Maratone e altro slide — 04 luglio 2016
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Il 18 giugno, giorno del mio 70° compleanno, con la 50 km di Putignano (BA) ho raggiunto quota 700 maratone/ultramaratone. Per far coincidere le ricorrenze mi sono sottoposto agli straordinari: il 28 maggio la 100 km del Passatore, il 2 giugno la maratona sulla sabbia di Metaponto (MT), il 4 giugno la 6 ore sulla pista di atletica di Campobasso, e dal 5 al 11 giugno 12 maratone (una la mattina, l’altra il pomeriggio) alla 6 giorni del Bosco di Policoro (MT), stabilendo la nuova MPI SM/70 con 507,780 km (passaggio). E’ tutto il mio curriculum podistico ad essere contrassegnato da numeri tondi e pari. Ho cominciato a correre nel 1976 a 30 anni, la prima maratona l’ho completata nel 1986 a 40 anni, nel 2002 ne ho portato a termine 100, e ciliegina sulla torta corro in coppia con mia moglie. Con questi numeri sono il 3° in Italia fra gli uomini, 4° se si considerano anche le donne, superato da mia moglie; secondo una statistica giapponese, sarei 54° al mondo.

Al podismo sono giunto per caso, anzi costretto. Non avrei mai immaginato che uno sport tecnicamente così povero avrebbe impegnato buona parte del mio tempo libero. A pensarci bene, menar le gambe, più che uno sport è un atto fisiologico, che in passato è servito alla sopravvivenza: se non eri veloce, il nemico ti raggiungeva o non lo raggiungevi! In tempi moderni, come dar torto a quelli che ritengono essere un atto stupido il correre tanto per correre, senza una meta, in solitario!

Tornai a essere un “uomo primitivo” nel novembre del 1976, quando i Reparti dell’Ospedale Civile di Barletta osarono sfidarsi in un torneo di calcio. Fino al liceo avevo giocato ogni giorno al pallone; all’università raramente, un po’ perché gli amici si disperdono per altre strade, un po’ perché gli studi di Medicina e Chirurgia è vero che non necessitano di eccezionale intelligenza ma richiedono molto tempo da passare su voluminosi trattati, e un po’ perché da pendolare passavo molte ore sui treni. Laureato, capii molto presto che non avevo raggiunto un bel niente, e tra ospedale, specializzazione, corsi di aggiornamento e attività privata, tempo da dedicare allo sport non ne rimaneva. Dopo cinque anni, mi ritrovavo con le gambe gracili e il fiato corto, e non permettendomi gli impegni di allenarmi con gli altri colleghi, pensai di darmi un minimo di tono muscolare e rendere beanti gli alveoli polmonari facendo corsa solitaria. Terminato il torneo di calcio con il mio reparto di Ortopedia al penultimo posto, conclusi che la corsa era l’unico sport cui potevo dedicarmi, potendola fare senza altri compagni e negli orari che volevo.

La domenica me ne andavo per quella strada solitaria, fiancheggiata da pini e masserie, che porta alla collina di Canne della Battaglia, dalla cui sommità Annibale, scorgendo il console plebeo P. Terenzio Varrone disposto ad accettar battaglia, aveva esclamato: “C’è cascato il figlio del mugnaio!”, e ringraziò gli dei che tutto si andava predisponendo nelle migliori condizioni per il suo piano. In quella torrida giornata del 2 agosto del 2016 a. c. non ci fu scampo per migliaia di soldati romani caduti nella trappola del cartaginese, e non passò giorno senza che i Romani non maledicessero quella tremenda disfatta, reclamando con rabbia la rivincita, che si presero in una fredda giornata autunnale di quattordici anni dopo a Zama. Giunto in cima, abbracciavo con lo sguardo tutta la pianura sottostante, sulla quale aleggiava il solenne respiro della grande storia, e percepivo l’incrociarsi delle spade, le urla e i gemiti, mentre l’Aufidus, unico testimone sopravvissuto, continuava a scorrere lento verso il mare.

Qui me ne andavo a ritemprare la mente e il corpo dopo una settimana di lavoro intenso. Lungo il ciglio della strada ho visto i fiori sbocciare e poi appassire. In autunno il contadino spaccava l’arida zolla e seminava il grano, in inverno i terreni si trasformavano in immensi tappeti verdi ed in estate si coloravano di giallo che, ai raggi infuocati del sole, risplendevano più dell’oro abbacinando gli occhi, mentre in lontananza le trebbiatrici lavoravano senza sosta al ritmo del loro stridulo suono. A fine settembre la vendemmia era già in atto, annunciata dal dolciastro sapore del mosto che cominciava a sgorgare dall’uva ammassata nei tini. Una leggera foschia a novembre rendeva triste l’animo, ma a tirarlo su provvedeva la brucatura a mano della “coratina” che riempiva l’aria con il suo intenso profumo. Seguiva la potatura, e le narici venivano stimolate dall’acre odore delle frasche d’ulivo bruciate ancora verdi. Spettacolare era la vista sempre cangiante del Tavoliere dall’alto della collina. D’estate l’Ofanto scorreva mite e docile come un agnello, d’inverno si precipitava verso l’Adriatico come un toro infuriato. Distinguevo chiaramente il luogo (vi sorge una masseria) dove l’altro console, il patrizio Lucio Paolo Emilio, si lanciò nella battaglia per lasciarsi uccidere in combattimento; se fosse sopravvissuto, avrebbe dovuto riferire al Senato dell’imprudente condotta dell’altro console, e di un console romano si poteva parlare solo bene! La pianura, poi, si perdeva nel Golfo di Manfredonia, delimitato dal Gargano.

Credo d’essere stato il primo dalle mie parti a correre per strade di campagna per il solo piacere di correre, quando quei pochi che lo facevano se ne andavano ad ansimare in pista con il cronometro in mano.

Qualche anno dopo conobbi l’esistenza delle Società sportive dilettantistiche e delle gare regionali, e la domenica non andai più a Canne della Battaglia. Diventarono i centri storici di piccole città, che altrimenti non avrei conosciuto, i luoghi del mio interesse. Noci, Cisternino, Locorotondo, Conversano, Lequile, Parabita ecc… mi hanno deliziato con le loro stradine strette e tortuose invase dai profumi del ragù proveniente dalle case, al cui uscio era all’opera la nonna che con abili mani dava forma alle orecchiette.

La grande aspirazione era la maratona, che ai miei occhi di allora appariva mitica, massacrante, riservata a pochi, si diceva, ed appunto per questo per me stimolante. Venne all’improvviso, inaspettata, per caso, ma grandiosa ed eccitante, resa popolare dalle due vittorie consecutive di Pizzolato. Il mese di ottobre del 1986 stava finendo, e ci fu una rinuncia di un accompagnatore di atleti che doveva partire per la maratona di New York. Mi fu promesso che, se lo avessi sostituito, un pettorale per me si sarebbe comunque trovato. Non ci pensai un attimo, sebbene avessi nelle gambe soltanto i 10 km settimanali! Il giorno prima di partire percorsi 25 km, che lasciarono il segno sul mio polpaccio destro non abituato a simili distanze, per cui giunto nella Grande Mela non potetti allenarmi al Central Park con i miei compagni di viaggio. Con queste premesse ed in queste disastrose condizioni, il 2/11/1986, feci il mio esordio alla maratona più famosa del mondo. Sul pettorale non c’era scritto il mio nome, ma quello di un certo Vizzini con il suo tempo: 2h24’! Inesperto e frastornato in quella massa di atleti, non mi ritrovai fra i top runners, com’era mio diritto, ma nelle ultime file, che più mi competevano, ove tutti mi guardavano come un extraterrestre, intimidendomi ancor di più. Aspettavo con ansia il colpo di cannone che mi avrebbe salvato da quella incresciosa situazione: in movimento sarei stato uno dei tanti corridori senza gli occhi di tutti addosso. Quando il cielo venne squarciato da quel tuono liberatorio, puntai lo sguardo su una ragazza carina e snella, rimanendole attaccato per molti chilometri ad un’andatura proibitiva per me. Zigzagando, superavo concorrenti a non finire. Mi sembrava di nuotare in una marea immensa, e ad ogni bracciata ne mettevo dietro a dozzine. La folle corsa durò 25 km, che percorsi in un tempo che non avrei mai più ripetuto in vita mia, poi, anche perché bloccato psicologicamente dal fatto che non avevo mai corso una distanza superiore, entrai in crisi e cominciai a perdere terreno dall’inglesina, che senza nemmeno salutare se ne andò. Soffrii le pene della passione di Cristo nella seconda parte della maratona, e tutti quelli che avevo messo alle spalle ora si prendevano la rivincita superandomi ad ondate oceaniche. Fui assalito dal panico che potessi diventare ultimo, e frequentemente mi giravo indietro nella sciagurata ipotesi che comparissero le autoambulanze: Ultimo! Che figura! La stanchezza ed i pessimi ristori (lo sono tuttora) contribuirono a farmi perdere l’appetito, né riuscivo a bere quell’acqua ghiacciata in una giornata fredda e piovosa. E mi voltavo continuamente indietro… Il leggero dislivello degli ultimi chilometri fu più duro del Monte Calvario, ma ormai tutto era consumato, e chiusi il mio calvario in 4h21’. Recuperate le forze, nel rientrare in albergo, vidi che una moltitudine di concorrenti era ancora in gara, e solo allora sorrisi della mia paura di rimanere ultimo. In fondo, non mi ero comportato proprio male in quella mia prima maratona affrontata con coraggio garibaldino: 13.000 mi avevano preceduto, ma ben 7.000 ne avevo messo alla spalle!

Continuai con le gare domenicali di 10 km. Nel 1994 tornai a New York in compagnia di mia moglie: il 30 ottobre corremmo la maratona di Acquaviva delle Fonti (BA), e il 6 novembre la 25^ edizione della Grande Mela. Ci dettero del matto per averne portato a termine due con un intervallo di sette giorni. Uno scandalo! Fu la prima di una lunga serie di “rotture” dei protocolli classici che prevedevano non potersi correre più di due-tre maratone l’anno.

Non ho nessuna intenzione di tediarvi con il racconto delle 697 rimanenti. Nel 1995 corsi la maratona di Barletta e di Venezia. All’Expo della città lagunare mi feci una cultura delle gare che si organizzavano in Italia e nel mondo, per cui nel 1996 ne corsi 12, e fra queste la 100 km del Passatore. Un salto strepitoso! Nel 1997 ne feci poche, 5. Recuperai nel 1998 con 11; fu in quest’anno che mi lanciai in percorsi lontano dagli asfalti, assaporando le forti emozioni dell’Ecomaratona di Collelongo (AQ) e dei 120 km della Deserth Ultramarathon di Libia. Furono ben 29 quelle del 1999, fra le quali spiccano la Marathon des sables di 335 km nel Sahara marocchino, la maratona del sole a mezzanotte di Tromsø in Norvegia e quella del Mugello il sabato pomeriggio e di Genova la domenica mattina seguente. Un anno senza fama e senza lodo il 2000, soltanto 9. Tornai ai grandi numeri nel 2001con 29 gare e un acuto alla “100 km dei Leoni” di Jesi (AN); in una notte d’estate, su un circuito di una stradina del centro storico divisa in due da transenne, 1 km fra andata e ritorno, emisi un ruggito: 10h38’13”, la mia migliore prestazione sulla distanza.

Il 2002 è stato un anno speciale, di grazia. Io stesso non so come abbia fatto a portarne in porto 100. Il difficile è stato non tanto correrle quanto il reperirle in tempi in cui le maratone nel mondo non erano numerose. L’idea iniziale era quella di farne sì un numero tondo e compiuto, ma limitato a 50; poi mi sono lasciato prendere dalla… gamba, e ne è nato il numero perfetto per antonomasia. Cominciai con Dubai l’11 gennaio e continuai con Bermuda il 19, per tornare dalle mie parti fra gli ulivi secolari di Parabita (LE) il 27, e poi Valencia, Salsomaggiore, Castiglion Fiorentino, ecc…, un girovagare infinito per il mondo, passando per grandi metropoli e villaggi sperduti della campagna tedesca, dove ne ho corso un buon numero. Una certa freddezza, i maratoneti tedeschi, me l’hanno fatta sentire soltanto al primo impatto. Poi, conosciuto bene me e il mio obiettivo, mi hanno aiutato a realizzarlo ospitandomi nelle loro case e accompagnandomi in luoghi che difficilmente avrei potuto raggiungere con mezzi pubblici. Come non ricordare quella volta in cui arrivai di corsa in metropolitana mentre il treno stava partendo, e l’amico tedesco tenere aperti gli sportelli con le sue braccia per darmi la possibilità di lanciarmi a catapulta nella vettura, nonostante il guidatore imprecasse nel suo guerresco idioma! La corsa contro il tempo è stato l’altro aspetto che ho dovuto affrontare. Una maratona nella maratona! Non avrei potuto correrne tante se non avessi rischiato con orari stretti di coincidenze di aerei, treni e bus, giungendo qualche volta pochi minuti prima dello start della gara. Anche il tempo atmosferico ha creato i suoi problemi con calure torride in estate, vento, freddo e pioggia in inverno. Il 12 ottobre, alla Brocken Marathon, la più alta vetta (1142 m) delle montagne dell’Harz in Sassonia Anhalt, all’arrivo in cima c’erano -12°C.

Quando si vuole battere un record si è costretti a partecipare a tutte le gare che offre il mercato anche se dure e strane, non solo a quelle piacevoli e coreografiche come a New York. Fra le 100, la più originale è stata certamente la “The Greenwich foot tunnel centenary marathon”. La corsi in un passaggio pedonale, un tunnel appunto, sotto il Tamigi, nel famoso sobborgo di Londra da cui si cominciano a contare i meridiani, in occasione del centenario della sua costruzione. Aveva una forma semicilindrica, largo 2 m, alto 3 m, lungo 364 m che tra andata e ritorno diventavano 728 m, da ripetere 58 volte per completare la canonica distanza di km 42,195. E’ stata un’edizione unica, riservata a 100 maratoneti per chiamata diretta (con mia moglie eravamo gli unici italiani), un privilegio guadagnato per quanto andavo facendo sulle strade di tutto il mondo.

Non potrò dimenticare (un pò di paura l’ho avuta) l’avventuroso viaggio per raggiungere Helgoland, isoletta tedesca del Mare del Nord, dove sabato 3 maggio ho corso una maratona denominata “Warm up” e domenica 4 maggio una seconda, la “Helgoland Marathon”. L’albergatore rimase stupito che una coppia d’italiani, forse la prima avventuratasi da quelle parti, avesse preferito quel posto ventoso, piovoso e sperduto alla magnifica primavera mediterranea. L’isoletta, in realtà, si rivelò interessante, e per coprire tutta la distanza della maratona si dovette farne 4 volte il periplo, applauditi dal garrito di milioni di gabbiani. Come al solito, Air Dolomiti a Bari-Palese, scalo tecnico a Venezia, arrivo a Monaco e quindi coincidenza con Lufthansa fino ad Amburgo, dove, pensavo, un normale aereo di linea mi avrebbe portato su quest’isola ventosa, come dice il nome. Invece, ad attendermi c’era un piccolo aereo a quattro posti che, dopo essere stato sballottolato dalla furia della tempesta, si adagiò indenne sulla pista di atterraggio. Nel viaggio di ritorno, nonostante le cattive condizioni atmosferiche, il piccolo bimotore partì comunque. Giunto in vista della costa, atterrò dove fu possibile, e un taxi mi portò ad Amburgo, distante 100 km, a spese della compagnia.

Pur facendo maratone la domenica, il sabato e qualche volta anche il venerdì, non sarei mai riuscito a raggiungere l’obiettivo prefissato se non ne avessi fatte 10 in 10 giorni in Olanda nei pressi di Maastrich, dal 19 al 28 luglio, sacrificando le ferie estive, e non avessi passato le vacanze natalizie in Germania a correre ogni giorno intorno ad un laghetto, il Teichwiesen, nei pressi di Amburgo, dal 20 a 30 dicembre. Terminata la 11^ maratona consecutiva, nel pomeriggio raggiunsi in aereo prima Monaco e poi Venezia. In macchina mi portai a Calderara di Reno (BO), e la mattina del 31 dicembre, sotto una pioggia incessante e un freddo che neppure in Germania avevo patito, completai la 100^ maratona dell’anno e la 200^ della carriera.

Il miglior tempo è stato di 3:37:58; 20 sono sotto le 4 ore; 17 fra 4 ore e 4:15’; 25 fra 4:15’ e 4:30’; 25 fra 4:30’ e 4:45’; 12 fra 4:45’ e 5 ore. La peggiore è stata Zermatt (6:46:20) sulle Alpi svizzere con partenza a quota 1500 m e arrivo a 3000 m in una giornata piovosa con terreno scivoloso. Dovendo farne tante, ho dovuto per forza di cose distribuire con parsimonia le energie. Una cosa è gareggiare una sola volta e starsene un intero anno a riposare, un’altra è farne tante. Poi bisogna mettere nel conto i massacranti trasferimenti e le estenuanti attese negli aeroporti, più stressanti della stessa fatica della maratona, per non parlare dell’alimentazione che ho dovuto adattare a quella dei luoghi. E non si pensi che fossi sempre in forma, essendomi qualche volta presentato sulla linea di partenza con qualche acciacco. Avevo 56 anni.

Dopo la scorpacciata di chilometri, credete che mi sia riposato l’anno seguente? Il lupo perde il pelo, non il vizio! Ne ho fatte 27 nel 2003 e 40 nel 2004. E’ stato in quest’anno che mi sono tolto un altro sfizio. La mattina del 6 giugno concludo la maratona di Pisa in 4:40:03, e senza fare la doccia e pranzare prendo il treno per Firenze, poi quello per Bologna e, infine, la coincidenza per Rimini. Alle ore 19:00 sono pronto per la Rimini marathon, conclusa in 4:41:48. Il treno delle 0:06 mi porta a Barletta, finalmente doccia, barba, colazione, giacca e cravatta, breve sosta nel mio Centro ortopedico-fisiatrico e alle ore 8:30 sono già in ospedale a Bisceglie, naturalmente in macchina. Lo sottolineo perché, qualche volta, i 20 km li ho fatti di corsa, come allenamento.

Fra le 35 gare del 2005, fiore all’occhiello è la doppietta di due ultramaratone consecutive. La mattina di sabato 25 giugno sono a Marina di Cottone (CT), alla partenza della Supermaratona dell’Etna, che da 0 m sul livello del mare mi porta a quota 3.000 m in 43 km. Durissimi gli ultimi 10 km sulla sabbia lavica e per i problemi dell’altitudine. La concludo in 6:03:33. Scendo a valle, in macchina raggiungo l’aeroporto di Catania, volo a Firenze, in auto raggiungo Pistoia, e alle ore 7:30 di domenica mattina, 26 giugno, mi trovo al cospetto del duomo di Pistoia per la partenza della Pistoia-Abetone di 53 km, una gara che dai 60 m della città toscana sale ai 1400 m della montagna cara a Zeno Colò. 6:41:38 il mio tempo.

Ho continuato a portare una media di una quarantina di maratone/ultramaratone l’anno con la punta massima di 51 nel 2014 e minima di 9 nel 2010 per via di una condropatia delle ginocchia. L’obiettivo era la ricerca di gare sempre nuove e diverse per più intense emozioni. Non ricordo quante altre volte ho portato a termine la serie di 10 maratone consecutive. Ricordo molto bene, invece, la “Baltic Run” di 335 km, che dalla Alexander Platz di Berlino mi portò a Usedom, isola del Mar Baltico, da dove Von Braun lanciava i V-2, le cui lunghe spiagge sabbiose, affollate da curiosissime sedie sdraio completamente riparate sui tre lati per contrastare la furia dei venti, rappresentano la Rimini tedesca. E’ sempre alla scoperta di qualcosa di speciale che ho partecipato alla 100 miglia dell’Himalaya. Nel 2014, ricorrenza della 1^ guerra mondiale, non potevo non partecipare alla 100 km di Asolo, che porta ai 1700 m del Monte Grappa, a rendere omaggio al sacrario militare che contiene i resti di 22.950 soldati.

Insomma, non mi sono risparmiato. Non sono andato alla ricerca di gare facili per far numero. Delle 700, circa 174 sono ultramaratone, comprendenti 34 100 km, molte 24 ore (migliore prestazione 187,200 km), ecc. Non mancano gli ultratrail alpini con alto coefficiente di difficoltà e pericolosità, in cui bisognava correre su uno stretto sentiero intagliato nel fianco della montagna oltre il quale c’era un profondo burrone, come alla “Tre Cime di Lavaredo Ultratrail”, ampiamente ripagato dallo spettacolo delle rocce dolomitiche e del lago di Misurina contemplato dall’alto.

Non ho mai fatto il conto dei chilometri percorsi, certamente di più della lunghezza del meridiano terrestre, senza contare gli allenamenti e le gare inferiori ai 42,195 km, che non fanno parte del conteggio. Tutti chilometri belli. Una vita di corsa! Ho attraversato città d’arte, e vi assicuro che Roma, Firenze e la costa amalfitana sono tutt’altra cosa liberate dalla confusione del traffico automobilistico. Ho corso lungo i mari, sugli argini dei fiumi, attorno a laghi (Trasimeno, Orta, Garda, Maggiore, Lesina, Varano). Ho fatto amicizie. Sono diventato cittadino del mondo. Ciò che mi ha spinto ad imbarcarmi in quest’avventura non è stato certamente il sudore e la fatica fine a se stessi, ma il desiderio di vedere, conoscere, sapere, imparare. Lo sforzo fisico è stato il prezzo pagato per un arricchimento senza pari. A pensarci bene, la stanchezza non esiste, ha solo una genesi mentale: passa non pensandoci. Può essere tanta in gara, ma svanisce d’incanto quando da lontano si intravede il traguardo. E non solo, anche per altre inaspettate avventure. Ero stanco nelle fasi conclusive della maratona di Reggio Emilia per aver assunto un ritmo impegnativo fin dai primi chilometri, quando vidi fra il pubblico la figura imponente del sindaco di Barletta, Francesco Salerno, incitarmi. Addio stanchezza! La conclusi ad una velocità superiore a quella delle fasi iniziali. Più che emozione, provai commozione nel tagliare il traguardo alla “Rose Marathon” di Minden, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Lo speaker annunzio il mio arrivo: “Michele Rizzitelli aus Barletta – Italien”, ed ecco venirmi incontro ad abbracciarmi la signora Filomena, una professoressa di Canosa di Puglia residente da 30 anni in Germania, la quale non si aspettava che un quasi compaesano fosse calato da quelle parti semplicemente per massacrarsi alla fatica dei 42 km. E’ vero che nel mio vagabondare ho molto imparato e conosciuto, ma ho fatto anche conoscere la mia città nei luoghi più impensabili!

Deluderò quanti da me si aspettano segreti su diete miracolose. Non ho nessun consiglio da dare, in quanto la mia alimentazione è stata quella normale, la solita di ogni giorno. In gara ho usato i ristori forniti dall’organizzazione e nel pre-gara e post-gara non ho quasi mai fatto uso di integratori, aminoacidi ramificati, omega 3 e di tutti quei prodotti che il marketing presenta come indispensabili e che ho visto ingoiare a chilogrammi da molti maratoneti.

Spontanea sgorga la domanda: “Costui ha lavorato nella sua vita?”. Eccome! Ed anche sodo! Nel mio piccolo, credo di aver fatto cose più importanti del correre, che è stato semplicemente un diletto con il quale ho ridato dignità all’apparato locomotore, mortificato dall’abuso dei mezzi di locomozione moderni. Mi ha aiutato il fatto che ho condiviso la passione con mia moglie, altrimenti sarebbero stati… dolori.

Quando fra qualche anno sarà tempo di bilanci, di molte cose mi pentirò. Conterò le occasioni perdute, gli errori commessi, e concluderò che la vita potevo viverla meglio. Purtroppo, si vive una sola volta per poterla gustare pienamente. Constaterò che in questo mondo “tutto scorre”, anzi corre, e io non ho fatto altro che adeguarmi. Ed almeno in questo non avrò rimpianti.

Michele Rizzitelli

 

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