Cronaca — 06 febbraio 2007

Ora che i clamori si vanno spegnendo e che le lamentele si vanno stancamente perfino ripetendo, circa l’ultima edizione della “Mare e Monti”, posso dire la mia. Anzi, poichè già l’avevo annunciata, preferisco che siano altri a pronunciarsi, non io. Immagino di non avere un grosso seguito, nè m’industrio di averlo, però se autorevoli esponenti della nostra cultura mi sostengono nell’impresa, forse riesco ad aprire in chi legge uno squarcio di interesse.  
E. A. Poe scrisse un bellissimo racconto, a metà circa del 19° secolo, in pieno periodo della rivoluzione industriale: “L’uomo della folla”. L’autore descrive una folla di passanti, indugiando sulle caratteristiche di ognuno. ” … Le persone che passavano, avevano quasi tutte un’aria di gente preoccupata e affaccendata, e sembravano soprattutto intente a farsi largo. Chi veniva urtato da qualcuno, non manifestava irritazione; si ricomponeva gli abiti e proseguiva frettolosamente. Altri individui, numerosissimi, avevano movimenti febbrili, facce congestionate, borbottavano e gesticolavano come se si sentissero tanto più isolati quanto più era compatta la folla intorno a loro …” Poi, l’attenzione dell’autore si sposta su di una persona in particolare: ” … ero intento così a passare in rassegna la folla, quando improvvisamente comparve nel mio campo visivo una fisonomia la quale assorbì immediatamente tutta la mia attenzione, per il carattere assolutamente particolare della sua espressione”. Egli segue quel tipo che tanto lo ha colpito per ore ed ore, per le strade cittadine, sempre fra la folla, fino a quando ” … affranto e sfinito, ritto davanti all’uomo, lo guardai in faccia fissamente. Egli non si curò di me, e riprese il suo selvaggio andare. Quell’uomo, conclusi finalmente, non vuole essere solo: è l’uomo della folla.”     Una sessantina di anni dopo S. Freud spiegò la stessa cosa non letterariamente, ma scientificamente, in “Psicologia delle masse e analisi dell’io”. Al centro della sua dotta dissertazione, afferma: “Siamo partiti dal dato di fatto fondamentale che, all’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce considerevolmente, ed entrambi i processi tendono manifestamente a uguagliarlo agli altri individui della massa”. Egli chiama questa cosa pulsione gregaria. Biologicamente, tale gregarietà è un’analogia e al tempo stesso una continuazione della pluricellularità; nel senso della teoria della libido, ulteriore espressione della tendenza di tutti gli esseri viventi della stessa specie a riunirsi in unità via via più ampie. Quando è solo, il singolo si sente incompiuto. Già la paura del bambino piccolo è un’espressione di tale istinto gregario. 
Ancora una volta mi dichiaro contrario alle gare affollate. In esse ravvedo ridotte capacità espressive e riflessive dei singoli, che si prestano alla realizzazione di pratiche che poi, in definitiva, hanno poco di sportivo. Le gare affollate sono segnali perversi di volontà dell’apparire e non dell’essere, di intenzioni che possiamo definire commerciali. I singoli delle masse così pilotate s’avvedono poi (ecco le lamentele) delle beffe e tramutano le loro delusioni in feroce disordine (la violenza di Catania), oppure in impeti e “assalti alle diligenze domenicali”.   
Mi raccomando, non pensate che in altre città, specialmente all’estero, queste grandi manifestazioni si realizzano tranquillamente. E’ vero. Ma lì c’è un’altra cultura. La maratona di New York è preparata in un anno, e vi partecipano a vario titolo tutti i cittadini, non tutti i podisti. E, pur essenso gara affollata, il singolo non si sente solo, perchè non è solo, e non è lasciato solo.
Io ho corso la “Mare e Monti”, da solo.

Autore: Peppe Volpe

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