Maratone e altro slide — 20 aprile 2018

Virgin London Marathon 2013Il nuovo mondo di Mohamed Farah e il desiderio di entrare nella leggenda di Mary Keitany: la maratona di Londra è un campo di battaglia cosparso di sorrisi, irrigato di ambizioni. Di chi corre e di chi organizza quella che l’esercito che prenderà il via tra Greenwich e Woolwich vivrà come un’indimenticabile babele, un giorno da appuntare nell’agenda della memoria.

“So che potrei muovere passi su una strada storica”: la piccola Mary Keitany, nata sul lago Baringo (dove ha visto la luce anche Paul Tergat), ringrazia chi è al vertice della corsa, a cominciare da Hugh Brasher. Dopo il 2h17:01 di un anno fa, record mondiale in gara “solo donne”, è venuta naturale la decisione di dare una mano che può risultare decisiva: lepri di sesso maschile per scandire il ritmo, per dare l’assalto al 2h15:25 che Paula Radcliffe firmò proprio a Londra, il 13 aprile di quindici anni fa. Un tempo alla Bikila, esclamò qualcuno di fronte all’andatura sgraziata della coraggiosa, determinatissima Paula.

“Si può fare – dice Mary, 36 anni e la chance di centrare un poker londinese – a condizione che non mi lasci trasportare sulle ali di cadenze infernali. Un anno fa, nella prima parte, correvo da 2h11. No, non è il caso. E proprio la presenza di scanditori di ritmo esperti si rivelerà decisiva”.

Una sfida accesa con Tirunesh Dibaba che l’anno scorso, assalita da crampi allo stomaco, affrontò i due micidiali sottopassaggi lungo il Tamigi vomitando ma senza arrendersi, sino a centrare un personale quattro secondi sotto le 2h18. “Rispetto a un anno fa, sono in una forma migliore: dopo la vittoria a Chicago, due mesi di riposo e una ripresa graduale, senza un problema”.

Nello scontro intende trovare posto la piccola ed eternamente allegra Vivian Cheruiyot, altra veterana, quasi 35 anni, ancor più minuscola di Mary (1,55 contro 1,58) che nel 2017 esordì proprio a Londra sui 42 km chiudendo in 2h23:50. Vivian parla in modo esplicito dell’obiettivo che si è data prima di chiudere la sua vita di corsa: “Vincere la maratona olimpica di Tokyo, ma non sono qui solo per fare espeienza…”. E una parte da protagonista si riserva Rose Chelimo, keniana del Bahrain, campionessa mondiale otto mesi fa, su quello che qualcuno definì un circuito turistico. “Quel giorno, 2h27. Perché non pensare che dieci minuti di meno siano possibili?”.


Mo Farah

Nessuna delle quattro moschettiere teme un caldo primaverile abbastanza sorprendente: nel pieno della corsa, annunciati 21 gradi.

“Quattro anni fa, dopo 17 miglia, ho dovuto stringere i denti e cercare dentro di me la volontà di andare avanti”, racconta Mohamed Farah tornando al 2014 del suo esordio sulle 26 miglia, all’approdo a Buckingham Palace in 2h08:21, a quattro minuti quasi tondi da Wilson Kipsang. Ora ha obiettivi molto solidi: il record britannico, vecchio di trentatré anni, il 2h07:13 dell’aviere gallese Steve Jones, ma nel mirino potrebbe finire anche il fresco europeo, 2h05:48, del norvegese Sondre Nordstad Moen, allenato da Renato Canova.

“2h04, 2h03, forse il record del mondo: chissà come va a finire”, sparge buonumore e ottimismo Mo, il britannico di Somalia che ha cosparso gli albi d’oro di dieci titoli globali su 5000 e 10000 e che non ha ancora esaurito il suo slancio vitale: dopo la doppia doppietta 5000-10000, la maratona di Tokyo può assicurare un trono tra i più grandi.

“Guardo gli avversari ed è il meglio che c’è: Eliud Kipchoge, che 42 km se li è lasciati alle spalle in due ore e pochi secondi; Kenenisa Bekele che è arrivato a un soffio dal record del mondo; Daniel Wanjiru, che qui ha vinto l’anno scorso. Non so se possa essere l’occasione per puntare a un tempo stratosferico: sarebbe necessario impostare un ritmo violento, uniforme. Ma non bisogna dimenticare che vincere qui è importante, lascia un segno”. Mo prova a fotografare uno scenario di accelerazioni, di rallentamenti, di assalti violenti dopo il trentesimo.

Dice di essere pronto, di vivere una condizione perfetta: tre mesi sull’altopiano dell’Etiopia, con la nuova guida, Gary Lough, che ha portato profonde modifiche e novità nello schema di allenamento. “Gary è un genio: aver ridotto i recuperi durante le ripetute sulle varie distanze ha costruito una nuova resistenza alla fatica”. Anche qui, uno scontro incrociato tra veterani: Farah, 35 anni un mese fa; Bekele, quasi 36; Kipchoge, 34 nel novembre che verrà. Il record è in mano al micidiale Eliud, 2h03:05 due anni fa.

TV – La maratona di Londra sarà trasmessa in diretta su Eurosport 2 domenica 22 aprile, ore 10.00-13.30.

ufficio stampa fidal

 

 

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