Cronaca — 03 dicembre 2005



Molti di noi avranno di certo provato quello strano senso di solitudine commisto ad inquietudine quando, ancora notte fonda, ci si avvia verso un allenamento mattutino. La mente è ancora quiescente ed è la sola forza di volontà che rende plausibile al nostro cervello lo sforzo che si sta per compiere. Era questa l’atmosfera che regnava tra di noi quando alle 5.30 dell’alba ci avviavamo verso quella che non era un semplice allenamento bensì una vera gara: la maratona di Cuba – la Marabana. La partenza era prevista per le ore 7 per evitare la calura del sole tropicale e l’elevatissima umidità vano tentativo dal momento che le condizioni climatiche si mostrarono già proibitive sin dal riscaldamento. Noi del Club Podisti Cava Picentini: Diego Polizio, Nunzio Senatore, Andrea Massa e Eduardo Milito eravamo pronti a tutto ciò ma realizzarlo di persona è molto diverso. Infatti, non appena ci imbattemmo nell’atmosfera soave ed accogliente della partenza, ci rendemmo subito conto che eravamo stati catapultati in una realtà onirica, in una dimensione irreale nella quale qualcosa però sembrava stonare: noi!
Nessuno potrà mai capire fino in fondo cosa si possa provare a sentirsi ridicoli o quantomeno ‘stupidamente convinti’ se non si comprende la profonda diversità concettuale che regola e forma l’attività sportiva tra i popoli cosiddetti ‘non occidentalizzati’. Si badi bene a non confonderla con la diversità socio-culturale che meriterebbe una ben più ampia disamina in tematiche ben diverse da argomentazioni sportive e che darebbe luogo ad interpretazioni e critiche di stampo ideologico.
Ciò che ci rendeva ridicoli era, infatti, l’atteggiamento nostro e di altri, pochi per la verità, ‘bianchi’ che ci avvicinavamo alla griglia di partenza forti delle nostre ‘saccenze tecnologiche’ legate agli ultimi ritrovati della ricerca sportiva. Le nostre ipercostose e iperammortizzate Saucony avrebbero dovuto garantirci da sole un successo senza dubbi di sorta se paragonate ai nudi piedi della maggioranza dei concorrenti. Le nostre ‘dry fit’ avrebbero dovuto preservarci dall’85% di umidità a confronto delle maglie inzuppate d’acqua dei nostri antagonisti cubani Credeteci se, come mai prima nella vita, un forte senso di disagio e di quasi vergogna, ha percorso le nostre menti. L’apoteosi del nostro ‘ridimensionamento’ l’avemmo sin dalle prime battute quando due ragazzini, rigorosamente scalzi e a torso nudo, si affiancarono con il solo ed unico obiettivo di conquistare a fine gara il nostro ‘bagaglio tecnologico’, mutandine escluse. Avremmo voluto in quei momenti poter vedere la faccia allibita dei nostri ‘guru’ di riferimento (Arcelli – Del Monte – Pizzolato per citarne alcuni) e capire se la sola componente genetica poteva giustificare tutto ciò o se anche la forza della disperazione poteva contribuire a dotare quei ventenni di quell’arma in più che noi occidentali non potremo, fortunatamente, mai avere.
I giovani cubani correvano la maratona giocando, girandosi ogni due passi per tenerci sotto controllo e si divertivano pregustando l’agognata vittoria di un paio di scarpe non importa di che taglia fossero! Ognuno di  loro sembrava essere il nostro angelo custode non distaccandosi mai di più di tre metri da colui che era stato individuato quale fonte di felicità. Provvedevano ad anticiparci sui rifornimenti per porgerci in tranquillità la tanto desiderata acqua alla quale loro facevano volentieri a meno pur di accontentarci; ci avvisavano delle asperità del percorso e delle tantissime buche da evitare. Ma ciò che più ci fece commuovere ed intristire fu il non aver potuto tagliare il traguardo insieme ai nostri angeli custodi: una brusca frenata a soli 50 metri dall’arrivo fu il loro pegno per non poter indossare un pettorale da 50 Euro ma che li condusse però ad indossare una banale tomaia firmata a soli 50 metri dopo il traguardo.

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Peluso

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