Cronaca HOME PAGE — 01 giugno 2012

Ad una mia amica che qualche settimana fa mi chiese come fosse la 100km del Passatore, io risposi: “Non posso dirti com’è, posso dirti invece cos’è! E’ una dura e fantastica emozione attraverso gli Appennini, un viaggio dentro te stesso”. Rimase così basita da questa mia affermazione che non proferì parola. Quando, a qualche chilometro dall’arrivo a Faenza, domenica notte ha iniziato a piangere, in quel preciso istante ha capito cosa le volessi dire o, meglio, cosa le volessi trasmettere. Parlare di questa manifestazione, della leggenda e del fascino che l’avvolge è come voler dare un colore ai sogni, una voce ad un ruscello che scorre attraverso i fitti boschi; è un qualcosa di bello che trovar parole per descriver facil non è.

Il Passatore è la storia della 100km, il Passatore è la 100km. Da qui sono passati i grandi, tutti hanno dato e tutti hanno ricevuto da questo cammino attraverso l’Appennino tosco-emiliano che vide le scorribande di tal Stefano Pelloni, meglio conosciuto come Passator Cortese, di cui anche Giovanni Pascoli scrisse. Si sono vissute tante storie, tutte diverse ma con un comune denominatore: la gioia nel tagliare il traguardo a Faenza.

Abbiamo abbracciato l’epopea del grande Calcaterra, visto la leggerezza della Carlin, il volare di Fattore, la potenza della Casiraghi, la saga dei russi e poi ancora Sonia Ceretto, Paola Sanna, il grande Ardemagni, Maria Luisa Costetti, Sartori ed il mito brasiliano Valmir Nunez. Quest’ultimo, ritornato l’anno scorso per festeggiare il ventennale della sua prima vittoria, è arrivato in Romagna in lacrime. Se un uomo, un atleta, un grandissimo atleta come il santista, che ha vinto tra le altre gare la Spartathlon e la Badwater ultramarathon, arriva in piazza del Popolo piangendo, un motivo ci deve pur essere e questo si chiama:100 km del Passatore.

Ho citato dei campionissimi, ma questa è anche la corsa di tutti, degli atleti normali, di chi è alla ricerca di un’emozione, di chi spera di trovare la pace dentro di sé, oppure di chi comunque vuole dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso.

Quest’anno più di duemila persone si sono radunate a Firenze per la quarantesima edizione di questa 100 km ed a questo punto mi chiedo se è il Passator Cortese che col suo richiamo cerca di sopravvivere dentro ognuno dei partecipanti, oppure se sono gli atleti che giungono e vogliono immedesimarsi nel Pelloni.

Firenze, già piena di turisti, vede già dal mattino presto tutti questi atleti colorati e i loro accompagnatori, li accoglie in grembo e gli mostra le sue grazie. I dialetti si vanno a mescolare alle lingue dei tanti visitatori che guardano divertiti e tutt’intorno un’armonia di suoni echeggia facendo dimenticare il tempo che passa lentamente con qualche goccia di pioggia.

Si vede mezz’ora prima della partenza un campione come Giorgio Calcaterra iniziare il suo riscaldamento, ma subito fermato dal mondo intero che cerca un autografo e magari una foto per immortalare il momento. Lui, con la squisitezza e l’educazione che lo contraddistinguono, non si nega a nessuno ed ha sempre un sorriso per tutti: fantastico!

Io sono giunto a Firenze in mattinata, ho raggiunto gli amici dell’associazione “La Via della Felicità” di cui sono testimonial e, mentre loro distribuivano, gratis, i libricini con i ventuno precetti per un buon vivere (alla fine tra Firenze e Faenza ne saranno stati distribuiti circa cinquemilacinquecento), illustravo agli amici che mi raggiungevano quale fosse il segnale che cercavamo di dare.

Sono andato dopo un po’ a ritirare il pettorale e, a dir la verità, qualcosa di meglio si poteva organizzare visto l’elevato numero di partecipanti. Verso le 13.30 ho iniziato a girovagare per le stradine antistanti via dei Calzaiuoli cercando la tranquillità, ma questa rimaneva una chimera perché, anche con immenso piacere, si materializzavano tantissimi amici che leggono i miei articoli e mi seguono sui social network. E’ stata tutta una festa,uno scattare di foto interminabile, un divertimento assoluto.

Alle 14.50 ormai siamo tutti li, sotto lo striscione della partenza, ci si rende conto che l’avventura sta per iniziare, qualcuno prega, altri ascoltano musica. Le autorità cittadine ci danno il loro saluto e tre, due, uno… si parte.

Ognuno col suo ritmo, ognuno col proprio modo di correre. Io, come sempre in questo tipo di gare, che svolgo come allenamento per altre più lunghe, corro ad un ritmo tranquillo e chiacchiero con tutti. Il mio sguardo presto si posa sullo spettacolo che da Fiesole si gode guardando verso la città.

Mi fermo a tutti i ristori e riparto molto tranquillamente. Dato il mio incedere non velocissimo, tanti amici mi sopravanzano, ma i chilometri passano anche per me. Il tempo scorre ed arriviamo a Borgo San Lorenzo, il passaggio al traguardo volante mi vede felice e sorridente con la mia amica interista Rossella mostrare insieme una bandiera nerazzurra tra l’ilarità degli astanti e la gioia dei fotografi.

Ancora un po’ e poi s’inizia a salire verso il passo della Colla, cima Coppi della gara. La corsa si alterna a brevi tratti di passo e così fino al quarantottesimo chilometro. Lì una festa ci aspetta, tantissimi spettatori applaudono, tanti clacson suonano. Mi fermo un po’ per il ristoro ed il cambio indumenti.

Dopo una decina di minuti riprendo il mio passo verso Marradi, ci sono da correre una quindicina di chilometri e vengono superati con molta facilità. Prossima tappa San Cassiano e poi Brisighella.

Il buio ha sopraffatto la luce, la notte ha inghiottito il giorno e la stanchezza inizia a prendere il sopravvento sulla freschezza. Le luci dei paesi lontani, le lucciole e qualche animale non meglio identificato sono i compagni di strada di tutti noi, ormai assorti nei nostri pensieri. Le luci prima lontane e poi vicine dei borghi, insieme al calore dei volontari ai ristori, sono come manna scesa dal cielo per noi. Ci danno coraggio, ci incitano e ci fanno capire che siamo anche noi i protagonisti.

Accuso un po’ di stanchezza, non fisica, ma mentale. Un grave lutto, due giorni prima, aveva messo in discussione la mia gara. Questo pensiero, il buio e la solitudine mi stavano facendo camminare un po’. All’improvviso però, giunge dalle retrovie, Luisa, una toscana con un carattere molto tosto dietro quella sua faccia d’angelo. Mi chiede di correre un po’ con lei… Inizio a farlo e poi, come m’accade sempre, comincio a stare bene, dopo qualche chilometro non regge il passo e mi sprona ad andare.

Ormai mancano diciotto chilometri e vedo solo Faenza. Come lo squalo col sangue, così io col traguardo… Arrivo ad un chilometro dalla piazza, cinquecento metri e si materializza la figura del grande Emiliano che insieme alla Simonetta hanno seguito gli amici lungo il percorso, si complimenta e vado a tagliare il traguardo guardando il cielo, dedicando questa mia gara alla mia cara nonna che ha deciso di correre verso lidi più tranquilli proprio all’antivigilia della partenza.

Ristoro tranquillo e complimenti agli amici che sono arrivati prima di me. Una delle cose più belle è stata quando mi ha raggiunto la moglie di Max che, felicissima e con una lacrima che le solcava il viso, mi ringraziava perché il marito aveva fatto una splendida gara, avendo dato ascolto a qualche mio piccolo consiglio.

In pullmino verso la palestra, doccia e un bel sonno rigenerante fino al mattino quando Massimo, al settimo cielo, mi raggiungeva e mi ringraziava per quello che avevo fatto per lui, dimenticando forse che a correre fosse stata la sua persona. Anche la mattinata con le premiazioni e la distribuzione degli altri opuscoli de La Via della Felicità passava tranquillamente, poi un sereno ritorno a casa.

Qualcuno vuol sapere il crono finale? Per me è poco indicativo perché giudico la gara dal grado di piacere che provo nel correrla, comunque 10 ore e venticinque minuti. Un tempo alto? No, un buon allenamento e tanta felicità.

Vorrei ringraziare tutti quelli che rendono questa gara speciale, dagli organizzatori ai volontari, da chi sfida la notte per regalarci un applauso a chi monta dei ristori non ufficiali ma comunque pieni di leccornie, dagli atleti ai loro accompagnatori, anche se qualche volta sono indisciplinati e mettono a repentaglio l’incolumità altrui.

Forse il troppo smog e la poca scorrevolezza nel ritiro dei pettoralile uniche due pecche.

Cirinho Di Palma

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