Medicina slide — 26 gennaio 2017

 

infortunioTutti coloro che si cimentano in un’attività sportiva, sono andati incontro, almeno una volta nella vita, a problematiche di ordine fisico di diversa gravità.

L’infortunio, infatti, è un incidente che può avvenire in seguito a carichi gestiti male o ad indebolimenti organici, si tratta in genere di un segnale forte che il corpo manda alla sede centrale (cervello) per avvisarla che qualcosa si è rotto, che un equilibrio è andato in frantumi.

Adesso cosa sia un infortunio ed in quante tipologie si può classificare, bene o male possiamo intuirlo un pò per conoscenza diretta e un pò per esperienza. Sappiamo tutti infatti cosa sia uno strappo o una rottura di un legamento (almeno per sentito dire), però pochi sanno cosa avviene a livello mentale in termini di umore ed autostima.

Cosa accade alla mente di una persona che si infortuna?

Beh è una domanda dalla non unica risposta, prima di tutto occorre stabile di quale infortunistica si tratta e di che gravità sia: un danno organico che richiede un intervento chirurgico sarà assorbito dalla persona con maggiore preoccupazione circa la propria salute e la successiva ripresa sportiva, parimenti, una lesione minore che implica l’uso di terapie conservative o che rientra in un quadro di recupero a breve distanza, susciterà reazioni di maggiore ottimismo.

Fin qui, mi sembra che dovremmo concordare tutti!

Ma cosa accade veramente nell’uno e nell’altro caso allo sportivo?

La prima reazione che si può osservare spesso, è la negazione del problema, la persona infatti, pur consapevole di aver subito un danno, lo nega come se esso non fosse presente, continua ad allenarsi, ignora eventuali gonfiori o malesseri legati al problema fino a quando il dolore diventa insopportabile tale da richiedere l’intervento di figure professionali specifiche.

Negare, in questi casi, serve alla mente per difendersi da quello che potrebbe succedere e che sa accadrà realmente quando si farà scivolare via il velo che ci separa dalla realtà, si tratta di un modo per difendersi dall’ovvio e per ritardare il doversi sobbarcare del problema in prima battuta.

Quando, ci si trova, invece, di fronte ad atleti con una storia di sport alle spalle, l’atteggiamento è diverso, in questi casi l’infortunio, per quanto maggiormente atteso e allo stesso tempo sperimentato, può diventare un vero e proprio malessere psicologico (questo può succedere anche agli amatori ma con modalità diverse che di seguito spiegherò).

L’atleta di elite, è una persona che ha strutturato la propria identità su quello che fa, quindi il gesto atletico diventa uno dei suo tanti modi per esprimere se stesso.

L’impedimento alla pratica sportiva in seguito ad infortunio, determina non solo un forte calo motivazionale ma anche una seria e profonda preoccupazione circa la propria ripresa agonistica ai livelli di sempre e questo come si può ben intuire, ha dei pericolosi risvolti per tutto l’impianto psicologico/identitario della persona.
Non tralasciamo neanche di dire che in questi casi, la persona vive di quello che fa, quindi oltre al danno fisico e psicologico, c’è anche un danno lavorativo, per questo l’insorgenza di depressione e scarsa autostima in questi atleti è maggiore rispetto a coloro che praticano sport per divertimento o svago.

Quando l’infortunio, è diventato un cancro che abbatte le difese dell’autostima del soggetto, stiamo di fronte ad una patologia non più organica bensì mentale che può essere approcciata in vari modi, uno di questi, che reputo molto valido, fa uso della PNL (programmazione neurolinguistica).

Attraverso una serie di prove guidate dallo psicologo, l’atleta pian piano riesce a riappropriarsi non solo degli schemi mentali inerenti il gesto atletico ma anche della relativa motivazione a farli, incrementando così, di volta in volta, il valore della propria autostima.

Si tratta di sessioni abbastanza complesse in cui si chiede alla persona di immaginarsi in una situazione agonistica e di pensarsi invece come semplice spettatore per valutare insieme le differenze sia emotive che fisiche.

La PNL oggi giorno è molto usata in diversi ambiti di vita e c’è anche purtroppo scarsa attenzione per chi maneggia certi materiali, di norma questo lavoro dovrebbe essere ad appannaggio degli psicologi, però sovente capita che si sente parlare di PNL fatta da “motivatori” (li virgoletto perchè per me non è una categoria professionale riconosciuta), quindi esorto alla massima attenzione quando vi riferite a certe sfere di intervento.

Per quanto riguarda invece l’infortunio all’atleta amatoriale, c’è da dire che l’incidenza di perdita di fiducia e stima in se stesso, è più bassa, una quota c’è sempre, però è minore, diventa patologia, però, in tutte quelle persone che fanno discendere il proprio valore dall’attività sportiva praticata.

In questi casi l’infortunio viene vissuto come una punizione, una pena ingiusta, uno stop forzato che fa innervosire, quindi potrebbero verificarsi atteggiamenti collerici etero ed auto rivolti capaci di guastare anche le relazioni affettive intrattenute con partner, parenti o amici.

Non esiste una cura contro l'”ingiustizia percepita”, esistono invece, tecniche di rilassamento tipo training autogeno capaci di riportare un pò di equilibrio in un organismo scosso da un evento non previsto.

Il senso di un infortunio non risiede nel danno in sè ma nel significato che la persona gli attribuisce, vien da sè che chi ha un panorama ristretto con scarse risorse reagirà in un modo chi invece, ha interessi e reti di sostegno vuoi familiare o amicale, reagirà in un altro.
La psicologia dello sport non cura ma sostiene le persone nel loro momento di difficoltà ecco perchè è importante affidarsi a professionisti qualificati che sanno cosa maneggiano ma sopratutto sanno cosa fanno.

Consuelo FerragineDott.ssa Consuelo Viviana Ferragina

psicologa/psicoterapeuta

psicologa dello sport

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