Approfondimenti Atletica News slide — 15 novembre 2016

 

ragazzi-correreDa che mondo è mondo, la conflittualità genitori/figli, è sempre esistita, certo, con modalità differenti in base all’epoca e alla cultura di appartenenza, in alcuni casi proprio in virtù di tali conflittualità, si strutturano rapporti molto saldi e complici nel tempo, talvolta invece si assiste ad un vero e proprio disastro relazionale che culmina spesso con prolungati silenzi e salda indifferenza.

Essere genitori oggi, è decisamente molto più complesso e difficile di ieri: le problematiche adolescenziali ed infantili non seguono più il regolare sviluppo presente nei più illustri manuali di medicina e psichiatria, si assiste infatti, nell’epoca moderna, ad un ribaltamento di valori che non permette più un facile orientamento sull’evoluzione del giovane.

Questo cosa comporta?

Comporta inevitabilmente che anche tutte le strategie educative, devono in qualche modo essere riviste e ricucite su misura per ogni singolo ragazzo/a.

Non possiamo più affidarci al rassicurante metodo “della nonna”, utilizzato per i nostri genitori e per le generazioni precedenti, al genitore d’oggi, invece, viene quasi richiesto uno sforzo creativo che gli consenta di conseguire la giusta distanza dal proprio figlio senza tralasciarne i bisogni di vicinanza ed affetto, imprescindibili per un sano sviluppo psichico.

Ecco: ma quale “distanza” e quale  “vicinanza”, occorre avere?

Premesso che qualunque cosa fa un genitore è soggetto ad un errore assolutamente non trascurabile, la vicinanza e la distanza richieste, sono commisurate all’effettivo bisogno espresso dal ragazzo/a.

Spesso i genitori esagerano (nel vero senso della parola) in attenzioni e premure, soffocando così i desideri e la personalità dei figli.

Mi è capitato di frequente osservare in ambito sportivo interazioni genitori/figli a dir poco disfunzionali per un corretto sviluppo di aspettative e desideri nel ragazzo.

Ho notato, infatti,  genitori iper-presenti, iper-giudicanti, ed iper- esigenti, dove il prefisso “iper” connota non solo la reale preoccupazione del genitore circa le perfomance del proprio figlio ma anche e sopratutto la visione “grandiosa” (quasi sempre poco rispondente alla realtà),  che egli stesso adotta come lente per guardare ed “ammirare” il figlio/a in azione.

Adesso il punto non è se sia giusto o meno gratificare i propri figli, ma se dare loro troppa importanza.

Mi rendo conto che le mie parole possono sembrare amare ed anche a tratti scomode, ma l’enfasi con la quale alcuni genitori incentivano gli sforzi fisici dei ragazzi o li mortificano dopo una performance non loro gradita, è qualcosa di insano che va oltre la performance stessa.

La loro assidua presenza, i loro continui giudizi, la necessità di far competere i figli ad ogni costo, senza considerare desideri e volontà del momento, sono tutti tratti che definiscono un genitore avente come unico obiettivo l’eccellenza del figlio. Quando si arriva ad una visione del genere, siamo andati ben oltre l’idea reale del giovane, ovvero quello fatto di carne ed ossa con limiti, difetti e pregi e siamo, infatti, sconfinati nel mondo dell’immaginazione, dove l’attribuzione di meriti sovrastimati, altro non fa che disumanizzare il ragazzo producendogli una distorsione della propria stessa identità.

Per cui egli tanto più si convince di essere eccellente (perchè portato a pensarlo), tanto poco sopporterà ogni inevitabile fallimento con la conseguenza di accelerare un probabile processo di abbandono agonistico.

Un giovane, in fondo, quando ancora poco strutturato, fa leva sui giudizi esterni per ricevere feedback circa la propria efficacia, se questi feedback arrivano da qualcuno che lo fa sentire un essere invincibile, è inesorabile che il ragazzo/a si veda e si senta tale con relativa frustrazione quando scopre che così non è.

Tutto questo lavorare inoltre sulle distorsione del reale, porta i ragazzi con “genitori a seguito” a strutturare atteggiamenti di isolamento, laddove i contesti sportivi prevedono tutt’altro, fare sport, infatti, significa sopratutto confrontarsi con gli altri, comunicare con gli altri, socializzare e scherzare con gli altri, se non c’è tutto questo, significa che parte della gioia prodotta dallo sport, è qualcosa di misterioso e sconosciuto.

La voce del giovane va ascoltata, non soffocata dal nostro egoismo adulto, lasciamoli parlare per come sanno fare e se non ci piace, fa niente, tanto vorremo bene loro lo stesso, per sempre.

 

consueloDott.ssa Consuelo Viviana Ferragina

psicologa/psicoterapeuta

psicologa dello sport

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