Sono stupide fotografie di una vita lontana, che sfumano tra le lacrime. Il bagno era quello che ho rivisto ieri sera passeggiando sul lungomare con Monica, in attesa della consegna dei pettorali. Ora non vedo più nulla. Mi fa male la testa. Forse ho la febbre, forse è solo troppo caldo. Forse sono stanco. Mi siedo sulla prima panchina che trova sul marciapiede. Chiudo per un istante gli occhi e mi abbandono a me stesso. Mi entro dentro, come sono solito dire. E quando cerco di guardarmi da fuori, come sono solito fare, non mi vedo. Forse è tardi, forse non serve più a nulla. Più a nessuno, come questa tediosa cronaca che mi esce di getto. Forse è meglio fermarsi. Cessare la sofferenza, una spesa inutile che non mi restituirebbe più il saldo ad un conto ormai chiuso. Forse è meglio arrendersi e rimanere coerenti. Gli sforzi vanno fatti quando il tempo è quello giusto. Se sono tardivi rischiano solo la pateticità. Poi riapro gli occhi, mi alzo e provo di nuovo a camminare, ma le gambe sono un chiodo. Un blocco di cemento dolente. Riparto lentamente, ma non articolo bene il movimento. L’ultimo giorno, quando ci siamo salutati, perché nel mezzo di tanta distanza, abbiamo comunque trovato il modo ed il tempo per salutarci, ricordo solo poche parole:  ‘io vado, vai avanti tu’.


‘L’URLO’


Riparto. Fa male. Dio, se fa male. Ho fitte ovunque, la più grande al cuore. Allora mi verso un po’ d’acqua sulla testa, fredda per sentire ancora un brivido sulla pelle, per allontanare quello che viene da dentro. Perché avevi ragione tu. Non ci si arrende, non ci si ferma mai. Anche quando le lotte sono impossibili, le battaglie sembrano perse in partenza. L’esito quasi scontato, come è stato per te. Perché basta anche solo una volta, un’unica occasione, una sola gara, un traguardo irripetibile. E il sogno si avvera. Ti sento vicino. Guardo avanti e vedo il viale sul lungomare. Vedo i tuoi occhi che sorridono. I miei che piangono. Quelli di Monica che esplodono di gioia. Attraverso la linea bianca che segna la fine di questo ‘sogno’, mano nella mano con un compagno di viaggio dell’ultima ora, con il quale ho condiviso questa immensa felicità. Allora adesso posso liberarlo, finalmente. Quell’ URLO che rimaneva incastrato tra le parole nascoste sotto al palato. Adesso finalmente il mio sogno, il tuo viaggio, la mia assurda pazzia sono arrivate a destinazione. Adesso URLO: ‘ TI VOGLIO BENE PAPA”

Autore: Andrea Accorsi

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