Maratone e altro slide — 03 luglio 2016
4luglioCoda già dal mattino presto, sabato 2 e domenica mattina 3 luglio 2016,  sulla nuova passerella verso Sant’Antonio di Corteno Golgi – pardon, su alcune passerelle per l’empireo tracciate nei boschi – in occasione della maratona del cielo n. 21, sempre nella patria del Nobel Golgi.
Lungo l’inedito segmento iniziale della corsa verso Doégn e Predabüsa, approntato dall’organizzazione per aggirare dall’alto la frana caduta a gennaio sulla strada di Sant’Antonio (borgo dal quale passa comunque al termine dell’impegnativa variante), già da prima delle sei mattutine salgono gruppetti o singoli, che si portano avanti rispetto ai concorrenti. Poi, circa 20′ dopo la partenza la cui eco ci è giunta da lontano, sbuca un drappello in fila indiana, guidato – pensate un po’ – da Super Manu Brizio in persona: per partire così a razzo avrà scelto la mezza? Tranquilli, farà la lunga e la conferma viene dalle due compagne che la seguono, la romena Denisa Iolena Dragomir e la sempre sorridente Silvia Rampazzo. Seguono le altre, più o meno sgranate, e tutte ricambiano il saluto o l’incitamento.  Molte sorridono. Riconosco Giovanna Monella, Patrizia Pensa, la keniota Esther Waniku Mutuku scura come il bosco, l’abbronzatissima Cinzia Bertasa, Lorenza Combi, Monia Acquistapace, Stefania Tavana, Enrichetta Vezzoli. I passi leggeri delle ragazze non coprono nemmeno i cinguettii degli uccelli che fanno concerto tra le fronde delle conifere. Passa l’ultima e ritorna la quiete assoluta. Passano pochi minuti ed ecco spuntare alcune sottili figure nerissime, che volano sui gradini del sentiero fatto di radici. Tra quattro africani c’è anche un bianco, ma non lo riconosco; forse un iberico. Poi inizia una fila ininterrotta che arriva dai morbidi tornantini foderati di aghi e che, ora sì, copre il canto degli uccelli: ansimano tutti rumorosamente e nessuno si sogna di rispondere al saluto d’incitamento. Sono già in trance agonistica e dove il sentiero si sdoppia qualcuno scatta per passare una o due posizioni. Mi pare incredibile, anche perché mancano ancora 40 km, o nell’ipotesi migliore 22. Riconosco Pivk, Piller Hoffer, Butti, Tavernaro, Cristini, un Trentin e qualche altro, ma sono troppi e mi sfilano sotto il naso e l’obiettivo quasi impallandosi. Bisogna aspettare la seconda metà del potone per ricevere qualche risposta di saluto dai vari Marniga, Moia, Capitani, Meroni.
Al primo bivio della strada in cemento con il sentiero nel bosco si verifica il fenomeno che mi ricorda The Floating Piers a Sulzano, anche se qui non ci sono elementi di plastica e a dominare è la natura alpina assoluta. La virata è secca e ripida, per cui il gruppone s’intasa e tutti devono più o meno fermarsi un po’ in attesa che la coda defluisca, anche perché sono proprio tanti. A un certo punto qualcuno, impaziente, prende una piccola scorciatoia di qualche metro e si arrampica letteralmente nel terreno quasi verticale. Forse per non perdere il ritmo. Complice il tappo, pochi sono rimasti indietro: saranno una quindicina quelli che salgono più in basso mentre io scendo loro incontro, seguiti a ruota dal drappello scopa.
A me non resta che tornare a valle nel fresco della luminosa mattina cortenese. E a loro di sudare e faticare felici, per molte ore, nella luminosa cornice orobico-camuna.

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Peluso

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