Cronaca — 23 aprile 2010

A Boston, la stagione fredda arriva tardi, respinta dalla calda estate indiana. La rivincita, l’inverno, se la prende in aprile. Il mese sta finendo, fa ancora freddo e piove. E’ una vittoria parziale perché non impedisce ai fiori di sbocciare a cascate sugli alberi, ai tulipani di aprirsi in mille colori, agli scoiattoli del Boston Common di saltellare sugli alberi ed ai cigni del laghetto del Public Garden di emettere suoni d’amore. Anche la città si rianima, ed accoglie con entusiasmo i 27.000 partecipanti alla 114^ edizione della Boston Marathon.
Nel Hynes Convention Center la distribuzione dei pettorali è veloce. L’area espositiva vastissima, i prodotti invitanti ed il giro d’affari vertiginoso. Il fatto che le agenzie di viaggio garantiscano il solo pernottamento non costituisce un problema, poiché tali e tanti sono i campioni di barrette, integratori, sali, vitamine ecc. distribuiti, che possono bastare per la colazione, pranzo e cena di tutti i giorni di permanenza.
Sono da tre giorni nel Massachusetts, e continua a piovere. Incuranti, giovani mamme, con i segni evidenti di una nuova gravidanza, fanno jogging spingendo il passeggino protetto con telino plastificato. Io non trovo di meglio che andare a curiosare nel Prudential Center, con il suo susseguirsi infinito di negozi, gallerie, ristoranti, banche, chiese, luoghi di aggregazione: una riproduzione al coperto delle nostre piazze, boutique e portici. E’ domenica, e m’infilo nella chiesa di San Francesco.
Prima d’iniziare la messa, il celebrante rivolge un saluto particolare ai maratoneti; all’omelia, il primo pensiero è per loro; al momento della Liturgia Eucaristica, la prima intenzione di preghiera è ancora per loro. Penso che fin troppe cure siano state riservate a chi si diverte a correre, ma sono in errore perché non è ancora finita! A celebrazione terminata, i maratoneti presenti vengono chiamati a schierarsi sull’altare, e ad ognuno viene chiesta ‘l’intenzione’ per la quale correranno: chi per la madre, per il padre, per la pace, per la lotta al cancro ecc. Io sono in difficoltà perché corro per me, mi piace, mi diverto, non per motivi particolarmente nobili. Giunto il mio turno, impreparato a questo tipo di domanda, non so cosa inventare. All’improvviso, ricordo che Angela mi rimprovera di pensarla poco, di non rivolgerle parole gentili, e colgo il momento per riparare: ‘Domani, correrò per mia moglie!’. Ed ella: ‘La dedico a mio marito!’. E’ finita in parità una partita che mi ero illuso di vincere. Dovrò cercarmi un’altra occasione per esaudire le sue richieste ed essere in vantaggio! A questo punto mi aspetto il ‘Ite missa est’ finale. Niente da fare! Ad ognuno dei maratoneti, il sacerdote impone le mani sul capo e li benedice singolarmente. Quindi l’applauso, e gli eroi sfilano sotto lo sguardo ammirato dei fedeli.
Alcuni gestii possono essere non condivisibili. Importante è credere in ciò che si fa. Gli americani credono in quello che fanno, lo fanno seriamente, e tutto funziona. La maratona è perfetta, come lo sono le altre cose. Se poi si aggiunge che la gara celebra il Patriots’ Day, ed alla buona organizzazione si aggiunge la sacralità della ricorrenza, è facile capire che anche un tipo esigente come Fabio Marri avrebbe pochi difetti da commentare.
Lunedì, 19 aprile, giorno della Maratona, l’inverno si commuove e permette al sole di premiare la moltitudine di concorrenti, volontari e pubblico. Non è una levataccia, non c’è bisogno neppure di mettere la sveglia per essere alle ore 6:00 a Park Street, da dove caratteristici bus gialli provvederanno al trasporto a Hopkinton, partenza della gara: ci pensa il fuso orario a svegliarti immancabilmente alle ore 3:00.
Sebbene stiamo negli USA, questa volta il percorso si snoda su strade relativamente strette e sinuose, che costringono l’organizzazione ad effettuare la partenza in due ondate successive, distanziate di mezz’ora, dando luogo ad una fila umana lunghissima.
Tutto avviene in ordinato silenzio, finchè si staziona nei runner’s corrals, che vengono rispettati, o fatti rispettare. Dato il via, grida entusiastiche e braccia si levano verso il cielo. Alle urla dei concorrenti si sommano quelle degli spettatori che applaudono ininterrottamente e fanno baccano con gli oggetti più disparati. Eppure, in questi giorni, per le strade, nei luoghi pubblici, nella biblioteca ho notato un religioso silenzio! Forse è proprio per questo che danno via libera alle loro emozioni represse, ora che è permesso esprimerle.
Il percorso è costantemente similcollinare, in lieve pendenza, ed impone frequenti cambiamenti di ritmo. Le difficoltà tecniche non interessano nessuno dei partecipanti che mi circondano. Sono per lo più ragazze che fanno un chiasso infernale quando scorgono fra gli spettatori le loro amiche. Solo un treno color lilla riesce a sovrastarle e con il suo boato squarcia il cielo, o quel gigantesco camion con il muso grande quanto un vagone-merci che lacera le orecchie con il suo suono penetrante.
Molti hanno sulle magliette dediche del tipo: ‘In memoria di papà‘, ‘Corro per Federico’, ‘A ricordo di John’, ‘Corro per combattere la leucemia’, con impressa la fotografia della persona scomparsa. ‘E’ una corsa, o un funerale?’, mi chiedo. “Dovrebbero allora pregare, non schiamazzare!’. Non era, dunque, fuori luogo la domanda sulla  ‘intenzione ‘ fattami in chiesa ! D’altro canto, sono preferibili queste dediche, o l’esibizione del numero delle proprie maratone et similia?
La maratona è movimento, un’immagine scaccia l’altra, e il mio pensiero va a posarsi su ben altre attrazioni. Splendide ragazze universitarie, di tutte le razze, sono disposte in fila lungo il percorso ed offrono ai maratoneti il loro viso, le labbra, gli occhi: ‘Baciami! Sono tutta per te! Vai tranquillo, sono maggiorenne!’.
A raffreddare le passioni ci pensa una vecchietta che, seduta presso la sua casetta, mi distrae con il suo cartello: ‘Fin qui hai percorso 33 km, 65 m e 5 cm’.
Contribuì alla pace dei sensi anche il fatto che la maratona aveva un finale in discesa, per cui giunsi velocemente al traguardo e fui distratto da altre cose. All’arrivo, una volontaria mi mise amorevolmente un telino sulle spalle, subito dopo un’altra me lo fissò con un adesivo, un’altra ancora con un secondo adesivo. Carrozzine erano pronte per i più stanchi. Il chip mi fu concesso come souvenir.
A Boston, più che i maratoneti, dovrebbero venircij  gli organizzatori, il pubblico ed i politici. Per imparare a trattare meglio il nostro Paese.
Quando l’indomani sono partito, il tempo era splendido e la città appariva ancora più bella. La primavera aveva sconfitto l’inverno.

Autore: Michele Rizzitelli

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Peluso

  • Francesco Pezzella Napoli Sport Events

    C’ero anche io e appoggio in pieno il tuo entusiasmo. E’ stato bellissimo. Davvero dovrebbero venire a Boston organizzatori e politici perché ci sarebbe molto da imparare dalla civiltà, dal rispetto per le tradizioni e dalla perfetta organizzazione degli americani. Per non parlare dell’ospitalità e del rispetto della gente per i maratoneti accolti come erori e non come un fastidio. Quello che succede al 21km è difficile da spiegare. Le ragazze del college praticamente ti saltano addosso. Danno una carica incredibile, per quasi un miglio dimentichi la fatica, il sudore, dimentichi che mancano altri 21km. Corri, stringi mano, abbracci, baci, batti il cinque. In una parola fantastico. Più giù, verso la fine, addirittura si percorre un tratto con la gente che stringe la carreggiata, sembra di essere al tour de france sul Tourmalet. Auguro a tutti un giorno di vivere una esperienza simile.

  • Guerino PASQUALE – Run & Fun San Severo –

    Stupendo commento di una maratona che ancora non ho partecipato. Bravissimo come sempre.

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