Medicina — 29 settembre 2011

Ci preme fare una serie di considerazioni sull’argomento allo scopo di allentare la ricorrente preoccupazione dell’evento fatale con il rischio di un assurdo terrorismo sportivo che può avere l’effetto opposto.

La morte durante lo sport è una fatto che colpisce molto l’opinione pubblica, ma è una chiara dimostrazione di come sia povero l’intuito statistico nella popolazione. Se si considera per esempio il numero di partecipanti alle maratone italiane e il tempo di percorrenza, non è difficile mostrare che il numero di morti durante le maratone è inferiore rispetto a quello di un’analoga popolazione casuale monitorata per un tempo equivalente: in altri termini, ritenere immediatamente la corsa la causa della morte è forzato, come forzato sarebbe il giudicare “cause” le attività che il soggetto stava compiendo (lavoro, guardare la televisione, sistemare il giardino, fare l’amore ecc.).Entrambe non possono definirsi tali.
Questo articolo è rivolto a medici sportivi, atleti in attività, sedentari. Lo scopo è diverso per ogni categoria.
Ai medici sportivi vuole evidenziare come la morte da sport sia un fatto tutto sommato molto improbabile. Troppi medici sportivi adottano nella loro attività un atteggiamento iperconservativo che alla fine penalizza l’atleta. Tipicamente vengono disincentivati alla pratica sportiva atleti perfettamente sani sulla base di sospetti, accertamenti da eseguire ecc. La risposta classica (e non scientifica) è: “non hai niente, ma è meglio se non fai sport”. Questa scarsa professionalità porta l’atleta, soprattutto se amatore e avanti con l’età, a passare dalla parte opposta della barricata, diventando un sedentario convinto, e probabilmente a morire prematuramente d’infarto dieci soli anni più tardi, dopo essere ingrassato di quindici chili. Il medico sportivo deve cioè assumersi la responsabilità di dichiarare non idoneo un atleta solo se è malato:

non esistono soggetti sani e non idonei!


All’atleta in attività questo articolo vuole da un lato insegnare come difendersi da tutti coloro che attaccano lo sport come fonte di potenziali danni fisici e dall’altro a integrare la pratica sportiva con altre scelte di vita: non ha senso fare sport se non si segue un’alimentazione corretta o non si cerca di limitare lo stress del proprio lavoro.
Al sedentario che ha paura di fare sport perché basta una corsettina di cento metri a fargli sentire il cuore in gola, l’articolo insegnerà che chi muore di sport è già un individuo malato. I sedentari che si ritengono sani possono tranquillamente fare sport.
Infatti la morte improvvisa è in genere dovuta a un blocco della funzionalità cardiaca dovuto a una causa meccanica o più frequentemente elettrica. Perché avvenga, occorrono due fattori (ripeto DUE): un evento scatenante e un cuore malato.
L’evento scatenante può essere legato alla corsa (mancanza di ossigeno, acidosi lattica, aumento della temperatura corporea ecc.) mentre il problema cardiaco può essere noto o meno. Molte patologie cardiache sono rilevabili con semplici esami come elettrocardiogramma o ecografia cardiaca. Quest’ultima è spesso consigliata dopo una visita sportiva, allarmando l’atleta più del dovuto: si tratta comunque di un esame di routine che viene richiesto a una percentuale molto alta di soggetti che si sottopongono alla visita sportiva. Le patologie come la cardiomiopatia ipertrofica, la malattia aritmogena del ventricolo sinistro*, la sindrome di Marfan, la miocardite, le anomalie congenite delle arterie coronarie, la stenosi aortica in valvola bicuspide, il QT lungo idiopatico*, il Wolf-Parkinson-White sono per fortuna patologie poco comuni e sicuramente non la causa principale di morti da sport. La causa principale di gran lunga più probabile della morte da sport è l’arteriosclerosi coronarica, cioè in parole povere l’infarto.
Ciò spiega come l’atleta allenato sia in genere protetto più del sedentario che affronta una prova sportiva: in realtà molte morti da sport colpiscono atleti occasionali (la classica partitella a calcio fra amici o la partita di tennis alle due del pomeriggio), gli sportivi della domenica, tanto per intenderci. Sono soggetti predisposti perché il loro cuore è già intaccato dall’aterosclerosi coronarica. Anche atleti di un certo livello possono presentare il problema: un atleta, la cui autopsia rivelò la completa occlusione di un vaso coronarico, tre settimane prima aveva corso la maratona in 3h06′ (fonte Macchi e Franklin). La stessa fonte cita che il 77% degli atleti deceduti presentava aterosclerosi coronarica e il 32% ipertensione arteriosa.
Da tutto ciò è molto facile dedurre che:
a) aiutando a diminuire l’indice di rischio legato al colesterolo e i trigliceridi nonché la pressione arteriosa, la corsa diminuisce la probabilità di rischio in caso di sforzo fisico (un’attività sportiva, lavorativa o una situazione occasionale, come rincorrere l’autobus);
b) chi corre deve però tenere presente che la protezione non è assoluta e che trigliceridi, colesterolo e pressione arteriosa vanno sempre tenuti sotto controllo.
Un cuore sano non si ferma..basta assicurarsi che sia sano.

Autore: Dr. Giuseppe Miranda

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