Medicina — 18 aprile 2011

L’osteoporosi è una malattia sistemica dell’apparato scheletrico caratterizzata da una diminuzione della densità minerale dell’osso e da un deterioramento della microarchitettura del tessuto stesso. Le ossa, quindi, diventando  più fragili e sono esposte ad un maggior rischio di fratture che costituiscono  l’evento clinico più rilevante dell’osteoporosi, con  maggiore casistica di femore e colonna vertebrale. Nel caso di frattura del  femore, nella maggior parte dei casi, è necessario l’intervento chirurgico con inserimento di protesi. I dati statistici sono sconcertanti perché dimostrano che solo il 50% dei pazienti rimane autosufficiente dopo una frattura di femore e che la qualità di vita successiva viene comunque compromessa.
Le conseguenze delle fratture vertebrali sono meno drammatiche ma, specie se le vertebre fratturate sono due o più, ne possono derivare dolore continuo alla schiena, riduzione della motilità, cifosi (incurvamento in avanti della colonna vertebrale), riduzione della statura, difficoltà respiratorie.
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 1990 si sono verificate circa 1.700.000 fratture di femore nel mondo; ne sono previste 6.300.000 per il 2050. Questi numeri impongono una sempre maggiore attenzione da parte delle organizzazioni sanitarie per identificare i soggetti a rischio e le terapie più appropriate, ma rendono anche necessaria una attenta partecipazione individuale soprattutto per quanto riguarda le attività di prevenzione.
Più che una “malattia” l’osteoporosi è una “sindrome”, cioè una patologia condizionata da numerosi fattori e da concause non completamente conosciute. Per comprendere meglio i meccanismi attraverso i quali l’osso può diventare osteoporotico, e quindi  perdere elasticità e resistenza, è importante conoscere i momenti fondamentali che ne regolano la crescita ed il metabolismo fisiolgico.
Contrariamente a quanto si può ritenere, l’osso è soggetto a continuo rimaneggiamento. La struttura generale dello scheletro è rappresentata da un substrato di proteine molto resistenti ed elastiche (collagene), nel cui contesto si depositano i cristalli di calcio e fosfato che ne conferiscono rigidità e consistenza.
L’osso ha anche una componente cellulare, come qualsiasi altro tessuto, costituita da cellule multipotenti differenziate per effetto delle citochine, queste cellule sono: le altamente specializzate e dedicate alla formazione di nuovo osso (osteoblasti), alla distruzione ed al riassorbimento dell’osso invecchiato (osteoclasti),e verosimilmente alla regolazione autonoma di queste due attività (osteociti).
Il processo metabolico generale prende il nome di “rimodellamento”.
In condizioni normali esso si svolge con una sequenza prestabilita: intervengono prima gli osteoclasti, che producono una piccola cavità di riassorbimento; questa cavità viene poi riempita da nuovo tessuto calcificato ad opera degli osteoblasti, e così di seguito, con cicli continui della durata complessiva ciascuno di 90 giorni. Se la quantità di osso neoformato è pari a quella di osso assorbito si ha una condizione di equilibrio metabolico.
L’osteoporosi sopraggiunge come evento finale di una serie di cicli durante i quali viene riassorbito più osso di quanto non se ne formi.
Questo può avvenire perché gli osteoclasti lavorano troppo o perché gli osteoblasti lavorano troppo poco, o per tutte e due le cause assieme.
Poiché il rimodellamento nel suo complesso è regolato da un’enorme serie di fattori (ormoni, farmaci, attività fisica, patologie locali etc.) le cause che possono condurre allo sbilanciamento dei processi di formazione e riassorbimento, e quindi all’osteoporosi, sono assai numerose.
Durante l’infanzia e l’adolescenza prevale la formazione di nuovo osso; ciò consente l’allungamento delle ossa e quindi la crescita, ma anche la deposizione di una adeguata quantità di minerale, che viene così accumulato come “deposito”.
La massima capacità individuale di accumulare minerale nell’osso viene raggiunta al momento del cosiddetto “picco di massa ossea”.
Ciò avviene intorno ai 20-25 anni nella donna ed i 25-30 anni nell’uomo. Dopo questa data, se i meccanismi di controllo funzionano bene, l’osso rimane in equilibrio, nella donna sino alla menopausa, nell’uomo sino a 65-70 anni. Alla menopausa, di norma tra i 45 anni e i 55 anni, la rapida cessazione della secrezione di estrogeni condiziona una perdita progressiva di minerale dallo scheletro femminile, di regola quantizzabile intorno all’1-2% per anno, e dipendente da un prevalere del processo di riassorbimento su quello di formazione.
Una menopausa precoce, o la menopausa chirurgica (ovariectomia) anticipano il momento in cui la donna inizia a perdere minerale. La riduzione del contenuto minerale osseo legata all’età sembra essere dipendente soprattutto da un rallentamento della formazione.

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Peluso

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