Curiosita slide — 23 novembre 2016

podistaSembra singolare associare queste due dimensioni così diverse tra loro: una fissa ed immobile e l’altra invece attiva e vitale, eppure mi è capitato spesso di osservare persone che dopo periodi di grandi sofferenze, decidono di esorcizzare il proprio dolore attraverso una più intesa e frenetica attività sportiva.

 

Il lutto rappresenta la perdita di un “oggetto” (molto spesso sono le persone a ricoprire questo ruolo), che è stato precedentemente investito di cariche emotive e sentimentali, il disinvestimento di questi affetti, provoca, in chi vive queste fasi, momenti di grande dolore e riflessione.

Si soffre perchè prima di tutto si sa con certezza che quella cosa o persona non la si rivedrà mai più ma si soffre anche perchè quell'”oggetto” rappresentava per noi, il nostro mondo affettivo o una parte di esso, per tanto la sua assenza, ci impone di rivedere gli schemi con i quali ci orientiamo nella realtà.

Molto spesso questo processo fallisce e ci si ammala di depressione o di quella definita dagli specialisti depressione “reattiva” ovvero uno stato di tristezza transitorio che segue un evento luttuoso per l’appunto.

Talaltre volte invece, la reazione è così inusuale che non può essere categorizzata in nessun processo diagnostico.

Ognuno si sa, reagisce agli eventi secondo modalità proprie che derivano dai contesti di appartenenza, dalle condizioni socio economiche e dagli stimoli presenti nelle proprie reti sociali, eppure mi è capitato spesso di osservare in ambito sportivo, un incremento dell’attività fisica in casi in cui si è in presenza di diagnosi infauste quasi come se questa (l’attività fisica per l’appunto), fosse un modo per esorcizzare la vita che se ne sta andando.

E’ come se ad un tratto l’essere umano sfidasse la morte con un surplus di vita e di attività.

Ho conosciuto ad esempio triatleti con storie di lutto recenti cimentarsi nell’ironman che è decisamente una delle prove più dure presenti nel panorama sportivo, oppure mi è capitato di parlare con persone che erano in procinto di affrontare la 100 km di corsa che avevano da poco perso un parente caro.

Queste “strane” correlazioni del tipo “morte e gara estrema”, mi hanno da sempre fatto pensare che per un atleta è forse più facile superare la barriera provocata dal dolore di una perdita se egli stesso si infligge un dolore sufficientemente significato riuscendo però a sopportarlo sopravvivendo così al suo stesso sforzo.

In tal senso è come se chi fa sport, avesse una marcia in più nel processo dell’elaborazione del lutto, una marcia che consiste nel poter sfruttare la dimensione della fatica associata alla pratica sportiva, come momento catartico, come possibilità per esorcizzare il dolore della separazione o della morte attraverso la sofferenza implicita nella pratica sportiva stessa.

Quante volte infatti, ci è capitato di vedere persone che terminano gare ardue, dedicare la propria prestazione a qualcuno che non c’è più?

A me personalmente è capitato spesso, ed in quel gesto di vittoria (che non rappresenta per forza la vittoria di un podio) ci ho sempre letto, il trionfo della vita sulla morte; a vincere infatti non era più il dolore ma la persona con tutta la sua voglia di vivere e di andare avanti.

Per cui nel tempo, ho iniziato a pensare che tutti coloro che si cimentavano in imprese sportive notevoli, nascondevano molto spesso un grande dolore, un dolore che poteva essere sconfitto solo in un modo “grande” ovvero attraverso la sofferenza fisica che soltanto le grandi imprese impongono.

Questa capacità di utilizzare lo sport come compagno nel processo di elaborazione di un lutto, a mio avviso, è una grande risorsa messa a disposizione degli atleti, ammesso ovviamente che tale pratica non diventi perniciosa e pericolosa per la salute della persona.

Ovviamente la morte sarà sempre presente nella vita di chiunque perchè non ci potrebbe essere vita senza il suo processo contrario, però, a mio avviso, c’è una quota di speranza non trascurabile nel sapere che si potrebbe vedere in un’attività sportiva, un modo per sconfiggere una perdita e per continuare a far rivivere il ricordo di chi non c’è più attraverso le braccia alzate ad un traguardo.

 

Dott.ssa Consuelo Viviana Ferragina

psicologa/psicoterapeuta e

psicologa dello sport

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