Maratone e altro — 23 settembre 2009

Cecilia Mora ancora vittoriosa


La campionessa del mondo di Ultra-Trail, Cecilia Mora, è tornata alla vittoria nell’Iron Trail di Oulx, in provincia di Torino. Percorso severo, lungo una quarantina di chilometri, reso molto impegnativo anche dalle difficili condizioni ambientali, che hanno costretto gli organizzatori ad accorciare il percorso. La gara è stata vinta da Marco Zorantonello, mentre Cecilia è stata la prima donna e seconda assoluta. Seguono Daniele Fiori e Graziano Cantore, mentre la seconda donna è stata Daniela Bonnet.


 

Balatonalmadi

Il grande lago Balaton è il luogo di vacanza preferito dagli ungheresi, almeno quelli che non possono permettersi di raggiungere le località marine del Veneto, Croazia e Slovenia. Vi si mangia un eccellente pesce arrostito intero, annaffiato da un buon vino bianco di produzione locale, molto aromatico. Quasi tutte le località che vi si affacciano portano un nome che comincia con Balaton… seguito da qualcosa e così è anche per Balatonalmadi, dove gli attivissimi appassionati di UM si sono dati appuntamento per una buona 6+12 ore. Nella Sei Ore l’unico risultato di un certo interesse è stato quello conseguito da Zoltan Osso, che ha realizzato 78.697, ma i risultati più interessanti vengono dalla 12 ore femminile. Qui la giovane (classe 1979) Eva Gurdon è arrivata seconda assoluta, alle spalle del solo Csaba Lajko (124.951) con la buona misura di 122.618 percorsi nelle 12 ore. Alle sue spalle, bene anche Szylvia Lubics con 117.030

Steyr

Buoni risultati nel campionato austriaco dei 100km su strada, corsi in Stiria. Ha vinto Bernhard Santner in 7:35.58 davanti a Andreas Pfandlbauer (7:49.00). Al terzo posto asosluto ha concluso la prima donna, Sabine Hofer, autrice di un tempo buonissimo: 7:58.34, record nazionale, che rappresenta la sesta prestazione mondiale dell’anno.
Nella gara di contorno dei 50km, vittoria per il sanremese Andrea Anselmi, in un modesto 3:24.38

Commonwealth

Il Commonwealth è una comunità di Stati Indipendenti, uniti fra di loro solo dal fatto di essere stati in passato colonie inglesi, e, al giorno d’oggi, da interessi economici di un certo rilievo.
Ne fanno parte 53 Stati, fra grandi e piccoli, per una popolazione che assomma ad un quarto dell’intera umanità. Si parte dalle Nazioni che spesso gareggiano unite sotto la bandiera del Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord ed Isola di Man), si prosegue con notevoli insediamenti nei Cairabi, però poco dotati per la corsa lunga (Giamaica ecc.), si approda in Asia con la grande India, ma anche Malaysia, Singapore e Sri Lanka, per toccare infine l’Africa, con le grandi nazioni di corridori (Kenya, Tanzania, Burundi, Uganda, Rwanda, Zambia) fino a quelle dell’Africa Australe, capitanate dal Sud Africa (e dintorni) che è il Paese dove le UM godono di maggiore popolarità e partecipazione al mondo. Naturalmente non possiamo dimenticare Australia, Nuova Zelanda e Canada, che del Commonwealth sono le principali fautrici.
In questo quadro, la notizia che si stavano organizzando delle competizioni UM e Corsa in Montagna nell’ambito dei Commonwealth Games ha galvanizzato tutti, vedendo in questo un primo passo verso l’inserimento di queste discipline quanto meno nei Campionati del Mondo. Almeno per quanto riguarda la 100km, dato che la distanza è ufficialmente riconoscita dalla IAAF.
Poi la prima delusione: non si trattava, è stato chiarito, dei Games, ma bensì di un anonimo Campionato, non meglio definito, che si svolge in date e località diverse dai Games e fuori dagli stessi. Ma anche così l’avvenimento rimaneva interessante, tanto più che la IAAF mostrava cauti ma espliciti segni d’interesse. Logico quindi, sperare che l’iniziativa avesse il massimo successo di partecipazione. Una buona partecipazione era infatti il dato più importante in quanto in questo modo il movimento delle UM avrebbe potuto dimostare la vastità della sua presenza e la sua diffusione nel mondo, dato questo assolutamente fondamentale per sperare nell’inserimento in manifestazioni ufficiali importanti: i Campionati del Mondo di Atletica, e poi, chissà, le Olimpiadi. In questo quadro la partecipazione africana era essenziale.
Niente di tutto ciò….
Alle due competizioni ultra risultavano iscritti solo atleti provenienti dal Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada. Niente Africa. Non solo, ma in ciascuna gara la partecipazione non superava la trentina di iscritti, nonostante che non vi fossero limiti di iscrizione. La stessa nazione organizzatrice, il Galles, è stata incapace di mettere in campo atleti sufficienti per partecipare alla classifica a squadre. A riprova di un certo pressapochismo organizzativo vi è anche la circostanza che la data coincide con quella della prestigiosa London to Brighton, da poco rinata in forma trail, che certamente ha sottratto partecipanti.  
Sul piano politico possiamo purtroppo parlare di un fallimento. Speriamo che non rallenti la marcia di avvicinamento alle grandi competizioni, ma certo è una brutta battuta d’arresto.
Non così sul piano tecnico, dove le cose invece sono andate decisamente bene.
Nella gara delle 24 ore l’australiano Martin Fryer ha siglato un risultato tecnico di tutto rispetto con 255.934km, seguito dal connazionale Jo Blake (248.106) e dal britannico John Pares (244.377). Altrettanto dicasi della gara femminile, vinta dalla britannica Sharon Gayter con 226.489, una prestazione che le avrebbe consentito di arrivare terza al recente mondiale di Bergamo. Seguono Vicky Skelton (212.683) e Susie Jamieson (206.979)
Nella 100km i vincitori si sono espressi su prestazioni di grande rilievo: Jez Bragg ha vinto la gara maschile in 7:04.01 davanti a Matt Giles (7:05.28) e Matthew Lynas (7:09.52). Tutti inglesi. Ancora meglio le donne. La vincitrice è l’australiana Jackie Fairweather in 7:41.23,  seconda prestazione mondiale dell’anno. Seguono Emma Gooderham (8:04.09) e Lucy Calquhoun (8.19.45). Solo 31 i partecipanti nella 100km, fra maschi e femmine.
Le classifiche a squadre testimoniano anche qui il fallimento politico dell’iniziativa: 4 nel maschile e 3 nel femminile, corrispondenti a 3+2 nazioni. Peggio di così…!

Mors 100miles

La distanza delle 100 miglia (160.934km) è di solito legata al concetto di ultra-trail, in quanto negli Usa rappresenta l’ambito traguardo per la carriera di tutti i corridori che si avventurano a correre nei magnifici luoghi naturali del Paese. Anche in Europa questo “taglio” sta cominciando a prendere spazio, ma spesso le corse avvengono su strada o su percorsi che prevedono, si, alcuni tratti di fuori strada ma “corribili” sia pure con qualche attenzione. A questo tipo di gara corrisponde la 100 Miles Mors, in Danimarca, che è stata scelta dagli ungheresi come gara da colonizzare in questo scorcio di stagione. Ha vinto il forte Attila Vozar, che ha impiegato 13:28.16 a coprire il lungo percorso. Si tratta di una delle migliori prestazioni su questa poco consueta distanza. Seguono Janos Zabari, che abbiamo visto spesso anche in Italia, in 15:09.43, il danese Larssen (15:19.23) ed ancora Mihaly Molnar (15:44.31)

50 miles The North Face

E’ questo il titolo di una delle tante challange che si svolgono negli Stati Uniti. Questa ha lo scopo dichiarato di proporre percorsi trail veloci, che consentono gare più simili a quelle che si corrono in Europa. La corsa che si è svolta nei dintorni di Washington Dc presentava queste caratteristiche, e ne è uscita una gara tiratissima fra corridori che possono legittimamente aspirare a far bene anche nella classica 100km. Ha vinto Ben Nephew in 6:27.14, allo sprint davanti a Leigh Schmitt (6:27.21) e solo terzo il miglior centista Usa, Michael Wardian, in 6:31.14

Autore: Franco Anichini

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