Cronaca — 27 agosto 2007

Mi sembra necessario mentre mi godo ancora l’euforia  di questa gara (la mia narcisistica autostima ne ha indubbiamente guadagnato), inserire fra tanti autorevoli commenti anche qualche mia riflessione a nome di tutti quelli che questa fatica l’hanno vissuta nelle retrovie.
Il dubbio amletico dell’estate: viaggio in bicicletta o transmarathon cilentana con gli amici podisti è stato sciolto a favore di quest’ultima  non appena ho saputo chi sarebbero stati i miei compagni e le mie compagne di fatica.
E allora via sullo sterrato della prima tappa fra olivastri e ginestre a picco sul mare, tra odori decisi di cacche di mucche e sudore negli occhi, c’è anche il tempo di godersi l’ultimo tuffo di un raggio di sole nel mare e del fiatone dell’amico-rivale inevitabilmente lasciato indietro. L’ultima immagine di questa tappa è la levità di me che scendo nelle curve sterrate del bosco e l’urlo di dolore di un povero podista davanti che poggia male il piede (avrei voluto salutarlo all’arrivo ma non ero in grado di riconoscerlo) ed io che lo zittisco, lo incito e soprattutto lo convinco che nella mia bottiglina c’è acqua da versargli sulla caviglia dolorante. (Per favore, non lasciamo le bottiglie vuote in luoghi isolati del bosco, portiamole con noi e poi le buttiamo nei nuovi punti di ristoro o all’arrivo).
I ceci di Cicerale che non ho assaggiato!! Tappa tosta e accalorata con  gambe decisamente riottose e riluttanti alla salita ma poi, trovato il compromesso con il respiro, adattate alla fatica e in grado di dare libertà allo sguardo calato sull’asfalto e di farlo spaziare lontano dal lago ai boschi fino allo sguardo rassicurante di Roberto Funicello (in questa gara si poteva scrivere sui cartelli dei Km: Roberto c’è!) e poco più avanti alla voce agognata e accogliente del nostro Marco Cascone (al quale noi podisti delle retrovie durante la gara indirizziamo tutte le nostre preghiere di vederlo presto).
Verissimo! L’asfalto del parcheggio alle 2,30 bruciava sotto le ciabatte da mare (non ho osato mettere le scarpe), l’afa era insostenibile, i tornanti pure, qualche persona pure, ma non appena si apre la valle dell’angelo, si apre anche il mio cuore: che scenario, denti montuosi su cui immagini saltellare le capre, distese di conifere che ho sempre pensato  imponenti e che oggi per la logica di morte di pochi rivelano tutta la loro fragilità e poi gli ulivi abbarbicati alle zolle di questa terra come la passione dei podisti alle strade del mondo. Si corre in un paesaggio di un pittore a me caro, di lui c’è tutto: i campi biondi di grano, le case dei contadini, e il senso cupo della malvagità umana nei fumi che si levano dai boschi in fiamme A Villa Littorio arrivo con due cavalieri in rivalsa tra loro: uno mi invitava a risparmiare energie, l’altro mi incitava; risultato finale: grande confusione e mio sardonico sorrisetto sulle capacità di sopportazione delle donne di questi bimbi mai cresciuti fino in fondo che la corsa sa tirare fuori. L’applauso del paese era chiaro, ridevano sotto i baffi i furbi littorini: svolta l’angolo del paese e vai il muro: una salita incredibilmente ripida che io incredibilmente donna ragno ho percorso senza fermarmi, a passetti da formichina giapponese in vena di risparmio energetico e di basso impatto ambientale Più avanti, perfino le mucche si sono meravigliate e hanno smesso di ruminare al mio passaggio sullo sterrato. La vigilessa di Laurino, in nome di una solidarietà tutta femminile mi ha incitato a salire, forse ha scambiato la mia andatura non proprio sportiva,  per quella di una turista per caso Pino, il mio amico di squadra mi incita ma è Mariano, il gemello, quello che dà soddisfazione ai genitori, con un impeto di altruismo (gli ho suscitato un sentimento di pena?) mi sostiene fino al traguardo travolgente. 
Il riposo per i podisti-turisti tapascioni di cui mi sento autorevole esponente agisce in maniera inversa e proporzionale rispetto ai podisti di prima linea. Mi spiego: dalla lettura dei cronisti al seguito si ricava che il riposo di giovedì è stato estremamente ricaricante: Elena con l’ittiolo al fango si è ripresa, Achab tra discoteca, tuffi in piscina, mare nelle ore più calde sembrava uno che per caso si trovava da quelle parti e sempre per caso era in testa alla classifica; i modenesi  sono andati a Palinuro in gita, i francesi a Pompei, i pugliesi a Paestum. Queste scelte regionalistiche mi incuriosiscono (tante grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto, anche a quelli di cui non conosco il nome che agli arrivi si complimentavano con me manco fossi una delle brave). Fin qui il riposo rigenerante per gli atleti veri.
La mia giornata di riposo (e di quelli come me) è trascorsa a bordo piscina tra automassaggi, doloretti vari, sfottò in diretta telefonica degli amici podisti rimasti a casa, pensieri poco sportivi di mense imbandite in qualche paesino cilentano, e una stanchezza diffusa che la giornata di pausa, diversamente dai bravi,  ha contribuito ad aumentare. Per fortuna c’erano i panini con i crauti, il principe d’Inghilterra, l’orso cilentano e le red bull (scusate la digressione, ma gli amici del mio gruppo capiranno).
I deltaplani- libellule li ho associati molto tempo dopo all’idea di leggerezza La quarta tappa è ancora più tosta: perfino il colore delle mura del santuario alla partenza ricordavano il colore delle terre africane; andava bene per Gris e Achab, per me e la mia amica di fatica era solo gran calore. Ma ci sono e ci resto perché ogni sofferenza della corsa è rinascita finale e noi aspiriamo all’immortalità. Per questo corriamo:  rinasciamo alla vita alla fine di ogni corsa, sublimando così la nostra aspirazione all’immortalità, nel nostro piccolo più o meno come i faraoni egiziani che colmavano lo stesso desiderio di immortalità con le piramidi; noi più semplicemente con la corsa.
Prendo le curve dello sterrato quasi fossi Valentino Rossi (io le tasse le pago però), i contadini ci guardano straniti e Giungano del trace Spartacus  si avvicina mi sento forte, che bella avventura mi hanno regalato questi amici organizzatori; in una strettoia incontro il sorriso accogliente di Peppe Sacco che mi immortala in una spero splendida foto (grazie ai Nicola dop podisti (non è un errore la P, siete a denominazione protetta perché siete preziosi per noi) ed ecco l’arrivo, pare fatto apposta in discesa tra i sorrisi di Annamaria, precisissima coadiuvante dei giudici di gara e di un pubblico gentile.. Aspetto il mio amatissimo marito con una fetta di anguria in premio.
L’entusiasmo che ravviva le facce degli atleti è identico a quello degli alunni alla notizia che la loro prof quella mattina è ammalata:  felicissimi ma non si deve vedere.
Partenza raccorciata per il caldo evvaii
Si parte, sarà una passeggiata, dieci Km sono una bazzecola campi ordinati, innaffiati, anche le mie idee necessiterebbero di un’innaffiatura, per fortuna ci pensano le guardie forestali (grazie anche a loro). Sono all’assalto del rocca piena di aspidi, me li immagino questi serpentelli in una fossa per fatti loro, scomodati dal signorotto del luogo che si costruisce la sua fortezza. Il mio compagno Giuseppe è un pirata in crisi di glicogeno, però resiste. Nell’ultimo tratto tra l’incitamento del figlio di Oreste (grazie!) e Pasquale che mi viene a prendere concludo la mia fatica e non sapevo di avere ancora tanta forza per saltare sotto la doccia con tutti gli altri tra baci e abbracci con una fetta di anguria in mano e nell’altra la medaglia.


Se mi vedessero i miei alunni
Un Bacio a tutti.


Adelaide Di Meo
AL.B.A.  BACOLI 

Autore: Adelaide Di Meo

Share

About Author

Peluso

Questo Sito utilizza cookie di profilazione, propri e di altri siti. Se vuoi saperne di più clicca sul link con l'informativa estesa. Se chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie INFORMATIVA COOKIE

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

>