Curiosita slide — 24 ottobre 2015

matteo simoneA volte la corsa chiama, è quello che raccontano tanti maratoneti ed ultramaratoneti. Non c’è un percorso per diventare un ultramaratoneta, si scopre per caso di essere portanti per le lunghe distanze, di sperimentare piacere e benessere nel percorrere lunghi percorsi, sentieri, strade a contatto con se stessi, con la natura, con gli altri, a sfidare i propri limiti, a fare cose impensabili a scollegarsi dal corpo per non sentire, per non essere fermati, per andare avanti, per sfidare l’ignoto, il dolore. 

Ecco cosa racconta Andrea Mulas (1): “Fui pervaso da una consapevolezza. Dovevo correre. Una specie di richiamo interiore mi chiedeva di farlo, per me e la mia Terra. Cominciai così ad allenarmi”.

Molti maratoneti e ultramaratoneti vengono giudicati matti da alcuni ma da altri sono stimati per quello che fanno, per gli obiettivi che riescono a raggiungere.

I familiari inizialmente non approvano la passione di un ultramaratoneta che percorre tanti chilometri su strade o sentieri in condizioni atmosferiche difficili, a volte ai limiti della sopravvivenza, ma con il tempo comprendono che l’atleta si dedica ad una passione che lo coinvolge e che gli permette di sperimentare benessere.

Gli amici inizialmente considerano l’atleta fuori di se, ai limiti della pazzia, ma con il tempo apprezzano gli aspetti del carattere che gli permettono di sostenere allenamenti e competizioni di lunghissima durata e di difficoltà elevatissima, diventando quasi fieri di essere amici e raccontando in giro le gesta, così a volte sono considerate, dei propri amici atleti, quasi a vantarsi di conoscere gente che fa l’impossibile, extraterrestri.

Ecco alcune testimonianze. Andrea Mulas: “Mi hanno preso per pazzo all’inizio, poi hanno capito”. Marco Stravato racconta: “Molti amici pensano che io sia matto, forse che voglio dimostrare loro che sono più bravo, più forte, altri mi ammirano, in pochi vogliono vivere queste esperienze con me, mia moglie mi sopporta, dice sempre che non può impedirmi di correre, ma lo farebbe volentieri, a lei piacerebbe che corressi di meno, magari 2, 3 volte a settimana per massimo un ora, i miei figli sentono che spesso manco a casa, già lavoro tanto, poi quando potrei stare con loro vado a correre, hanno ragione, forse dovrei lasciare le ultra? Le maratone? Correre solo per star bene fisicamente? Forse dovrebbe essere così, ma non lo è.” Ciro Di Palma: “All’inizio mi davano del pazzo. Adesso sono i miei primi tifosi.” Ivan Cudin: “Inizialmente erano molto preoccupati, ora mi sostengono.” Giuseppe Mangione: “Ho 2 grandi tifosi i miei figli i miei amici mi fanno sentire come l’uomo bionico, io la porto sul ridere facendo capire che è una cosa che faccio volentieri con naturalezza basta allenarsi.” Aurelia Vaiclu: “Sono molto contenti i miei figli di quello che faccio e quando parto per fare una ultra dico sempre, correrò per i miei figli perché loro mi danno tanta forza. Amici sono quelli che condivido le grandi emozioni della corsa perché corrono anche loro. “

La corsa diventa anche un’opportunità per trasmettere messaggi che possono essere di pace, di sensibilizzazione, ma anche richieste particolari come farà Andrea Mulas il prossimo 1 novembre alla maratona di New York: “Il mio di pugno si alzerà contro l’idea malsana di portare in Sardegna scorie nucleari, contro le pale eoliche e il fraching, a favore del riconoscimento della lingua sarda, per ribadire che gli antichi nuragici erano gli Shardana e urlare che la storia della Sardegna va studiata a scuola. Per ricordare Sisinnio Poddi, il vecchio agricoltore che negli anni ’60 scoprì i Giganti e di cui nessuno parla. Questo voglio fare prima di appendere le scarpette al chiodo”.

 

  1. http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/15/10/mulas-maratoneta-in-costume.html 22 ottobre 2015. 

    Matteo Simone

    380-4337230 – 21163@tiscali.it

    www.psicologiadellosport.net

     

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