Atletica News slide — 22 agosto 2016

rioAlla fine, lo “zero” tanto temuto e pronosticato, ha fatto la sua comparsa. Rio de Janeiro non ha sorriso all’atletica italiana, come immaginato fin dalla vigilia. Nessuna medaglia per la squadra azzurra, come non accadeva da sessant’anni, ovvero dall’edizione di Melbourne 1956. Per la prima volta, da allora, l’Italia non è salita sul podio olimpico. Ha ottenuto sì, cinque finalisti come a Londra, quattro anni fa (Matteo Giupponi nei 20km di marcia; Antonella Palmisano nell’omologa prova al femminile; Libania Grenot nei 400 metri; la staffetta 4×400 donne; Alessia Trost nell’alto); ma per soli 14 punti totali (a Londra furono 17; a Pechino 2008, 20; ad Atene 2004, 27), che collocano l’Italia al 28esimo posto nella classifica globale, tredicesimo tra i Paesi Europei. Un arretramento inequivocabile, che testimonia della flebile competitività della nostra selezione, male che ormai, dati alla mano, appare avviato ad una pericolosa fase cronica. Ancora numeri. Dei 38 atleti italiani convocati per i Giochi Olimpici, 35 sono scesi effettivamente in gara (non lo hanno fatto tre delle selezionate per la staffetta 4×400, Chiara Bazzoni, Elena Bonfanti e Marta Milani), e tra questi, 21 (incluse le ragazze della 4×400, intese come corpo unico) hanno affrontato specialità che prevedevano fasi di qualificazione: 14 di loro sono stati eliminati senza riuscire a passare il primo turno, per un risultato percentuale del 66%, dato che sale all’80% tra i maschi (8 su dieci, unici salvi Giordano Benedetti e il Galvan dei 200, non quello dei 400 piani). E con un basso numero di controprestazioni assolute; fatto che, se possibile, rende il quadro ancor più serio.

In termini statistici, a Rio gli azzurri hanno ottenuto cinque primati stagionali, un primato personale (Giupponi nei 20km di marcia), e un record nazionale (la 4×400); troppo poco, effettivamente, per sperare in risultati migliori. Generalizzare non serve, né tanto meno aiuta a capire (l’unica cosa che conti, in questa fase); però, certo, gli atleti in magli azzurra non hanno mostrato una tendenza a raggiungere il proprio picco prestativo nell’occasione chiave della stagione. Esclusi gli specialisti dell’endurance, che ovviamente non possono essere soggetti a valutazioni su questo piano, considerata la natura spesso tattica delle loro prove, la maggior parte degli altri è apparsa in condizioni buone, ma non certo nelle migliori possibili.

Mai, però, buttare il bambino con l’acqua sporca, afferma un detto popolare crudo, e di rara efficacia. C’è anche chi ha fatto bene, o benissimo, a Rio de Janeiro. Libania Grenot è stata la prima italiana a correre una finale olimpica dei 400 metri; le staffettiste Mariabenedicta Chigbolu, Maria Enrica Spacca, Ayomide Folorunso e la già citata Grenot, hanno riportato il quartetto del miglio in una finale a cinque cerchi a 32 anni dall’ultima volta, trovandosi ad un certo punto, nonostante il (consueto) clima allegramente distruttivo della vigilia, addirittura a fare pensieri sulla medaglia di bronzo; Matteo Giupponi ha chiuso da ottavo, con il primato personale nella 20km di marcia; ma ancora, Folorunso e Yadis Pedroso (semifinaliste) nei 400hs; Alessia Trost, quinta nell’alto in un anno doloroso, e Desirée Rossit, 1,94 in qualificazione per centrare la finale con la compagna d’allenamenti.

Ci sono poi aree trasversali di specialità, come l’endurance cui si è già fatto riferimento, che hanno invece, salvo rarissime eccezioni, messo insieme risultati inspiegabili: dalla maratona, (escluse, per motivi diversi, Valeria Straneo e Catherine Bertone), alla marcia (esclusa la Palmisano e il Giupponi dei 20km), passando per i siepisti. Per i corridori di lunga lena, qualcosa evidentemente non ha funzionato anche nel percorso di avvicinamento, che pure, fino ad Amsterdam, era apparso positivo. Rispetto ai marciatori, a guardare i risultati, emerge invece il dubbio che anche l’aver affrontato il Mondiale di marcia in casa, a Roma, con le conseguenti fortissime motivazioni, abbia prodotto difficoltà nella successiva fase di ricostruzione nervosa, oltre che più strettamente organica (la migliore a Rio, Antonella Palmisano, a Roma era ferma ai box: un caso?).

C’è chi è stato sfortunato (Veronica Inglese, caduta nel corso dei 10000 metri e la cui gara è risultata successivamente condizionata), chi non ha attenuanti (ma molto onestamente nemmeno ne ha chiesto l’applicazione, tipo Marco Lingua), chi non poteva essere al meglio della condizione (Silvano Chesani), chi ha lottato ma ha dovuto arrendersi (Yusneysi Santiusti), e chi pur venendo eliminato, ha avvicinato il proprio limite personale (Sonia Malavisi, 4,45, a cinque centimetri dal PB). E c’è chi, come Fabrizio Donato, merita solo applausi, per quanto fatto con la maglia azzurra nel corso di una carriera straordinaria.

In chiusura, il capitolo assenze, che in una analisi seria, pur non potendo mai essere messo al centro della scena, va comunque considerato. Anche perché, l’atletica italiana degli anni 2000 non può permettersi di regalare uno come Gianmarco Tamberi senza accusare il colpo. Oppure, fare a meno del talento di Federica Del Buono, senza che nessuno lo noti. Anche questo è un aspetto da considerare, senza ovviamente che diventi l’unica ragione del discutere.

In ogni caso, senza avviare inutili discussioni sui massimi sistemi, appare chiaro come il futuro quadriennio debba portare ad una accelerazione nel ricambio generazionale già avviato. Così come si fa nella maggior parte dei Paesi europei. Perché c’è un solo modo per far sì che i giovani crescano: dar loro la possibilità di confrontarsi. Ovvero, di imparare.

Ufficio Stampa FIDAL.
Federazione Italiana di Atletica Leggera

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Peluso

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