Cronaca — 30 ottobre 2007








Non mi sono mai lanciato con il paracadute, ma immagino i momenti che precedono il salto. Il momento cruciale che si avvicina e sai che non potrai esitare, dopo di te ci saranno gli altri in coda. E nell’attesa ripassi la procedura da seguire, rivivi i ricordi delle esperienze avute, assapori già le sensazioni imminenti. La partenza della maratona è così. Schierato, attendi il colpo di pistola che sancisce la partenza; dietro centinaia di persone che non perdonerebbero le tue esitazioni; davanti a te chilometri di incognite. Quando penso ad una possibile maratona che vorrei correre, l’immagine che si concretizza nella mia mente è questa: quel pizzico di incoscienza che il decidere di partire comporta.
Mi sono iscritto alla Maratona di Avigliana “42.000 Passi in Valsusa” perché l’organizzatore me lo ha chiesto. “Questa maratona l’ho organizzata per voi” mi ha detto alla fine di maggio, riferendosi a noi atleti di medio livello. E’ questo il vero motivo? Sì e no. Le sue gare sono sempre belle ma per fare una maratona ci vuole altro, magari bastasse solo un invito. Come mi capita di frequente ultimamente, non sono preparato. Ho corso 2 lunghi da 2 ore e una maratonina, nessun lavoro specifico per la maratona se non 14 km in progressione da 3’35” a 3’25” 10 giorni fa.
Però ci sono, sono schierato sulla linea di partenza, sono pronto al lancio e … c’è l’ho il paracadute?
Da giorni mi chiedo come dovrò comportarmi. Mi riscaldo o no? A quanto voglio partire? Scarpe da gara o da allenamento? In quanto voglio finire? E soprattutto, posso finire? So che a 4’00” a km non avrei problemi. Questo è un punto certo. Tutto il resto è presunzione, da capire se legittima o azzardata. Non sono bene allenato per correrla in maniera competitiva, ma se partissi a 3’40”, ce la farei? E quanto soffrirei? Da giorni non penso altro. Mi sono convinto che posso partire a 3’40”, anzi, “se c’è Giuseppe Veletti parto con lui, qualunque andatura decida di tenere”.
Mi riscaldo e indosso le scarpe da gara.
Giuseppe Veletti c’è. Nel riscaldamento gli dichiaro tutte le mie paure e le mie intenzioni. “Va bene, possiamo andare assieme” mi risponde prontamente e generosamente. “Non ti preoccupare, grazie lo stesso, non so veramente cosa sto per fare e ti lascio libero, corri come credi”. Lo esonerò dalla responsabilità di aspettarmi perché … perché non mi basta il suo presumibile 2h35′ finale? Mi sembra di fare di tutto affinché il mio paracadute sia sempre più piccolo, il mio lancio nel vuoto sia sempre più spregiudicato.
“Hai del miele?” Ho consegnato le mie borracce con gli zuccheri per i ristori personalizzati all’organizzatore, ma con me ho comunque deciso di portare dell’Enervitene. Adesso Hicham El Barouki, sulla linea di partenza, mi chiede se ho del miele. “Ho questo, lo vuoi?” Non voglio essere egoista per una maratona, la mia, che alla competizione non ha nulla da chiedere. Lui, invece, dovrà vedersela con Philemon Kipkering e altri 3 Keniani. Accanto a me c’è anche Gabriele Abate, nazionale di Corsa in Montagna. Non ha mai corso la maratona, vuole fare un lungo da 25 km e “forse mi fermo da mia nonna a S.Antonino di Susa”.
Senza accorgermi di essermi già lanciato, mi ritrovo in volo, siamo partiti senza grossi patemi. Alla nostra destra il Lago Grande di Avigliana, calmissimo nella quiete della mattina, accompagna lo snodarsi dei sogni dei maratoneti.
Hicham è partito velocissimo (2’55” il primo mille!), seguito a debita distanza da Gabriele Abate. Con me ci sono Giuseppe Veletti, Sergio Curreli, Mario Prandi (che ha dichiarato di voler correre 30 km a 3’30”) e altri 4 o 5 ragazzi che non conosco. I keniani, preoccupati della partenza folle di Hicham ci sorpassano dopo poche centinaia di metri e si lanciano all’inseguimento.
Siamo in fase di assestamento. Mario Prandi, una canottiera arancione e una nera piano piano si stanno avvantaggiando. Primo mille in 3’33”. “Li conosci? Ce la faranno a tenere questo ritmo”. Chiedo a Giuseppe se li ritiene maratoneti da 2h30′. “L’arancione sì, il nero non lo conosco”. L’idea mi alletta. Non mi sento di fare una gara in rimonta, vorrei andare via con loro. La tentazione è forte, mi prudono le gambe dalla voglia di andare via con loro.
Lascio la compagnia di Giuseppe e di Sergio e approfittando di una breve pendenza in salita mi aggancio al gruppetto di Mario Prandi. E’ il ragazzo con la canottiera nera il più attivo. E’ un Rumeno-Padovano, Joan Vaida. Dietro gli altri perdono contatto. Se c’erano ancora dei dubbi, adesso è tutto chiaro: sono in gara.
Mi mantengo in coda, non ho interesse a tenere alto il ritmo, devo fare passare i chilometri, tanti chilometri. A voce alta facciamo l’appello e siamo tutti d’accordo che virtualmente siamo sesti, dietro ai 4 Keniani e a Hicham, non considerando Gabriele Abate che si fermerà al 25° km.
Il ritmo è abbastanza regolare per quanto lo permetta il percorso leggermente ondulato. Al 5.000 passiamo in 17’44” e al 10.000 in 35’32”. Io sto soffrendo, o meglio non mi sembra di avere una corsa sciolta. Sento la mancanza di abitudine ai ritmi elevati. Rimpiango le tante maratonine di questo autunno che non ho corso per dare spazio ai pochi lunghi che ho fatto.
Ho perso il ristoro del 5° km. Non era annunciato, non ci stavo pensando, e quando l’ho visto era troppo tardi per uscire dal gruppo e prendere l’acqua. Devo stare più attento. Al ristoro del 10° km vedo la mia borraccia. E’ in mezzo al tavolo, tra i bicchieri colmi d’acqua. Mentre ci avviciniamo, un attimo prima di poterla afferrare, un addetto al ristoro la prende, immagino per posizionarla meglio, mi costringe a fermarmi, faccio un passo indietro, lo afferro per il giubbetto mentre tenta di allontanarsi, e da dietro le spalle gli strappo via la bottiglietta. Bevo l’acqua, bevo gli zuccheri, ma sono molto affannato. Sarà stato lo scippo al ristoro o forse il ritmo elevato, ma comincio ad avere dei seri dubbi di potere continuare a questa velocità. Se devo ritirami devo farlo adesso, da ora in poi ci allontaneremo sempre più …
Stiamo lasciando Avigliana per andare verso Almese, ai piedi del Col de Lys. La mattina è fresca quel tanto che serve per correre bene. Sono in canottiera con i guanti che forse potrei anche togliere.
Continuiamo regolari, senza che il gruppetto abbia degli scossoni. Mi sono ripreso. Forse abbiamo rallentato, non lo so, non guardo i parziali. Corro per andare il più avanti possibile, sperando di non essere staccato dagli altri. Sono Prandi o il Rumeno a fare l’andatura. Io e Francesco Bianco (l’arancione) siamo più tranquilli e ci accontentiamo della scia.
I ristori oggi sono un problema: perché i tavolini sono sempre dal lato sbagliato? Finché siamo in un vicolo, non è un problema, ma se siamo sulla statale la differenza c’è, soprattutto se la traiettoria ottimale è dall’altra parte. Lascio la scia del gruppetto per prendere la spugna del 17° km sul lato opposto della strada, e Prandi ne approfitta. Aumenta in maniera decisa e sfilaccia il gruppo. Mi riaccodo dietro l’arancione, Mario ha 30 metri di vantaggio, il Rumeno è in mezzo. Sorpasso l’arancione e senza strafare ci ricompattiamo con Il Rumeno. “Chi è quello?”, mi chiede. “E’ Prandi, sa quello che fa, forse si ferma al 30° km”, Se si fermasse guadagnerei una posizione, ma essendo partiti più lentamente immagino possa anche decidere di finire la gara. E se avesse aumentato perché al trentesimo si vorrebbe fermare?
Non so se scoraggiati dall’attacco di Prandi, ma nella salita che ci porta a Novaretto, entrambi i miei compagni si staccano. Attraversare i paesini può portare a farti aumentare nell’euforia del tifo del pubblico, ma non mi sembra sia il mio caso. Mario è rimasto lì, davanti, a non più di 50 metri. Gli altri due ormai sono dietro.
Stiamo correndo in uno scenario incantevole, sono solo e forse non mi dispiace. Alla nostra sinistra, con i suoi quasi 1.000 metri di altezza svetta il colle con la Sacra di S.Michele. Di fronte a noi, a chiudere la valle, le Alpi imbiancate dalle nevicate dei giorni scorsi illuminate dai raggi di un sole che, per la fortuna di noi maratoneti, qui da noi è ancora nascosto dalle nubi del mattino. L’aria è limpida e la Natura mostra con la massima intensità la sua tavolozza di colori autunnali.
Sono alla Mezza, metà gara: 1h15’03”. Era da parecchi chilometri che non guardavo il cronometro e sono piacevolmente sorpreso. Per la prima volta ho la consapevolezza che oggi potrei terminare sotto le 2h30′. Che differenza con le sensazioni della Turin Marathon quando al passaggio della Mezza avevo avuto l’amara certezza che al doppio del tempo avrei dovuto aggiungere chissà quanto tempo ancora! L’arrivo è ancora lontanissimo, ma sto molto meglio di come mi sentivo al 10° km.
Il distacco con Mario è costante, forse ho anche guadagnato qualcosa, ha 8″ di vantaggio. Non ci vorrebbe molto per raggiungerlo se forzassi un pò, ma non voglio farlo, devo rientrare senza aumentare, non ‘vedo’ ancora l’arrivo.
Al 27° km finalmente lo raggiungo; ho impiegato 10 km per recuperare senza sforzo, quei 50 metri di svantaggio accumulati in mezzo chilometro! Lo affianco, sto attento a non aumentare e, mi starebbe bene se continuassimo assieme, a questo punto vorrei finire sotto le 2h30′. Eh già, … 2h30′. Ma questa, per me, è una maratona competitiva o no? Ne ho corse 6 di maratone competitive, tutte sotto le 2h30′. Ne ho corse altre 5 accompagnando amici o da solo, rimanendo sotto le 3 ore. Oggi non dovrebbe essere una maratona competitiva perché non mi sono allenato per correrla. Però sto gareggiando. Se finissi sotto le 2h30′ il come classificarla passerebbe in secondo piano!
Al ristoro del 30° km cerco invano la mia borraccia. L’ho trovata con lo scippo al 10° km, senza fatica al 20° km e adesso, al chilometro critico, il 30°, non c’è?!!! Ho indugiato troppo prima di arrendermi all’evidenza che la borraccia sul tavolo non c’è, e il ristoro è posizionato in piena curva, ancora una volta sulla traiettoria sbagliata: Mario Prandi ne approfitta di nuovo. Aumenta l’andatura e i pochi metri di vantaggio diventano subito una trentina. E come prima il distacco non aumenta più. Forse vuol correre solo, non capisco. Forse vuole mettere al sicuro la posizione in classifica. A me la compagnia non dispiaceva.
Comincio a sentire i chilometri. Invano ho sperato che la mia borraccia fosse al ristoro intermedio del 32° km, ma lo sconforto è ben maggiore nello scoprire che non c’è traccia neanche del mio ristoro previsto al 35° km. Sarebbe stato necessario come il pane, è il caso di dirlo.
Dietro di me da una quindicina di chilometri c’è un ciclista che mi segue. Più volte gli ho chiesto chi c’era dietro e i trenta, cinquanta, cento metri adesso “saranno almeno 300 metri di vantaggio”. Complimenti ai due inseguitori, saranno l’arancione e il nero, non mi sono mai voltato per controllare. Avranno mantenuto anche loro un’andatura abbastanza costante e non hanno mollato. Cerco di fare qualche calcolo: avrò 1 minuto di vantaggio che in 6 chilometri significano che mi raggiungerebbero se perdessi 10″ secondi a chilometro. Sarebbe possibile, la stanchezza adesso è tanta. Cerco di essere positivo e guardo avanti. Mario è sempre lì, ha non più di 8 o 10 secondi di vantaggio. Significa che potrei ancora sorpassarlo. Non riesco a capire come sta. Lo conosco da anni, ma non abbiamo mai gareggiato fianco a fianco e devo ammettere di non conoscerlo per niente dal punto di vista tattico, né se è forte in volata.
“Guarda come vanno … pensa un pò quelli davanti!” Altri due ciclisti mi sorpassano e sono affascinati da noi maratoneti ‘veloci’. A me sembra di essere lentissimo. Cerco di stimare il tempo finale: mancano 3 chilometri e dovrei finire in torno alle 2h29′ nette.
“Dai, bravo, sei ottavo!”. Come ottavo? Ci sono i 4 Keniani, il Marocchino, Mario Prandi e … vuoi vedere che Gabriele Abate non si è fermato? E se recuperassi una posizione con Mario? Io mi sento le gambe pesantissime, ma, stranamente, non perdo un centimetro da lui. Controllo ancora le proiezioni per il tempo finale, e sono tranquillo del margine per restare sotto le 2h30′ ma sono sempre più stravolto.
“Coraggio 300 metri ancora”. Lo so che non è vero, non mentirmi, ne mancano almeno 800. Finalmente dietro l’ultima curva compare il rettilineo di arrivo in leggera salita e lo striscione che invoca l’ultimo sforzo e chiede il sacrificio delle ultime risorse. “Dai, aumenta adesso”. Angela ci spera, forse ci spero anch’io. Provo ad aumentare per cercare una volata che potrebbe ancora farmi raggiungere Mario, ma desisto dopo pochi metri. Non ho più niente da spendere. Finisco deluso per la posizione finale ma solo perché speravo in una partecipazione di avversari meno qualificati. Sono invece stracontento di avere azzeccato la media giusta: non riesco ad immaginare come avrei potuto correre un solo secondo più forte in queste condizioni di non-allenamento, è ho corso 11″ meglio della Turin Marathon.
Ha vinto Philemon Kipkering (2h17’58” passando alla Mezza in poco più di 1h11′) seguito da Serem Kipketer (2h18’25”), Kutung Chepsergon (2h19’27”) e Rop Kipchumba (2h23’04”).
Hichem El Barouki è quinto in 2h25’45”: “Sei un pazzo, non devi partire così”. “Ma io non problemi qui”, mi dice indicando il cuore, “io problemi qui”. Ha corso con delle scarpe nuove, mi mostra i piedi e l’avampiede è un’unica grande vescica sanguinante.
Il sesto è Gabriele Abate (2h27’06”): “Correvo in casa, non me la sono sentita di fermarmi, ma ho sofferto tanto gli ultimi 10 chilometri”. Anche lui era passato alla Mezza con i Keniani in 1h11′.
Il settimo è Mario Prandi (2h29’02”): ” Se ti allontani per prendere il ristoro, io ne approfitto’. Correrà la Maratona di Firenze tra qualche settimana. In bocca al lupo.
Dietro di me Francesco Bianco, l’arancione (2h31’20”), quindi il Rumeno Joan Vaida (2h31’38”) e Giuseppe Veletti (2h36’43”).
Anche stavolta ho terminato il mio volo. Un atterraggio perfetto con il mio piccolo grande paracadute che non mi ha tradito.

Autore: Salvatore Calderone, CUS Torino

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