Cronaca — 06 aprile 2011

Si continua a girare in questo circuito ricavato ai margini del Villaggio Olimpico, in cui si alternano brevi tratti transennati ad ampi spazi liberi. Sono costretti a guardarsi sempre in faccia i 17 millechilometrisi e i 9 settegiornisti. Ogni 12 ore, i giudici impongono l’inversione del senso di marcia. E’ l’osservanza del Regolamento Internazionale, l’unico diversivo che rompe la monotonia. Gli occhi degli ultramaratoneti hanno ben poco su cui posarsi. Su un lato della pista di gara, corre parallela una strada a scorrimento veloce, che nasconde la vista del mare; sull’altro lato, si eleva altissimo il palazzetto del basket, che sbarra la visione delle montagne; la prua e la poppa di questo tracciato dalla forma allungata si perdono in vasti parcheggi. L’unico punto interessante è il passaggio sotto il ponte pedonale, che scavalca la strada e la testa dei concorrenti.


Il Direttore della manifestazione è Costas Baxevanis, che gareggia e si sta rivelando atleta competitivo. Sul campo, il factotum è Simon Simeonoglou, intelligente, intuitivo, malleabile, attivo. Capisce tutto a volo, e risolve qualsiasi problema. L’organizzazione ha messo a disposizione numerose stanze dove distendere il sacco a pelo per riposare, bagni e docce a non finire, anche se l’acqua non è sempre calda. E’ stato fatto un grande investimento nel conteggio elettronico dei passaggi. Ci sono ben tre punti di rilevamento dei cip. Per un tracciato breve e tutto a vista, mi è sembrato eccessivo. Qualcuno accenna al fatto che, nelle passate edizioni, qualche corridore nottambulo, approfittando del buio della notte, abbia fatto il furbo. Ecco spiegato il motivo di tanto spreco.


Intanto, s’inanellano giri a ripetizione, anche se molti hanno perso la brillantezza del primo giorno. Le sofferenze sono già iniziate. Qualcuno zoppica, qualche postura ricorda la torre di Pisa. C’è chi si sdraia per terra ed alza gli arti inferiori al cielo, in scarico, dicono. A me sembra che li elevino perché scenda su di esse la divina benedizione, a rendere più sopportabile la fatica.


E’ vero, sono gare di testa, queste. E’ il cervello che lancia gli impulsi, e le gambe garibaldinamente obbediscono. Ma quando sono stanche, con i piedi ricoperti da vesciche, e le ginocchia flettenti sotto il peso del corpo, i neuroni possono mandare tutti gli ordini che vogliono, non vanno. La testa comanda, gambe permettendo.


Per via dei piedi, Angela Gargano ha attraversato una giornata molto dura. Dolori lancinanti a livello delle teste metatarsali, le hanno impedito persino di camminare. Era molto delusa, e pensieri funesti si sono affacciati nella sua mente. Le ho spiegato che il dolore è un evento positivo, non negativo. E’ un campanello d’allarme che ricorda essere andati oltre i limiti consentiti. Con il riposo, si raggiunge un duplice obiettivo: scompare il dolore, e si permette di recuperare energie al corpo. Le programmate tabelle di marcia possono attendere.


Questi i passaggi allo scadere della 48^ ora.


1000 km maschili: 1) Wolfang Schwerk (GER) 367 km, 2) Nikitas Nomikos (GRE) 277 km, 3) Costas Baxevanis (GRE) 275 km.


1000 km femminili: 1) Martina Hausmann (GER) 251 km, 2) Sarah Barnett (AUT) 248, 3) Angela Gargano (ITA) 212 km, 4) Marthie Brits (ZAF) 210 km, 5) Michelle Fookwe (ZAF) 179 km.


7 Giorni: 1) Sharon Gayter (donna) (GRB) 278 km, 2) Christian Stolovitz (AUT) 242 km, 3) Anagnostis Kokonias (GRE) 218, 4)Chien Chen (Taipei) 203, 5) Ria Buiten (dona) (Olanda) 195 km

Autore: Michele Rizzitelli

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