Medicina — 22 gennaio 2008

Un fastidio che si origina senza cause apparenti o traumi, localizzato subito sotto al gluteo, viene spesso confuso con patologie diverse. Affligge chi corre e addirittura dopo essere stati seduti per molto tempo costringe ad alzarsi in piedi per avere un leggero senso di sollievo. Nell’oramai non tanto vicino 1988 viene definita come patologia a sè stante, affligge in particolare gli atleti, ancor’oggi viene sottovalutata, L’origine è una muscolo-tendinopatia dell’inserzione prossimale dei muscoli ischio-crurali, situati nel retro coscia. Il dolore di tipo sciatalgico è originato dai fenomeni di compressione del nervo ischiatico che ne derivano. Nei muscoli ischio-crurali dobbiamo catalogare: il bicipite femorale, il semitendinoso, il semimbranoso, muscoli flessori dell’anca. Il nervo sottoposto a compressione è l’ischiatico o sciatico, è il più grosso del corpo, trae la sua origine a livello lombo-sacrale, ha rapporti col muscolo piriforme del gluteo, col tendine del capo lungo del bicipite e più in basso col ventre carnoso del semimbranoso. Il dolore che viene percepito originerebbe dalla compressione del nervo ischiatico da parte dei su menzionati muscoli. Questa sindrome affligge tutti i tipi di corridori, dai velocisti ai fondisti ma anche calciatori e saltatori. Il dolore viene solitamente descritto dagli atleti che ne soffrono come localizzato nella parte bassa del gluteo, o, posteriormente, nella parte alta della coscia, mai continuo e tendente a sparire al termine dello sforzo. Particolare il riproporsi del dolore quando si sta seduti per molto tempo. In allenamento il dolore si presenta con variazioni improvvise di velocutà, balzi o calci al pallone, progressivi o ripetute, si ripresenta nell’allungamento dei muscoli interessati o nella flessione in avanti del tronco. Questi movimenti possono provocare tendiniti da sovraccarico o lesioni muscolo-tendinee agli ischio-crurali, con conseguente formazione di tessuto cicatriziale duro e non estensibile, che può essere la causa della compressione del nervo o la sua irritazione. Il carico di lavoro non deve essere considerato l’unica causa scatenante della sindrome, altri fattori predisponenti possono essere piccoli difetti scheletrici, la differente lunghezza degli arti inferiori, responsabile di una non corretta distribuzione dei carichi di forza sull’apparato muscolo-scheletrico, o la non corretta esecuzione del gesto atletico, infine la genetica può avere importanza nel manifestarsi della patologia, il percorso del nervo ischiatico può presentare in alcuni una leggera differenza che può predisporre l’intrappolamento del nervo tra i muscoli ischio-crurali. La diagnosi del disturbo non avviene facilmente, sia per il non continuo riproporsi del disturbo, sia perchè si pensa alla comune sciatalgia. Occorre un’attento ascolto del paziente ed una sapiente digitazione da parte dello specialista che riesce a valutare la sede del dolore. Gli esami strumentali dalla radiografia del bacino, all’ecografia, alla risonanza magnetica permettono, in particolare la risonanza, una certa valutazione della patologia ed una indicazione corretta sulla metodologia di trattamento. In una iniziale fase la terapia può essere basata sull’uso di antidolorifici, sul riposo, su trattamenti fisioterapici ed esercizi muscolari ed allungamenti muscolo-tendinei. Si tenta così di rimuovere l’intrappolamento del nervo nei muscoli. Alcune correnti di pensiero si basano su infiltrazioni o tentativi di fibrolisi del tessuto cicatriziale. Qualora dopo mesi di trattamento il dolore persista si ricorre all’intervento chirurgico, consistente nel separare il tessuto cicatriziale dalle strutture muscolo tendinee, soluzione estrema ma che dopo un’adeguato periodo di recupero riporta l’atleta alla piena pratica sportiva. Mi è facilmente capitato di vedere atlete ed atleti afflitti da dolore agli adduttori non continuo, tendente a sparire al termine del gesto atletico, trattati a livello diagnostico e terapeutico come se fossero afflitti da una generica forma di pubalgia. Va sempre bene allungare i muscoli adduttori, lo specialista dovrebbe però tenere in considerazione che un’atleta, in particolare se donna, se afflitto da iperlordosi lombare, dispone di una muscolatura ischio-crurale poco elongabile che si contrappone ad una muscolatura addominale più debole che lascia ai potenti fasci adduttori il compito di recuperare il movimento. Movimento che a questo punto avviene a scapito della stabilita pubica, sottoposta ad eccessivi stress da trazione muscolare. I muscoli dell’addome e la muscolatura adduttoria, hanno una funzione antagonista ma biomeccanicamente equilibrata. Mancando questo equilibrio si origina un disequilibrio funzionale che viene a ripercuotersi a livello pubico. In questo contesto non è da sottovalutare il valore di forza esercitata dal muscolo quadricipite femorale, muscolo antagonista dei nostri amici ischio-crurali. Come esempio prendiamo ad intendere il quadricipite come l’albero di una imbarcazione a vela, gli addominali come la velatura ed il bacino ed i fasci adduttori come lo scafo e la chiglia dell’imbarcazione. Se i muscoli addominali sono deboli è come se la vela non fosse ben fissata all’albero, sottoposta a forte vento andrebbe incontrollata in qualsiasi direzione e finirebbe col rompere l’albero, questo accade a livello pubico quando vi è disequilibrio fra antagonisti, ischio-crurali ed addominali. Il tutto viene poi catalogato come pubalgia. Spessissimo oltre al riposo è terapeutico allungare i flessori dell’anca ed il tronco in avanti, spessissimo come per incanto il dolore va a regredire evitando all’atleta mesi di infiltrazioni e sofferenze. Il valore e la potenza dell’equilibrio di forza ed elasticità fra antagonisti.

Autore: Antonio Bruno

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