Cronaca — 22 marzo 2010

Clicca per l'immagine full sizeBiancheria di ricambio, asciugamano, telefono, indumenti da buttare… le solite cose. Poi nello zaino anche l´iPod e come abitudine lo accendo mentre usciamo per andare alla partenza. Con me Yuri, questa volta siamo solo in due, con ruoli ed aspettative diverse ma lo stesso fine: dare il meglio di noi stessi, come sempre. Perché in fondo ogni istante, ogni momento, ogni ora, ogni giorno che passa può essere un’occasione mancata. Ma non é detto che non ce ne saranno altre belle, magari in maniera diversa. Ma non quelle. Parlo di quei treni che hai lasciato passare, continuando poi a seguirli da lontano raggiungere le rispettive destinazioni. Pretendere che tornino indietro, é impossibile e sarebbe l’ennesima delusione, ed allora ti accontenti che ti guardino dal binario affianco e magari ricambi il sorriso aprendo il finestrino ed aspettando una ventata di aria fresca quando ti passano accanto. Talvolta basta un sorriso, certe altre sapere che c’é, ma comunque vada non é più il tuo treno e non ci puoi più fare niente. A meno che non passi nuovamente, ma questo succede solo nei film. Isolarmi, rendermi impermeabile, inaccessibile, caricarmi prima del via. Scelgo sempre con cura la musica che poi continuerò ad avere in testa per questo viaggio di tre ore. Con me funziona sempre. Ma stamani non trovo quella giusta, forse per oggi non c’é, forse per oggi ci vuole altro; ed allora mi ricordo di una cosa che ho dentro da tempo …e lo metto, voglio iniziare con il mio amico il compito che vado da svolgere e gli dico di ascoltare, metabolizzare, assorbire. …inizia un monologo, una voce maschile, rauca, da uomo vissuto direbbe qualcuno. Te lo immagini con la faccia segnata, i capelli arruffati e magari un bicchiere di scotch ed una sigaretta in mano. Gli senti vibrare le corde vocali, vedi le vene del collo pulsare, senti quest’onda che piano ti entra dentro e ti scorre nelle vene. …Guardo Yuri, la voce interpreta perfettamente quello che gli voglio dire, e quello che voglio trasmettete alla mia squadra, ai miei ragazzi, a quelli che si sono posti in 3 ore il limite di tempo per cogliere la loro occasione: “…Tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si decide oggi. Ora noi, o risorgiamo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, sino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso, signori miei. Credetemi. E… possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta…” Mi guarda, e capiamo entrambi che oggi quella luce vale molto di più delle altre volte, oggi quella luce può essere l´inizio di una nuova vita, più consapevole di noi stessi, di quello che siamo e di quanto valiamo.. lo sport e la maratona sono solamente il mezzo per capirlo e rendercene conto. Non so a che maratona siamo entrambi e quante altre volte ci siamo avvicinati alla partenza, speranzosi, infreddoliti, ma consapevoli che era solo uno sport. Guardo i suoi occhi vispi mentre assorbe ogni parola, ogni frase, ogni concetto. Vorrei poterle urlare io e vorrei farlo poi con la mia squadra, vorrei poter dare ad ognuno la mia forza, le mie gambe, i miei polmoni. Vorrei avere indosso tutti i loro chip.. o portarmeli tutti in spalla… “..io però non posso farlo per voi…” Ci si allena per mesi, quattro o più volte la settimana, macinando asfalto, sputando sacrifici e sudore. Allenandoci anche quando non si ha voglia, quando pensi che in fondo stavi meglio sotto le coperte e che magari ti avrebbe fatto meglio volerti bene. Quanto vento, freddo, pioggia e domeniche mattina tolte al tempo libero, alla famiglia, a noi stessi… Lo facciamo perché ci piace, ma anche perché abbiamo preciso in testa un obiettivo: limare anche solo un secondo al nostro limite precedente. Con il tempo poi le prime gare, i primi confronti, i primi piccoli esami. Talvolta superati altre volte meno, ma sempre affrontati con tutti noi stessi. Quando hai preso più schiaffi che carezze, quando hai ancora il segno delle dita che brucia, quando sei consapevole che non sei tu quello che perde il bene più prezioso deleghi a qualcosa il cui esito dipende solo da te stesso il riportarti in superficie, il farti tornare ad essere visibile, a farti sentire che ci sei e che in fondo sei più unico di quello che vogliono farti credere.

Share

About Author

Peluso

Questo Sito utilizza cookie di profilazione, propri e di altri siti. Se vuoi saperne di più clicca sul link con l'informativa estesa. Se chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie INFORMATIVA COOKIE

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

>