Cronaca — 03 marzo 2008

Una maratona non inizia mai con lo sparo dello starter la mattina della gara. Una maratona inizia molto prima: la devi desiderare, la devi volere, la devi preparare ed infine la devi correre. E tutto deve filare liscio. Io la desideravo da quasi undici anni, dall’ultima corsa nell’ottobre 1997, ma non l’avevo mai voluta, l’avevo respinta per tanti motivi più o meno sensati. La passione di Salvatore (il mio gemello), che in questi anni ne ha corse parecchie, ha alimentato sempre più il desiderio di correrne una e finalmente lo scorso gennaio mi sono deciso.
La scelta è andata subito alla Maratona del Gargano, niente folla oceanica, una maratona di provincia ed un percorso considerato difficile che non richiedeva l’obbligo del tempone.
Dal giorno della decisione non ho saltato nemmeno un giorno di allenamento, una sola gara su strada e tanti chilometri come non ne correvo da oltre dieci anni. Certo, il ritmo e l’intensità sono un po’ diminuiti ma non sono mancati i lavori di qualità e quantità (come le due mezze corse da solo a ritmo gara).
La vigilia, giorno della trasferta con tutta la famiglia, è trascorsa serenamente ed in allegria ma la tensione cresceva ad ogni pensiero rivolto al giorno dopo. Abbiamo scelto un tragitto che includeva negli ultimi chilometri il percorso di gara, peccato che fosse già buio, ma le pendenze si notavano ugualmente: molto ondulato con lunghi falsopiani, il tutto in collina e circondato dalla campagna (abbiamo avvistato anche due volpi a bordo strada). Si può correre.
Arrivati a Cagnano Varano, punto di partenza della maratona, l’incontro con l’organizzatore, Pasquale Giuliani, e con Nicola Ciavarella, compagno di allenamento di Salvatore a Torino e grande maratoneta, nonché di casa in Puglia, mi hanno riportato indietro di anni, siamo noi i favoriti anche se lui ha dichiarato di volere fare soltanto un lungo (e che lungo). Pettorale personalizzato con il nome per me, per Nicola, per i vincitori delle ultime edizioni ed il numero uno al parroco, alla sua prima esperienza sulla distanza.
Al pasta-party conosciamo maratoneti e ultra-maratoneti, riceviamo inviti per le località più disparate: si avverte l’euforia speciale che rende una maratona diversa dalle altre manifestazioni, sono tutti loquaci e raccontano delle proprie esperienze.
In un modo o in un altro, passata la notte, eccoci alla partenza. E ci sono pure Gigino e Gaetano in bicicletta (si saranno alzati prima delle cinque: che pazzi e… che amici!).
Via! Primo chilometro in discesa a 3’38” poi la salita ed il gruppone misto della mezza e della maratona che si sfilaccia. Il percorso è andata-ritorno sulla stessa strada, da Cagnano Varano a San Nicandro, favorevole al ritorno. Passano i chilometri del primo tratto, sono partito un po’ troppo forte e nonostante il tratto in salita diversi chilometri sono sotto i 3’30”, le prime proiezioni mi dicono che potrei completarla in 2h e 26′ circa.
Il paesaggio è bucolico: vista sul lago Varano a destra e strada immersa nella vegetazione mediterranea. Un silenzio interrotto solo dai passi e dall’affanno. Pure Gigino, che di solito urla a squarciagola mi segue in silenzio. Penso ad Antonino e Laura, i bambini che mi aspettano al traguardo, ed ad Emilia che sarà preoccupata come sempre.
Le sensazioni sono ottime e proseguo, sono solo, abbandonato anche dagli atleti della mezza che invertono la direzione verso il loro traguardo. In vista di San Nicandro mi rendo conto che non sono più tanto sicuro come nei chilometri precedenti ma la folla che incita mi spinge. Alla mezza passo in 1h12’03” e dopo i vicoli e i vicoletti del centro mi ritrovo sulla stessa strada di prima ma verso Cagnano Varano: devo solo tornare alla partenza.
La proiezione finale è scesa (stimo 2h e 24′) ma comincio a temere, sento le gambe più pesanti e il tratto di salita più ripido è abbastanza lungo, è sparito anche Gigino (mi spiegherà dopo che la salita è salita anche in bicicletta!). Adesso sono al ventottesimo chilometro e sento che qualcosa cambia, avverto un torpore alle braccia ed i miei passi sono più rumorosi, ma le gambe rispondono ancora. Confido nell’agilità e nella speranza di arrivare al tratto di discesa per recuperare un po’, nel frattempo prendo tutti i ristori, bevo qualche sorso e mi rinfresco, il caldo si sente. La fatica cresce e adesso ritengo molto probabile un netto calo ma i parziali al chilometro si mantengono decenti (sono tra 3’20” e 3’30”), la discesa contribuisce con il suo favore.
Il conto alla rovescia è iniziato -5 chilometri all’arrivo, -4, -3. Una decina di minuti ed è finita: mi immagino nei percorsi di tutti i giorni e tento di convincermi che manca poco.
Desidero un bel gelato fresco e cremoso.
La vista si è annebbiata, l’acqua sugli occhiali mista al sudore ha creato una patina opaca che mi disturba ma non oso toglierli, il sole è forte, c’è un bel venticello e non vorrei alterare il precario equilibrio dei miei occhi.
Sono piacevolmente solo.
Gli ultimi cambi di pendenza si avvertono sulle gambe ormai stanche ma non ho disturbi muscolari, tutto sommato sto bene, ma allora perché non ce la faccio più?
Rimane l’ultima insidia della salita dal quarantesimo all’arrivo, immagino di doverla affrontare al passo, ma è un’ipotesi pessimistica, non è necessario e anche gli ultimi parziali sono coerenti con l’andatura tenuta per tutta la gara. Vedo il traguardo ed i miei bimbi che stendono la mano per un cinque, sono contenti loro e lo sono anch’io. Taglio il traguardo dopo 2h23’14” ed ho guadagnato circa un minuto rispetto alla prima metà.
Ho concluso una maratona, la quinta, che ho vissuto come se fosse la prima e di questa mi rimarranno impressi soprattutto i silenzi, il paesaggio e, perché no, il fatto di avere vinto io!
Gli inviti della sera prima vengono rinnovati con un calore che sa di sincerità, tipico del mondo amatoriale.
Mi rimane un solo dubbio: ho ripreso a correre le maratone oppure ho concluso un sogno iniziato con la prima?

Autore: Marco Calderone

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Peluso

  • Antonio Azzena

    quando metti il CUORE davanti a tutto, con la grande PASSIONE per la corsa….aggiungi la facilità del gesto e il DNA fa il resto!
    al posto tuo inizierei a pensare seriamente la 100 km del passatore….COMPLIMENTI MARCO

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