Cronaca — 06 maggio 2010

Sabato le risaie di Vercelli, domenica i castelli di Barchi. Doveva essere un fine settimana di fuoco: hoc erat in votis!  E’ stata, invece, una ‘due giorni’ di paglia. Un impegno mi ha costretto a rimanere in loco, e fare un pensierino ai 10 km della XIV Diomediade di Canosa di Puglia. Una corsa breve prevede il ricorso ad un’ampia falcata, un lusso che non posso permettermi. Allo stato attuale, il ginocchio ds. mi concede un’escursione articolare fino a 30°, oltre, comincia a piagnucolare. Con un ‘range’ così limitato, usando un passo radente, ho portato a termine le ultime maratone. Conoscendomi – nella competizione avrei strafatto -, per evitare rischi, non ho corso. Ho fatto l’autista alla sig.ra Angela Gargano, l’ho assistita nel pre-gara, al momento dello sparo le ho dato il bacetto augurale, infine ho pensato a me facendo il turista.


Canosa è più antica di Roma. La gara si chiama ‘Diomediade’ perché la città sarebbe stata fondata da  Diomede, eroe omerico. Le attuali costruzioni poggiano sul vuoto. Il sottosuolo  è tutto una rete di ipogei funerari (IV sec.a.c.), fitta come celle d’alveare, da cui sono stati sottratti – con le buone e le cattive – i grandi vasi votivi a figure rosse, i celebri askòi (vasi d’acqua), gli ori di Taranto (perché esposti nel Museo Nazionale di Taranto), ed altri reperti che fanno l’orgoglio di collezioni private, di musei nazionali ed esteri.


Qui la via Traiana si congiungeva con l’Appia e la Marittima. Vanta un interessante Museo Civico, le Terme Romane, il Tempio di Giove Toro, i Sepolcri lungo la Via Traiana, una Domus di età tiberiana, il Ponte Romano sull’Ofanto, l’Arco Romano, Santa Sofia (VI sec.), la Basilica di San Leucio (VI sec.), il Battistero di san Giovanni (VI sec.), i ruderi di un castello medioevale e Lino Banfi.


Una gara di 10 km, tapascioni compresi, si protrae per un’ora, insufficiente per visitare tanto ben di Dio. La zona partenza-arrivo è situata sulla piazza dove si affacciano la Cattedrale e la Villa Comunale, non si paga il biglietto d’ingresso e ne approfitto. La cronaca della gara? Nessun problema! C’è Roberto Annoscia   appollaiato sull’arrivo con la sua macchina fotografica, e Vito Porcelli  che può riferire gli umori ed i sudori dal di dentro.


La Cattedrale, edificata ai tempi del ducato longobardo di Arechi (758-787), ha subito numerosi rimaneggiamenti. Un tempo era più importante di quella di Bari, e San Sabino, cui è dedicata, non meno santo di San Nicola. Esprime  il ‘meglio’ della sintesi fra l’Occidente longobardo-normanno e l’Oriente bizantino-islamico, che trovano in Puglia il loro punto d’incontro. Colonne monolitiche policromatiche, provenienti da antichi monumenti, sostengono la copertura a cinque cupole; il pulpito marmoreo (sec. XI) è firmato dal magister Acceptus; la cattedra vescovile è scolpita da Romualdo (1080); notevole l’icona lignea della Madonna dell’Odegitria (colei che indica il cammino). Addossato al braccio destro del transetto, spicca il leggiadro mausoleo di Boemondo D’Altavilla (1050-1111), Principe di Taranto e Signore di Bari, il più valoroso fra i principi della Prima Crociata, e per carisma secondo solo a Goffredo di Buglione.


La Villa Comunale abbraccia posteriormente la Cattedrale. E’ una sorta di lapidarium all’aperto, con le aiuole disseminate di epigrafi, rilievi funerari, capitelli, sculture mutile, trabeazioni, cippi e frammenti architettonici della Canusium romana e tardo antica. Su tutto, domina una colonna moderna che ricorda ed onora Pubblio Scipione Africano. Dopo la disfatta di Canne (216 a.c.), 5000 romani trovarono rifugio entro le mura della città. ‘Una donna apula di nome Busa, nobile per stirpe e per ricchezza, li accolse, li soccorse con abiti, frumento ed anche provviste da viaggio’ (Livio). Pubblio Scipione – allora diciannovenne , appreso che alcuni stavano valutando la possibilità di lasciare l’Italia e trovare asilo presso qualche paese amico, sguainata la spada, minacciò di morte quei pavidi e li costrinse a giurare che non avrebbero lasciato il sacro suolo della patria (Livio).


Ero tutto intento a ‘decodificare’ la prosa ermetica di un reportage di G. Ungaretti, affisso nella Villa Comunale, passato da queste parti nell’agosto del 1934, inviato speciale della Gazzetta del Popolo. Gli applausi provenienti dal traguardo mi riportarono alla realtà, e guardai l’orologio: erano trascorsi 50 minuti dall’inizio della gara. Mi precipitai sul traguardo, appena in tempo per vedere l’arrivo trionfale  di Angela. Le asciugai il sudore, le diedi da bere, la riportai a casa, poi dal parrucchiere, infine in chiesa per una ‘Prima Comunione’.

Autore: Michele Rizzitelli

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