Cronaca — 20 aprile 2010

Meditavo un articolo dei miei, una riflessione sul nostro sport legata a qualche ‘fattaccio’. Ma oggi mi sono fatto rapire dalla poesia della corsa.Si è corso a Boston (Massachusetts) di lunedì, come da 114 edizioni, nel giorno del ‘Patriot Day’.Boston è la maratona degli americani, più amata persino di New York. Offre un percorso durissimo, con continui saliscendi. Roba per teste dure, gente senza paura di far fatica e di sentire le gambe che cedono, tanto che l’ultima delle quattro asperità che si susseguono tra il 16° e il 21° miglio si chiama ‘Heartbreak Hill’, collina spaccacuore.Poi però si scende, gradualmente, fino alla volata in Boylston Street. Il punto è che se non hai più gambe, in discesa non rotoli…Oggi Robert Cheruyot (Kiprono, non il mitico Kipkoech – ancora in splendida forma e vincitore di quattro-Boston-Marathon-quattro!), ventun’anni soltanto all’anagrafe, ha mostrato un talento infinito. Ha preso un manipolo di avversari che avrebbero intimorito il miglior Gebrselassie e ci ha giocato per quasi trenta chilometri. ‘Giocato’ si fa per dire: sono passati in undici in 1h03’27 alla mezza e ce n’erano altri quattro che rincorrevano sotto i 64’…E tra chi ha fatto l’elastico per un po’ c’erano nientedimeno che Ryan Hall, il bianco più performante in circolazione (2h06.17 di personale), e Meb Keflezighi (argento olimpico 2004 dietro al nostro Baldini e vincitore dell’ultima New York City Marathon).Robert ha fiaccato la resistenza di tutti gli avversari, dal 35° km in poi si è involato solitario. Correva contro Robert: la sfida a se stesso e la sfida all’omonimo campione. E ha vinto. Porca miseria se ha vinto! 2h05’52’ a Boston è un crono straordinario, cancella il record della manifestazione dell’altro Robert Cheruyot, 2h07.14 nel 2006. Alla fine il vincitore si è anche lamentato di aver avuto problemi a un bicipite femorale; ‘meno male’, vien da dire…Il bello dell’atletica di alto livello è un mix di qualità fisiche, determinazione, capacità di gestire la fatica e di tirare fuori il coraggio quando ne serve a manate!Un’icona della corsa ‘made in USA’, Steve Prefontaine, diceva: ‘I’m going to work so that it’s pure guts race at the end, and if it is, I am the only one who can win it’. ‘Farò in modo che alla fine sia una gara per chi ha fegato e, se sarà quel tipo di gara, sarò l’unico a poterla vincere’. Si riferiva a se stesso come atleta di altissimo livello. Quando si tira allo spasimo, con un ritmo suicida per tutti quelli che non hanno la capacità di tenerlo o il coraggio di lanciarsi su certi ritmi, è allora che – a pari talento – vince chi ha più coraggio.Oggi la gazzella Robert aveva tutto: gambe, fiato e fegato! Su un percorso veloce (Londra, Chicago o Berlino, per esempio) il record del mondo avrebbe traballato.
Poi c’è stata la corsa femminile: la fuga della etiope Erkesso e la rincorsa con finale al cardiopalma della giovane russa Pushkareva che riduce un distacco superiore al minuto a 10km dall’arrivo a soli 3′ sul traguardo! E la quinta piazza di Bruna Genovese, che a un certo punto si proiettava verso il gradino basso del podio…Boston è anche la maratona che per prima inserì la competizione per le carrozzine e in cui per la nona volta si è affermato il Sudafricano Van Dik! A Boston le carrozzine sfrecciano dal 1975, mica dall’altroieri.Anche questa è poesia.Scriveva Eugenio Montale: ‘Amo l’atletica perchè è poesia. Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta’…

Autore: Tito Tiberti

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Peluso

  • franco anichini

    grazie Tito. Articoli come questo sono un regalo per chi li legge!

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