Curiosita — 21 ottobre 2008

Ritengo utile e importante, dopo aver preparato per alcuni mesi una maratona, valutare, dopo la gara, quali fattori esterni possano aver condizionato, positivamente o negativamente, la prestazione cronometrica. Questa analisi può infatti servire a capire se si è riusciti a raccogliere quanto si è seminato in allenamento o se, invece, nella preparazione sono stati commessi alcuni errori, possibilmente da non ripetere.  
Domenica 19 ottobre ho corso la mia trentunesima maratona, ad Amsterdam, dove avevo già gareggiato nel 2003. Cinque anni fa ebbi la sensazione che, per vari motivi che poi analizzerò, questa maratona non fosse particolarmente “veloce” per un dilettante da 4’35” a Km come me. Domenica scorsa, sullo stesso percorso di 5 anni prima, ho avuto l’identica sensazione, consolidata dalle impressioni di 9 amici che l’hanno corsa con me e di alcuni altri atleti italiani.
Eppure, nel 2007, ad Amsterdam è stato registrato il secondo miglior tempo stagionale al mondo dopo quello di Gebresilasie a Berlino! E questo non è spiegabile solo con l’altissimo livello tecnico e con l’elevato numero dei top-runner presenti.
Provo ad analizzare una serie di fattori che, a mio parere, incidono poco o nulla su un top-runner, ma che, invece, messi insieme, possono avere un’incidenza rilevante sulla prestazione cronometrica del dilettante “medio” che corre ad Amsterdam:
1- nei primissimi chilometri si è costretti a frequenti cambi di direzione perchè si corre in tanti a ridosso dei binari del tram;
2- tra il decimo km e la mezza maratona il fondo stradale non è liscio o è inclinato per lunghi tratti; il tempo d’appoggio sul terreno di un dilettante è notevolmente superiore rispetto ai top runner e questo aspetto può incidere negativamente sul piano muscolare;
3-le ondulazioni sono poche, ma concentrate negli ultimi 10 km di gara (la più signiicativa al trentasettesimo), quando l’elasticità muscolare e articolare del dilettante sono ai livelli minimi;
4-Amsterdam è, per ben noti motivi geografici, una città sempre molto umida; a temperature basse il disagio provocato dall’umidità è minimo, ma se si toccano i 15 gradi con il 90% di umidità come domenica scorsa, il disagio aumenta soprattutto per i dilettanti;
5-altra caratteristica climatica di Amsterdam è la ventilazione, quasi sempre, almeno moderatamente, presente; quando, come domenica scorsa, questa è significativa, si realizzano varie possibilità: vento laterale, sempre dannoso; vento contrario e vento a favore (ma i benefici di quest’ultimo, che simula una corsa in leggera discesa,  non compensano gli svantaggi del vento contrario, che simula una corsa in leggera salita);
6-la gara si svolge, per circa 30 km, fuori città (lungo il corso del fiume Amstel) o in periferia; per tale motivo c’è poco pubblico e scarso incitamento. E certamente ciò può favorire, nel dilettante, dei cali della tensione agonistica;
7-l’ultimo fattore che prendo in esame riguarda la non adeguata disposizione dei ristori (non ai km previsti dal regolamento, con pochi addetti, con poca acqua nei bicchieri, con lo spugnaggio in contemporanea e non differito di 2.5 km): anche questo aspetto può favorire un appesantimento del tempo finale, soprattutto nel dilettante.


Ritengo, quindi, che ad Amsterdam succeda, ma, sottolineo, in misura enormememente inferiore, quello che si verifica a Boston: i
top-runner riescono a perdere poco (3-4 secondi a km) nella prestazione cronometrica finale perchè compensano piuttosto bene le 4 durissime salite tra il ventottesimo e il trentaduesimo km con il dislivello favorevole di 150 metri tra partenza e arrivo (Bordin corse a Boston in poco più di 2h08′!) ; i dilettanti, invece, perdono tantissimo perchè disagi abbordabili per i top diventano per loro estremamente penalizzanti.
In definitiva: Amsterdam Ã¨ una città di grande fascino e merita di essere visitata, ma se puntate alla vostra  “migliore” prestazione cronometrica scegliete un’altra maratona.  

  


    


 


  

Autore: Benedetto Scarpellino

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