TuttoCampania — 28 marzo 2011

Questa volta il mare di Napoli non bagna la corsa cittadina, né all’andata e né al ritorno del lungomare. Già, perchè si corre nell’altra Napoli, quella nascosta e difficile, lontana dai percorsi turistici, ma piena anch’essa dei fasti e della storia che hanno caratterizzato secoli di vita. Lo sport podistico entra nel cuore della città popolare, attraverso il lungo pendio di Capodichino, che nasconde ancora le cupe rampe dell’ex manicomio ed il ponte di una ferrovia che non c’è più, sparita anch’essa sotto i colpi del nuovo assetto che il capoluogo s’è dato.


Correre per Napoli ha sempre un suo fascino, se poi decine e decine di pattuglie di vigili riescono a chiudere a tenaglia incroci e varchi spesso proibiti e che impazziscono nelle normali giornate di caos, allora queste strade talvolta dimenticate appaiono diverse. Come diverse e simili allo stesso tempo appaiono le percorrenze difficili da calpestare, appartenute a carri e carrozze degli itinerari principali.


La gara che sale e scende sulla rampa che conduce all’aeroporto e alla prima sterminata periferia, fa capolino con Secondigliano e si riavvia verso il cuore dell’Arenaccia. Un tracciato duretto, quasi sempre instabile: sanpietrini e basalto spesso hanno resistito all’ asfalto. Si transita una prima volta per piazza Ottocalli, famosa per quel pedaggio di antica data, proprio come la moneta napoletana di una volta. Qui si pagava una specie di dazio del valore di otto calli.


Il nuovo ponte colorato e disegnato sotto la pancia di via don Bosco fa entrare verso la zona della Ferrovia; la vecchia caserma dei vigili del fuoco è alle spalle. Al suo interno è passata la storia della pallavolo cittadina, grazie ai ragazzi del Padula; generazioni del volley a confronto ed i ricordi dei set giocati.


Si corre adesso verso il distretto militare e si lambisce prima lo storico ed antico stadio Albricci, dove nella primitiva area secoli fa si combatteva in modo cruento sui sassi e sulla sabbia di quello slargo.


Svoltando verso il corso Malta appare la nuova struttura edilizia del centro direzionale e proprio all’incrocio la tetra visione della casa circondariale di Poggioreale. Qui passa il tram, rinnovato nel suo stile. Gli automobilisti incolonnati attendono all’incrocio il lungo passare dei podisti, sotto lo sguardo di plotoni di vigili, tutti in strada, come un sogno difficile da dimenticare. Dall’alto del muro di cinta s’affaccia un celerino, mentre s’aprono le arterie del Vasto, il quartiere napoletano devastato poco dopo il ‘500 per mano del generale Lautrec e perciò diventato guasto.


Nel popoloso rione da sempre anche a piedi è difficile camminare, figurarsi al centro delle strade. Mercati e mercatini la fanno da padrone, finanche sui marciapiedi. Ma oggi a Napoli S. Gennaro ha fatto un miracolo fuori stagione. All’incrocio con il corso Garibaldi la gente applaude, mentre qualcuno fa le riprese con piccole telecamere.


Nell’altra Napoli, lontana dal mare si corre che è una bellezza. La via senza intralci è per tutti, la città è un’isola pedonale, senza ordinanze e giornate ecologiche. Da molti minuti si sono raddrizzati i musi dei podisti diffidenti del percorso scelto; man mano che si procede, aumenta il silenzio delle auto. Ecco la rifatta piazza Nazionale, con l’immenso parcheggio sotterraneo e la nuova area centrale a verde pubblico. Alle spalle compare il ponte di Casanova, dove sorgeva la nuova dimora di Carlo II d’Angiò.


La corsa sfiora una delle porte del Giubileo di Napoli, curvando verso la via dedicata ad un patriota, Cesare Rossaroll. Nella cinta muraria di Porta Capuana fanno bella mostra le due torri del 1400. Al culmine della salitella appare sulla sinistra un altro emblema del centro di Napoli, l’antica caserma Garibaldi, alla confluenza con via Foria, adesso sede di uffici giudiziari. A tre quarti del percorso il più è fatto, mentre s’avvicina la ricca e pregiata riserva delle rare piante dell’Orto Botanico; accanto ‘sale’ la via dedicata all’antico mestiere dei veterinari. Sopra, in fondo, c’è la sede della facoltà di Veterinaria, ma da lì non passeremo.


E prima del nono chilometro il percorso si infittisce di storia; in prossimità di piazza CarloTerzo il ricordo va al borgo di S. Antonio Abate, un altro ‘ventre’ di Napoli, dove da generazioni la città cara ai culti  venera nella chiesa del ‘300 il patrono degli animali e dove accanto s’ergeva un antico ospedale. Qui c’era un gruppo di monaci che curava gli ammalati del cosiddetto ‘fuoco di S. Antonio’, con unguenti a base di grasso di maiale, allevato proprio nella struttura religiosa.


Di fronte l’imponente sagoma lunga circa 400 metri del Real Albergo dei Poveri, il cosiddetto reclusorio, che raccoglieva i poveri di Napoli per bontà del re Carlo e prima ancora coloro che si mostravano indisciplinati ad ogni regola del vivere civile; per essi l’appellativo fu serraglio.


Il giro della larga piazza, che si ferma per lasciarci attraversare ed il percorso a ritroso del primo tratto, questa volta in salita, conduce al traguardo. Il mare è dalla parte opposta. Ma stamattina non importa a nessuno.


 


Nelle foto: la parrocchia di Capodichino ed una veduta storica del Real Albergo dei Poveri

Autore: Giovanni Mauriello

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