Maratone e altro slide — 17 agosto 2015

papoffGli ultramaratoneti non corrono solo per se stessi ma corrono anche per gli altri, ci sono gli spingitori come Antonio Mammoli e Daniele Cesconetto che stanchi di record e di imprese estreme attraverso le 100km di record sul tapis roulant o le tante vittorie alla nove colli running di 202km o la spartathlon di 247km ora spingono Marco Albertini in carrozzina per le strade della Strasimento di 60km, per la Pisotoia Abetone salita ripida di 50km per il passatore classica gara storica di 100km attravrso il passo della colla di quasi 1.000 metri da firenze a Faenza.

C’è anche Filippo Poponesi instancabile ultrarunner di Perugia chiamato Popof che ha deciso di dedicare i suoi chilometri ad associazioni benefiche per la riceca o assistenza e vi spiegherà di che tratta la sua 24 ore di corsa giorno e notte per raccolta fondi.

Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?

“Che sono uno tenace, uno che non molla. Che se mi pongo un obiettivo riesco a trovare la motivazione per raggiungerlo, anche sopra le mie stesse forze. E quando organizzo incontri di lavoro con i miei collaboratori cerco di trasmettere loro questo messaggio usando anche metafore podistiche tipo: ‘Quando corro io cerco di immaginarmi il momento in cui taglierò il traguardo e questo mi dà la forza per continuare a correre, perché la Motivazione è la prefigurazione della soddisfazione che si proverà nel raggiungere il proprio obiettivo’. L’ultramaratona mi ha aiutato tantissimo ad accrescere l’autostima. Forse l’ho già detto, ma mi sento di ripeterlo perché è un qualcosa che può aiutare anche altri. Inoltre ha amplificato in me la voglia di aiutare gli altri, mettendo a disposizione questa che io considero ‘dote’, organizzando una manifestazione di 24 ore di corsa chiamata Popof Day and Night (dal nomignolo che gli amici podisti mi hanno attribuito e cioè POPOF). In pratica io corro per 24 ore e gli amici mi fanno compagnia a turno all’interno dell’area verde di Perugia, un percorso di circa 4 km. Mentre si svolge tutto ciò, viene offerto un piccolo ristoro a tutti i partecipanti e vengono distribuite magliette per raccogliere fondi a favore di un’associazione benefica (Avis, lotta contro il cancro, lotta contro l’Alzheimer, lotta contro la SLA, etc.). Quest’anno, 2015, ci sarà la 5° edizione, il 19/20 Settembre, e raccoglieremo fondi per l’Associazione FIORELLA CONTRO L’ALZHEIMER”. Nel 2012 abbiamo corso il Popof Day per la stessa Associazione e complessivamente, sommando i km di tutti i partecipanti, abbiamo percorso 2.581,67 Km. Quest’anno vogliamo superare questa soglia.

Ti puoi definire ultramaratoneta?

“Da quando partecipo a competizioni podistiche ho superato più volte la classica distanza dei 42,195 KM della Maratona e penso, pertanto, di potermi definire Ultramaratoneta.  Se non altro perché lo dice la parola stessa.”

Cosa significa per te essere ultramaratoneta?

“Significa essere una persona molto fortunata. Mi spiego meglio. Per essere ultramaratoneta devi essere in una buona condizione psico-fisica (o fisico-mentale, come dir si voglia), avere del tempo a disposizione (sicuramente più rispetto ad un podista ‘non ultramaratoneta’, sia per gli allenamenti che per le gare) e la possibilità economica di sostenere le spese per le quote d’iscrizione e le trasferte (ovviamente quest’ultimo punto vale anche per chi corre le maratone, ma le ‘Ultra’ sono oggettivamente meno economiche). Sono considerazioni che faccio spesso con i miei amici e compagni di corsa quando magari ci troviamo al tramonto a correre una gara da 100 km o più di fronte a paesaggi meravigliosi, pur sempre con la consapevolezza di essere in un momento di grande sforzo e fatica. In quei momenti l’espressione esatta che solitamente uso per definirmi è: ‘Privilegiato’.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta?

“Ho iniziato dedicandomi alla corsa per diletto, per non ingrassare, ed anche un po’ come mezzo di allenamento per poter praticare altri sport. Poi un amico mi ha convinto ad iscrivermi ad una Società sportiva, quella cui continuo ad appartenere e cioè l’Atletica Avis Perugia, iniziando a partecipare a piccole gare da 5 e 10 km per poi passare alle mezze maratone ed alle maratone. Poi, un giorno, ho deciso di partecipare ad un ultramaratona che si corre qui in Umbria (io sono di Perugia) chiamata ‘Strasimeno’, cioè il giro del lago omonimo (60 km), gara organizzata dalla mia Società insieme ad altre due società umbre. Da quel momento ho continuato a spingermi sempre oltre e quindi ho allungato le distanze correndo in sequenza il Passatore (100 km), la Nove Colli Running (202 km), la Spartathlon (247 km) e, nel mezzo, gare a tempo da 6/8/12/24/48 ore, fino ad arrivare ad una 6 giorni in cui ho percorso 611 KM.”

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?

“La continua sfida con me stesso. Raggiungere traguardi sempre più ambiziosi ha contribuito, nel tempo, ad accrescere l’autostima ed a rendermi più forte nell’affrontare i problemi del quotidiano. Più di una volta, quando mi sono trovato di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili, mi sono sempre aiutato dicendomi: “Se sono riuscito a correre per 34 ore percorrendo quasi 250 km senza fermarmi posso superare anche questa difficoltà” Ed in effetti poi così è sempre stato.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?

“No e sinceramente non lo penserò almeno fino a quando il fisico e la mente continueranno a sostenermi. Quando mi renderò conto che non sarò più in grado di stare sulle gambe per problemi fisici o la testa non vorrà più saperne di “spingere”, allora mi fermerò. Aiutarsi con la chimica o con la fisioterapia a tutti i costi per portare il fisico oltre i propri limiti non lo reputo un segno di maturità ed intelligenza, anche perché alla base di tutto per me c’è il DIVERTIMENTO. Indipendentemente dal fatto che io sia in gara o in allenamento, se non mi diverto mi fermo anche solo dopo aver percorso pochi chilometri.”

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?

“No. Mi sono sempre fermato prima. Anzi, il motivo per cui io sono considerato un podista ‘anomalo’ da chi mi conosce è proprio per il fatto che alterno fasi in cui sono molto attivo (podisticamente parlando) a periodi di lunga inattività. E non per gravi infortuni, ma anche per un semplice fastidio, o magari perché il lavoro mi impegna molto e/o andare a correre non mi diverte in quanto in quel momento ho la testa impegnata in altre cose. In parole povere, nonostante tutti pensino il contrario, non sono un appassionato, cioè uno di quelli che se non corre tutti i giorni muore. La vita è fatta di tante cose e la corsa, per me, fa parte di queste ma non è l’unica. Invece, vedo persone che corrono sopra i dolori e sopra le forze, rischiando di farsi veramente del male e quindi rischiando davvero di dover smettere. Non a caso il mio fisico non è proprio da ultramaratoneta per questa mancanza di continuità, ma alla fine, la testa e le gambe, con un buon lavoro di squadra, mi portano quasi sempre dignitosamente al traguardo. “

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?

“In primo luogo a continuare a fare attività fisica, di cui il corpo umano non può fare a meno. Il mio in particolar modo, perché se non faccio sport aumento di peso in tempi rapidissimi. E’ vero, ci sarebbero altri mille modi per fare attività fisica senza sottoporsi ad ore ed ore di stress sforzo fisico e mentale, ma quando si è diventati ultramaratoneti è difficile tornare indietro. Anzi, lo stimolo è quello di spingersi sempre oltre cercando sfide sempre più ambiziose, come faccio io nel trovare maggiori distanze da percorrere. Ci sono altri amici ultramaratoneti che invece si pongono obbiettivi in termini di numero di gare corse ed anche quella è comunque una sfida con se stessi. Non dico che sia una droga, ma una volta che sei entrato nel vortice dell’ultramaratona difficilmente ne vieni fuori, anche perché l’ultramaratoneta amatore vuole divertirsi. Non segue tabelle o rigidi programmi. Mette le scarpette e via. Una delle cose più belle di questa disciplina è che ad ogni gara rivedi tanti amici provenienti da tutta Italia, con i quali trascorri un piacevole weekend, fatto di risate, scherzi, un buon piatto di pasta o una pizza e tanti chilometri da correre allegramente. Perché smettere finché si può?”

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?

“Se devo essere sincero, si. Ogni volta! Solitamente uso l’espressione: ‘Se al termine di una gara mi tagliassi una vena non uscirebbe una goccia di sangue’, tanto per dire che ho proprio dato il massimo. Non sempre è un bene, ma quando la testa ti dice di spingere fino alla fine, le gambe ed il cuore non ce la fanno a rifiutarsi. Quando accade è proprio perché non ce n’è davvero più. Fino ad ora, nelle due uniche volte in cui mi sono fermato in un’ultramaratona, è stata la testa ha decidere così. La prima volta mi ha mollato a pochi km dal traguardo di una 60 km (ero ancora alle mie prime ultra) e la seconda mi ha detto che tanto non ce l’avrei fatta quando, al 50° km della mia seconda Spartathlon, ne avrei dovuti correre altri 200 ma avevo già dolori dappertutto. Era inutile continuare e sono certo che abbia avuto ragione lei. Non raramente io parlo con testa, cuore e gambe mentre corro un ultramaratona particolarmente impegnativa, soprattutto negli ultimi km quando c’è da stringere i denti. Pazzo? Ma no, dai … è anche un modo per far passare meglio il tempo quando non vedi l’ora di finireJ.”

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?

“Non pensare a ciò che ci si sta apprestando a fare. Se alla partenza di una 100 km o 200 km o di una 24 ore, o oltre, fossi pienamente cosciente di quanto mi sto apprestando a fare, probabilmente non partirei neanche. Dopodiché penso che noi ultramaratoneti abbiamo una dote che ci consente di ‘ammortizzare’ meglio di altri il tempo che passa. Ogni volta che termino un’ultramaratona cerco di tornare indietro con la mente fino al momento dello Start e mi sembra di essere partito da 5 minuti, sia che abbia corso per qualche ora che per due giorni.”

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?

“La Spartathlon. Atene- Sparta, 247 km con 75 cancelli orari ed un tempo limite di 36 ore. A metà gara si deve anche scalare un monte per qualche km, ma la difficoltà vera sono i cancelli orari da rispettare. Se non li rispetti sei fuori.”

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?

“Non mi sono mai posto dei limiti e penso di avere le doti psico-fisiche per portare a termine ogni gara che sia umanamente possibile correre, però con la dovuta preparazione ed al raggiungimento della perfetta forma fisica. Fino ad ora ogni volta che ho alzato l’asticella sono sempre riuscito a superarla. Certo, esistono gare al limite della sopravvivenza che mi metterebbe un po’ pensiero dover affrontare, come ad es. fra i ghiacci dell’Alaska a -40° di temperatura, in autosufficienza, dove si rischia davvero la vita, ma come ho detto, con la dovuta preparazione, professionisti dello sport che ti seguono, sponsors per sostenere le spese, etc., penso che riuscirei a portarle a termine.”

C’è una gara estrema che non faresti mai?

“Non le conosco tutte ma sono certo che esistano gare per le quali ci farei più di un pensiero prima di decidere di affrontarle. Il fatto è che io non voglio e non devo dimostrare alcunché ad alcuno e prima di portare l’asticella a livelli così alti c’è ancora tanto da fare se uno si vuole divertire con le ultramaratone. Per rispondere seccamente, comunque, dico … sicuramente si.”

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?

“Principalmente la sfida con me stesso.

Ma non nascondo che la ricerca di traguardi sempre più ambiziosi è legata anche ad una certa forma di egocentrismo. Non reputo questo un difetto. In fin dei conti è solo un altro modo per trovare le giuste motivazioni per andare “oltre”.

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?

“Che fanno male alla salute e che dovrei smettere. Ma come ripeto, le gare cui partecipo io non sono estreme. Sono molto impegnative fisicamente e psicologicamente, ma non al punto tale da mettere a rischio la vita.”

Che significa per te partecipare ad una gara estrema?

“Credo che prima bisognerebbe capire cosa s’intende per ‘gara estrema’. Ricollegandomi alla risposta precedente non credo di aver mai partecipato ad una gara estrema, se in ogni momento sei in condizione di poterti fermare e ritirare. Per me una gara estrema è una competizione dove, ad un certo punto, puoi rischiare di trovarti da solo in mezzo ai ghiacci, in mezzo al ad un deserto, in cima ad una montagna, senza viveri, né acqua ed aver perso l’orientamento. Lì rischi la vita e questa si che potrebbe essere identificata come gara estrema. Le ultramaratone più dure che ho corso io erano lunghe e faticose, ma da qui a definirle estreme “ce ne corre” (scusa il gioco di paroleJ). Adesso che ci sto ripensando, però, nel 2010 ho partecipato ad un Ultratrail in montagna, Gran Trail Valdigne, circa 90 km con un D+ 5000 mt, e mi ricordo che ad un certo punto mi sono trovato ad arrampicarmi in un punto dove non sarebbe stato possibile potermi ritirare se non con l’ausilio dell’elisoccorso ed in un altro punto correvo sulla cresta di un monte con strapiombo sia a destra che a sinistra. Una piccola distrazione avrebbe potuto causarmi grave pericolo. Ecco, quella forse è stata la gara più estrema cui io abbia partecipato.” Non a caso, ad uno dei ristori ho chiesto scherzosamente ad un membro dell’organizzazione: “Scusa … ma tutto questo è legale, vero???”J)

Ti va di raccontare un aneddoto?

“Si, una cosa spiritosa. Una volta ho partecipato ad una manifestazione volta a raccogliere fondi per la lotta contro la SLA. Eravamo solo tre podisti a partecipare in quanto era una corsa di 750 km da percorrere in 10 tappe. In una di queste si associa un gruppo di podisti, tanto per farci compagnia, fra cui un neofita della corsa. Questo ragazzo ad un certo punto mi vede con in mano una bustina di Polase Sport (Sali minerali) e mi chiede: ‘Cosa sono quelli? Ed io rispondo: ‘Sono SALI’. E lui: ‘E come si usano? Ed io: ‘Beh … tu porta sempre con te questa bustina mentre corri. Se ad un certo punto ti senti stanco, ma proprio stanco da non farcela più, prendi la bustina e comincia ad agitarla in aria, in modo che si veda bene. Vedrai che dopo poco arriverà un’auto del soccorso gara ed il conducente ti dira: SALI!!! Ahahah J’. Inizialmente c’è rimasto male ma poi abbiamo riso tutti!”

Come è cambiata la tua vita famigliare, lavorativa?

“Non è affatto cambiata, anche perché per me la corsa è un di cui della vita e cerco di praticarla quando ho tempo. Le priorità sono ben altre e sono proprio la famiglia ed il lavoro. Se poi ci scappa il tempo e ci sono i soldi per andare a correre le ultramaratone, ben venga. Non raramente ho sacrificato la corsa per stare vicino alle persone che amo o per impegni di lavoro.”

Se potessi tornare indietro cosa faresti? O non faresti?

“Esattamente quello che ho fatto, parlando ovviamente di sport. Qualcuno dice che avrei avuto il talento per essere un buon atleta, nel senso che mentalmente e fisicamente ho delle buone doti. Chissà … Forse se avessi intrapreso la strada dello sport semi professionistico magari avrei fatto qualcosa di buono, ma come si dice, con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte. E comunque i veri talenti sono ben altra cosa e se sono tali vengono fuori sicuramente. Se io ho raggiunto questo livello evidentemente non ero fatto per andare oltre.”

Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?

“I classici prodotti che si comprano in farmacia, come ad esempio i Carbogel (zuccheri), Polase Sport (Sali minerali), barrette energetiche (proteine), etc. Qualcuno dice che aiutino in caso di sforzi prolungati, altri dicono che è solo un fatto psicologico. Non ne faccio un abuso, anzi, spesso li compro e poi non li uso e sinceramente non so dire se assumere questi integratori contribuisca a migliorare le mie performances. Alla fine, bersi una bustina di Enervit prima di una gara è un po’ più un rito che altro. Vedendo chi ne sa più di me, credo che sia più importante sapersi alimentare bene prima e durante la gara con prodotti naturali (miele, frutta fresca e secca, pasta, riso, patate, etc., sempre che ve ne sia la presenza ai ristori, parlando di gare in linea. Per le gare a circuito è sicuramente più facile potersi organizzare.”

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?

“Sinceramente no, anche perché io sono donatore Avis e ogni tre mesi vado a donare il sangue. Pertanto tengo sotto controllo i miei valori costantemente. Non so se ciò sia sufficiente. Forse dovrei farne. Mi informerò”.

E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?

“No, mai. Anche perché non ce n’è bisogno. Come ho avuto modo di dire in una delle precedenti risposte, a volte passano mesi senza che io corra, un po’ per impegni di lavoro ed un po’ perché non ne ho voglia. Sono quei momenti in cui la testa mi dice di non correre ed io le do retta. Forse è un sistema di autodifesa del mio fisico.”

Hai un sogno nel cassetto?

“Relativamente all’Ultramaratona? Mah … dato che qui a Perugia mi chiamano affettuosamente il ‘Forrest Gump Perugino’ mi piacerebbe una volta correre un ‘Coast to Coast’ negli USA o in Australia. Penso che sarebbe una bella vacanza!!!J”

Matteo SIMONE

http://www.psicologiadellosport.net

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Peluso

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