Cronaca — 04 maggio 2008

Corri Filippide’. L’aereo da turismo attraversa il cielo proprio sopra le nostre teste, lo striscione che strascina dietro di sé è disteso e ben leggibile: ‘Corri Filippide’.


Siamo assiepati alla partenza di questa edizione del Campionato Italiano Master a Paestum e siamo in tanti e gli atleti vengono davvero da tutta Italia, molti li conosco e li ho riconosciuti tra i completini variopinti ed il via vai del riscaldamento. Ma cosa li spinge e percorrere centinaia di chilometri per venire dalle provincie di Trento, Udine o da quella di Trapani. Forse l’ambizione di vincere un titolo italiano di categoria? Me lo sto domandando già da tempo e le mie conclusioni sono molteplici: qualcuno sicuramente spera di vincere per suscitare l’invidia del collega che esce a scarpinare con lui tutte le mattine e che puntualmente gli arriva dietro ad ogni gara, qualcuno ne approfitta per accoppiare il podismo al turismo (ed il posto di oggi lo merita sicuramente), qualcuno per confrontarsi con altri atleti, per puro spirito sportivo, al fuori della solita cerchia domenicale senza alcuna ambizione se non quella di esserci.


Ed io? Perché sono qui? Sicuramente perché siamo a Paestum, ma non solo. A me piace molto l’idea di confrontarmi con chi non conosco, di mettermi in discussione così, come se fosse un gioco, non c’è nulla da perdere. E poi, Gigino, il presidentissimo, ha chiesto di impegnarmi, giochiamo in casa.


L’aereo scorre via e gli ultimi minuti che precedono la partenza sono scanditi dallo speaker. Gli ultimi secondi sono convulsi, le transenne vengono rimosse, si allontana il servizio d’ordine, sale la tensione e, finalmente, viene dato il via. Traumatico e stressante come sempre. Ero in prima fila e mi ritrovo circondato, una mano si aggrappa alla mia spalla trattenendomi, temo di essere risucchiato all’indietro ma mi svincolo e ad ogni istante che passa la situazione migliora e c’è sempre più spazio. Trovo la mia giusta collocazione. Sono nel gruppo di testa ed il ritmo mi sembra elevato forse perché sono rimasto quasi venti minuti immobile in attesa della partenza, altro che bel riscaldamento. Il percorso è ritenuto velocissimo ma metà giro intorno alle mura dell’antica città è disturbato dal vento e proprio la parte in leggera salita. Appena affrontiamo il tratto controvento il gruppo rallenta vistosamente: mi trovavo nella seconda fila ed ora i primi si allargano per cedere lo scomodo compito di tirare. Pazienza, proseguo, l’andatura mi sembra accettabile anche se cominciano a venire dei dubbi: se non avessi gareggiato due giorni fa forse oggi sarei più fresco, ma no, non c’entra niente. Qualcuno mi tocca il piede da dietro una prima volta, poi un’altra e un’altra ancora. Mi infastidisco ma rimango lì.


Nella parte superiore del percorso si rifanno avanti gli impavidi che tirano, il gruppetto è ancora numeroso e concludo che il confronto che cercavo oggi c’è. Mi guardo intorno, non riconosco quasi nessuno, ma siamo ancora una decina, troppi per un arrivo in volata. I sensi si acuiscono, cerco di percepire i segnali che provengono dal mio corpo, sono segnali positivi, decido che sono in grado di aumentare ma non è il momento di farlo. Intanto cerco di ascoltare anche gli altri: qualcuno ha il fiato grosso, altri sembrano più controllati.


Si conclude il primo giro e passiamo al posto di ristoro, prendo una bottiglietta ma non voglio bere, mi bagno solamente. Ecco gli sbandieratori a segnalare il sesto chilometro e ci ritroviamo nella parte controvento, si ripete la situazione del giro precedente: nessuno vuole tirare il gruppo e mi ritrovo davanti. Gli atleti dietro continuano a toccarmi i piedi e decido che l’attesa può avere termine, se devo essere davanti non voglio più che ciò sia di vantaggio per gli altri, aumento decisamente il ritmo e, immediatamente, percepisco più forte il fastidio del vento contrario. Non mi rendo conto se qualcuno è nella mia scia, non avverto il rumore dei passi degli altri, ma non mi illudo, il vento porta via i loro rumori e non riesco a valutare la distanza che ci separa. Continuo a mantenere il ritmo alto, la parte in salita non è lunga e, terminata la salita, ha fine anche il vento.


Mi rimane l’ultimo tratto, devo mantenere il vantaggio acquisito ed è fatta, costeggiamo ancora le mura fino a varcare un’antica porta di ingresso alla città. Chissà quante gesta eroiche hanno visto queste pietre, forse qualcuna degna come quella di Filippide ma che la storia non ha registrato. E’ emozionante correre in questo posto, è emozionante correre.


Ultimi cinquecento metri, svolto verso il traguardo, posso completare con tranquillità, ho evitato la volata, vedo sullo sfondo a bordo strada Gigino in casacca rossa (impossibile non notarlo), strilla più dello speaker dotato di microfono e, incredibile ma vero, corre pure lui verso il traguardo che attraverso poco dopo. Pochi secondi e cominciano ad arrivare i miei compagni di avventura, oltre mille.


E’ stata una bella gara ed è stata una bella manifestazione nel suo complesso.


Poche ore e tutti si ritroveranno nelle proprie città, a Trento, ad Udine, a Trapani…

Autore: Marco Calderone – ASD Antoniana Runners Club

Share

About Author

Peluso

Questo Sito utilizza cookie di profilazione, propri e di altri siti. Se vuoi saperne di più clicca sul link con l'informativa estesa. Se chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie INFORMATIVA COOKIE

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

>