Atletica News slide — 06 dicembre 2016

dopingIl doping, ovvero l’uso di sostanze illecite in ambito sportivo, è da sempre considerato una vera e propria piaga all’interno del settore.

Le cause e gli effetti possono essere diversi a seconda dei contesti e delle persone che ne fanno uso, ma una cosa che accomuna tutti quelli che si sottopongono all’uso di sostanze proibite, è decisamente l’immagine distorta che hanno del proprio IO.

E’ notorio che più o meno tutti sappiamo cosa provocano l’EPO, il nandrolone, il cortisone ad alto dosaggio e tutta la schiera di molecole inserite nella lista nera della WADA, sappiamo ad esempio che il miglioramento prestativo è decisamente spinto al di là del limite personale di quell’individuo, producendo un’esaltazione del gesto atletico a dir poco esuberante rispetto allo standard “normale” di quella specifica persona.

Però pochi sanno cosa produce a livello psicologico ma sopratutto pochi riescono a capire il “perchè” quella determinata persona ha bisogno di tutto questo per andare avanti.

Ebbene, il soggetto che fa uso di sostanze dopanti, è prima di tutto una persona molto fragile da un punto di vista psicologico, non tanto perchè si fa attrarre dalla prospettiva di un facile miglioramento prestazionale, quanto piuttosto perchè entra nel girone infernale della dipendenza da sostanza, ovvero in quella che gli specialisti sovente chiamano , tossicodipendenza.

Il confine tra le due dimensioni (doping e tossicodipendenza), infatti è molto sottile, entrambe descrivono persone che si drogano, persone che quindi cercano gratificazione all’esterno del proprio IO, considerato in questi casi, insufficiente nel produrre stati di piacere.

La cosa che definisce i due consumatori, è solo la differenza delle sostanze usate, nel primo caso infatti si usano farmaci che migliorano la prestazione e che rimandano alla persona un senso di auto-efficacia che senza non avrebbe, nel secondo caso, invece, la droga che si assume, serve per ottundere il mondo circostante considerato troppo pericoloso ed ostile per la persona che vive la sostanza come un’oasi di piacere indotto.

In entrambi i casi, però, si assiste ad una condizione di disagio: l’atleta, infatti, viene lusingato dalla possibilità di effettuare un risultato strepitoso, è come se gli si promettesse una gloria superiore alla propria capacità di immaginarsi come persona “gloriosa”, in questo caso a difettare sono proprio i meccanismi di forza dell’Io, ovvero di quella capacità di godere di ciò che si è, facendoselo bastare.

Nel caso della tossicodipendenza, invece, la lusinga viene rappresentata dalla capacità di evasione prodotta dalla sostanza che allontanerebbe solo temporaneamente la persona dai propri problemi esistenziali.

In tutti e due i casi però si assiste alla promessa di un qualcosa di “fantastico” prodotto proprio dalla fruizione della sostanza, chi cede a questa illusione, inevitabilmente manifesta una scarsa stima delle proprie capacità, una vera e propria frattura dell’ Io; questo paradossalmente lo si osserva anche quando parliamo di persone molto forti da un punto di vista atletico e che viviamo come beniamini o come esempi di vita da seguire e che solo in seguito scopriamo e malauguratamente valutiamo come persone dopate.

Quello che voglio qui sottolineare è non tanto il giocare sporco di chi fa ricorso al doping per migliorare, è quello che c’è dietro al miglioramento che è a mio avviso preoccupante, perchè siamo in presenza di persone fortemente influenzabili e con disagi pregressi che non vanno assolutamente strumentalizzati, bensì curati.

Spesso dietro le storie di chi è stato scoperto a utilizzare sostanze proibite, si nascondono situazioni di abuso sessuale, maltrattamenti di vario genere, fallimenti economici, quindi tutte situazioni potenzialmente patogene.

Per tanto più che puntare il dito contro colui o colei che si dopa, occorre piuttosto capirne la storia, cercare le motivazioni profonde che portano il soggetto in questione ad entrare in questo girone, provare a capire quali sono gli elementi esistenziali che hanno portato al fallimento della propria autostima.

Il doping è un mostro potente, un mostro che divora la persona dal di dentro e che spesso la lascia senza risorse e senza neanche la forza per chiedere aiuto.

Da questo punto di vista spero, come si era già paventato per il passato, che nelle ASL possano aprirsi degli sportelli Antidoping per tutti quelli che vogliono uscire da questa dipendenza ma che non hanno la forza per farlo.

Le misure punitive per chi fa uso di sostanze illecite, sono ben chiare ma, essendo punitive e quindi associabili alle dimensioni che producono il problema stesso dell’abuso, hanno scarsa efficacia, infatti spesso anche chi è stato squalificato, ritorna a gareggiare, ritorna in pubblico con più o meno gli stessi disagi di prima, se non aggravati dall’etichetta negativa che gli si è stampata addosso.

Ciò che occorrerebbe fare in questi casi, è sospendere ogni giudizio e provare a capire come ci si sente ad esser dei falliti pur coperti di gloria, solo così si può tentare veramente di aiutare qualcuno a recuperare se stesso.

consueloDott.ssa Consuelo Viviana Ferragina

Psicologa/psicoterapeuta e

Psicologa dello sport

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