Cronaca — 15 ottobre 2011

L’Organizzazione ha offerto un menù à la carte, potendo, gli ultramaratoneti, scegliere fra la 6, 12, 24 Ore e la 100 km. Piatto prelibato la 24 Ore, valida come Campionato Italiano FIDAL e IAU Bronze Label. La forza fisica è certamente importante nelle corse di resistenza, ma è il possesso di altre qualità che permette di emergere, come ha dimostrato la 24 Ore di Fano, dove, per un paio d’ore, ha infuriato una tempesta di pioggia e grandine.

La ‘Città di Fano’  ha proposto un menù adatto al palato di tutti gli ultramaratoneti. Con la 6 Ore ha servito la colazione ai velocisti, con la 12 Ore ha preparato il pranzo ai passisti, con la 24 Ore ha saziato gli stakanovisti offrendo loro una cena luculliana. C’era anche la merenda per chi avesse preferito fermarsi al traguardo dei 100 km. La cena riservata ai corridori della 24 Ore era di gala, in quanto Campionato Italiano FIDAL e IAU Bronze Label. La tavola su cui s’è banchettato era lunga 2,226 km, sinuosa, ondulata e scorrevole. Gli invitati alla 6 Ore erano 62, alla 12 Ore 14, alla 24 Ore 71; quelli che effettivamente si sono assisi sono stati rispettivamente 57, 14, 57. La quota di partecipazione era al prezzo unico di 25 Euro ai più solerti, 50 Euro  ai ritardatari; sconto di 5 Euro ai Supermaratoneti. A proposito di menù, se vi trovate da queste parti, ordinate pappardelle alla pescatora e brodetto fanese, ed annaffiate con ‘Metauro’, che ricorda il fiume dove fu combattuta una sanguinosa battaglia fra Romani e Cartaginesi.
Alle ore 10 di sabato, 8 ottobre, è stato dato il via all’unico turno di banchetto. Tutti si son messi a divorare chilometri: voracemente quelli della 6 Ore, moderatamente quelli della 12, lentamente, gustando sapori ed odori, quelli della 24, consapevoli che ‘prima digestio fit in  ore’.
Nella gara più breve, emergeva la classe cristallina di Marco Boffo. Il longilineo atleta della nazionale riusciva a mantenere fino alla fine l’ampia, elegante e potente falcata, percorrendo 85,153 km, seguito da Paolo Bravi (82,229 km) e Massimo Termite (76,523 km). Non ancora sazio di chilometri, Paolo Bravi continuava a macinarne; smise quando tagliò il traguardo dei 100 km in 7.23.57. Nella gara femminile, Francesca Marin destava stupore per la sua tattica aggressiva sin dai primi metri. Piantava l’avampiede sull’asfalto e, chiamando a raccolta il movimento delle braccia, spingeva con potenza, ingoiando chilometri su chilometri. A metà gara, la sua corsa di tipo muscolare le ha presentato il conto con gli interessi. Le ultime ore le saranno sembrate interminabili. Con tenacia, alternando il passo alla corsa, ha lottato e gestito l’enorme vantaggio accumulato. Concludeva con 68,865 km, seguita da Lorena Piastra (58,602 km) e Raffaella Gada (54,253 km).
Mentre la 6 Ore si concludeva, la 12 entrava nel vivo. Era giunto il momento di stringere i denti e raccogliere il frutto dei duri allenamenti. Nella gara maschile, Luca Benvenuti (110,068 km), Antonino Jacono (100,515 km) e Andrea Biazzi (96,513 km), abbandonarono l’atteggiamento sornione  fino allora mantenuto e prevalsero sullo sparuto manipolo dei partecipanti. Da elogiare la prova di Luciano Morandin. Sulla linea di partenza, prima ha resettato i suoi impulsi motori, poi ha invertito la programmazione nel senso che ha fatto diventare agonisti i muscoli antagonisti, e s’è messo a correre in retrorunning per ben 62,077 km. Allo scadere della 12^ ora, ha riprogrammato la sua motricità ed è ritornato in tenda ad andatura  naturale. Nella gara femminile, l’azzurra Ilaria Fossati non s’è impegnata più di tanto per vincere con 97,733 km (2^ Wilma Repetti 94,246 km; 3^ Giuliana Aiazzi 86,615 km), un po’ perché  non stimolata da avversarie, un po’ perché non al massimo della forma. Conclusa la gara, è tornata a casa, non aspettando le premiazioni previste per l’indomani, probabilmente non soddisfatta della prestazione.
Sebbene presenti solo alcuni dei grandissimi nomi, la 24 Ore ha offerto ugualmente il solito spettacolo di coraggio, abnegazione, sofferenza e forza morale. In gare lunghe fino a 10-12 ore, è la forza fisica che permette di vincere; in quelle di maggior durata, conta molto meno, perché si diventa uguali sul piano fisico,  tutti  ritrovandosi con fibre muscolari depauperate di glicogeno, spazi intra-extracellulari a secco e articolazioni dolenti. E’ come se in pista facesse il suo ingresso la safety car per far ripartire tutti dalla stessa posizione. In questo delicato momento, i valori da buttare nella mischia sono ben altri, sinteticamente riassumibili in una sola parola: testa. E’ questo usatissimo ‘oggetto’ che permette di superare le immancabili crisi, di liberare energie sconosciute, di scorticare il fondo del barile.
Proprio quando i concorrenti sono alle prese con questo lavorio mentale, intorno alle 2.00 di notte, cioè verso la 16^ ora di corsa, ecco i tuoni udirsi da lontano, i lampi illuminare il cielo di un sinistro color violaceo, i fulmini squarciare le nubi e andare perdersi nel mare. Tutti si augurano che il temporale risparmi il circuito ciclistico ‘E. Marconi’ ed esaurisca la sua potenza altrove. Hanno appena finito di mettersi l’animo in pace con un simile ragionamento di comodo, quando di colpo la temperatura si abbassa, e sulla gara si scatena il diluvio universale. I più fortunati sono quelli che si trovano vicino alla tenda, ove riparano. A molti tocca percorrere i 2 km del circuito sotto una gragnola di chicchi delle dimensioni di una nocciolina. La tenda, fin allora deserta, scoppia di atleti bagnati ed infreddoliti che stenta a contenere. La grandine esaurisce la sua veemenza sulle sue strutture, che si lamentano scricchiolando. Tuoni, lampi e fulmini continuano a rincorrersi nel cielo. Qualcuno balbetta essere pericoloso indugiare in un luogo circondato da pini che potrebbero attirare fulmini, ma nessuno se la sente di abbandonare quel fragile rifugio sconquassato dal vento ed illuminato dai funesti bagliori dei lampi che penetrano attraverso le fessure. La campagna circostante, rivestita di bianco per la grandine, è in preda alla furia del vento. L’organizzazione è stata lesta a mettere in salvo le strutture smontabili. Una brutta sorte tocca all’ombrellone di Luciano Morandin. Il vento lo fa volare come una foglia, disperdendolo.
Molti atleti di classifica sono schierati in prima fila nella tenda, in attesa di condizioni atmosferiche meno proibitive. Dopo circa due ore, alcuni, come soldati per troppo lungo tempo trattenuti in trincea, si buttano all”attacco. Altri non sono in grado di saltare il fossato, perché il freddo e l’attesa ha logorato la pur forte fibra. Giancarla Agostini e Stefano Verona, fino a quel momento splendidi protagonisti, abbandonano e pagano il pedaggio della prima esperienza.
Le ultime sei ore sono molto intense. E’ un’altra gara, una gara nella gara, che premia chi ha saputo resistere al gelo e alla forzata inattività.
In campo maschile: 1) Frigura Vasile 211,565 km. 2) Leonelli Nicola 207,729 km. 3) Barbacetto Giacomino 202,911 km. Stimolato a gran voce dall’osteopata-fisioterapista Francesco Damiani, eroiche sono state le ultime tre ore di Vito Intini (201,992 km), come pure la forza d’animo di Francesco Abitino (196,180 km) e Ciro Di Palma (193,622 km).
In campo femminile: 1) Pari Paola 178,561 km. 2) Di Lorenzo Adele 177,913 km. 3) Gargano Angela 161,233 km. Dopo aver portato a termine la Torino-Roma, Paola Pari ha vinto per la terza volta consecutiva la 24 ore di Fano. Riesce ad esprimere un risultato chilometrico superiore alle apparenti doti atletiche. Infatti, è risaputo essere, queste gare, appannaggio di chi ha una grande forza morale, e Paola ne ha da vendere, come ha dimostrato il suo arrivo a Roma con i piedi impiagati. Nella sua città, era terza allo scoppiare del diluvio. E’ salita in cattedra proprio quando le condizioni atmosferiche si son fatte terribili. Coraggiosamente, ha sfidato la tempesta senza farsi abbattere. Annullato il distacco e passata in testa, c’è rimasta fino alla fine.


 


 

Autore: Michele Rizzitelli

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