Medicina — 10 agosto 2005

Nella quarta parte di questa passeggiata all’interno del mondo del doping si è già trattato delle sostanze ormonali, stavolta ci occupiamo degli ormoni peptici, glicoproteici e di altre sostanze similari.
Gli ormoni sono secreti dalle ghiandole cosiddette a secrezione interna, ghiandole a carattere endocrino. Oggi è possibile sintetizzare la maggior parte delle sostanze ormonali, in pratica si è in grado in laboratorio di produrne di similari in forma sintetica. Tratteremo in particolare di :




  • ACTH – adenocorticotropina


  • EPO – eritropoietina


  • GH  o STH – somatotropina, ormone della crescita


  • CG – gonadotropina corionica umana

Per oggi si parlerà di ACTH ed EPO, rimandando GH e CG al prossimo appuntamento.


La  Adenocorticotropina
L’adenocorticotropina, nota con il nome anglosassone di Adeno Cortico Trophic Hormon , o ACTH, viene prodotta e secreta dall’ipofisi, ghiandola a secrezione interna, situata nella sella turcica del cranio. La somministrazione dall’esterno di ACTH provoca la stimolazione delle ghiandole surrenali a produrre corticosterone. L’uso medico è fondamentalmente collegato proprio a ripristinare la struttura dei tessuti, specie di quello muscolare in caso di danni subiti.
L’effetto dopante è certamente collegato all’aumento delle masse muscolari e ad una loro maggiore capacità contrattile e di forza. Effetti collaterali possono essere ipertensione, osteoporosi, agitazione psicomotoria ed insonnia, tutti fenomeni che già abbiamo segnalato per l’abuso da corticosteroidei.


L’Eritropoietina  e l’autoemotrasfusione
L’Epo, ormone le cui ‘gesta’ sono state narrate negli ultimi 6-7 anni, in tutte le salse, è l’ormone naturale capace di agire sul midollo osseo, favorendo la trasformazione delle cellule madri, in elementi complessi, sino alla formazione finale dei globuli rossi, stimolatore quindi di quel processo noto come eritropoiesi. Si attiva allorquando nell’organismo si verificano diminuzioni della pressione sanguigna o ridotta presenza di globuli rossi. In medicina è utilizzato in modo particolare nelle anemie, specie in quelle da nefropatia per dialisi, ma anche in tante altre forme ben determinate di calo di presenza dei globuli rossi (anemie). Il risultato finale cui si tende è certamente quello di avere una maggiore quantità di globuli rossi in circolo e quindi una biodisponibilità maggiore a legare ossigeno e sostanze energeticamente valide per le attività metaboliche. Sintetizzata in laboratorio agli inizi degli anni ’80, è stata in parte l’evoluzione a tutto quel processo collegato all’autoemotrasfusione.
Di autoemotrasfusione, almeno in Italia, si comincia a parlare intorno agli anni ’80. Prima delle Olimpiadi di Mexico City nel 1968, si erano allargati gli studi sui benefici dell’altura nella prestazione sportiva. Questi studi avevano portato a ben valutare quanto accadeva nelle prove di velocità e salti (100, 200, lungo, triplo), infatti proprio a Città del Messico furono stabiliti alcuni primati storici (il fenomenale 8,90 nel salto in lungo di Bob Beamond), sia durante le Olimpiadi del 1968 , che durate le Universiadi successive (primato del mondo di Pietro Mennea sui 200 metri). Questi studi fecero anche comprendere i limiti della prestazione oltre i 2200-2400 metri sul livello del mare, per gli sport propriamente aerobici. Si comincia anche a rilevare gli effetti benefici delle popolazione che vivono in altura, kenioti dell’Eldoret, messicani, peruviani, boliviani etc.
Ci si trova, a questa altitudini, in un mare di ossigeno, ma è difficile legarlo ai globuli rossi.  Partono gli studi di acclimatazione ed adattamento dell’organismo in altura. Dopo una quindicina di giorni infatti il soggetto che arriva da livelli bassi, comincia ad acclimatarsi ed avvengono i fenomeni di poliglobulia, praticamente si produce una maggiore quantità di globuli rossi, capaci di legare meglio e in quantità maggiore l’ossigeno.
L’evoluzione è certamente l’autoemotrasfusione , metodica applicata fondamentalmente in chirurgia allorquando determinati soggetti devono preparasi a subire importanti interventi chirurgici (trapianti) nel corso dei quali è meglio avere sangue omologo (cioè delle stesso soggetto), al fine di evitare i fenomeni massivi di rigetto. L’autoemotrasfusione nello sport prevede il prelievo di sangue dall’atleta, sangue che viene conservato nelle frigoemoteche. Conosciamo anche casi di selezione delle pappe di globuli rossi, marcati con iodio 131 e selezionati in base all’età degli stessi (il globulo rosso ha una vita media di 120 giorni), utilizzando successivamente solo i globuli giovani, maggiormente elastici e capaci di meglio legare l’ossigeno.
Questo sangue veniva reinfuso a qualche giorno dall’evento, in genere prima che gli atleti, portati in altura per i fenomeni di poliglobulia, scendessero a livello del mare per i grandi eventi.
Oggi l’autoemotrasfusione è metodica proibita dal CIO, anche se siamo ben coscienti che il fenomeno è dilagante, al punto tale che in molte discipline il suo uso è più che mai in voga, unitamente all’evoluzione dell’EPO. Gli effetti benefici sono certamente sotto gli occhi di tutti, basti guardare quello che avviene nell’uso normale in medicina , gli effetti collaterali meritano comunque qualche seria riflessione.
Aumentando il numero di globuli rossi nel sangue, aumenta la vischiosità del sangue, nel quale aumenta in pratica la parte corpuscolata, aumenta quindi il rischio di infarto, ischemia, ictus, trombosi, embolia ed ipertensione, non è poco e crediamo che il gioco non valga certamente la candela. Di certo sono state descritte, in letteratura sanitaria, morti da metodiche di questo tipo e l’attenzione e la vigilanza sul fenomeno deve essere più che alta.


 



 

Autore: Vittorio Savino

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