Maratone e altro — 03 novembre 2009

New York


Clicca per l'immagine full sizeLa capitale del mondo ha celebrato anche quest’anno la sua maratona, resa questa volta ancora più dura dal freddo pungente e dal vento che ha ostacolato l’avanzare dei corridori in alcuni dei punti nevralgici della gara. Quello che piace di più in questa corsa (parere personale) è che si tratta di una gara vera, dove le lepri e le tattiche di squadra influiscono il giusto, ed alla fine chi viene fuori sono sempre i migliori, almeno quel giorno ed in quelle condizioni. Un uso sapiente delle partenze differenziate ha permesso di godersi anche la gara femminile, senza inquinamenti dovuti a gabbiani, mariti, compagni di squadra e quant’altro.
Abbiamo potuto così ammirare la bella volata finale dell’etiope Dire Tune, che una volta sicura di essere vicina al traguardo ha dato libero sfogo a tutta la sua rotonda corsa da pistard andando a cogliere una vittoria prestigiosa ed indiscutibile, suffragata da una impressione visiva emozionante. Alle sue spalle abbiamo ammirato la corsa in economia assoluta della russa Petrova, cha vanta anche esperienze in ultra-maratona, e la caparbia forza di volontà della francesina Christelle Daunay, un fruscello di donna tutta nervi che alla fine è andata a cogliere un terzo posto di valore altissimo. Ma l’impressione più grande, da tifoso, ce l’ha trasmessa la regina Paula Radcliffe, che ha dimostrato al mondo, ancora una volta, di essere atleta vera, capace anche di perdere con assoluta dignità, quasi non volesse privare le avversarie, ritirandosi, della gioia di poter dire: quel giorno ho battuto Paula!
Della gara maschile, pure vibrante ed intensa, ci rimane il ricordo indelebile dei singulti a stento soffocati di Mebrathom Keflezighi, un uomo che è un’icona del dramma di un Paese (la sua natia Eritrea) e di una grande persona. Si, il dramma della guerra da cui si è fortunosamente sottratto assieme ai suoi undici fratelli: una guerra assurda, disumana, come lo sono tutte le guerre ma più ancora quelle territoriali, monumento per l’umana ignominia.
Ripensando alla sua storia, ed a molte altre, ci veniva in mente la disputa fra Italia ed Austria per l’Alto Adige, risolta a tavolino con soddisfazione di tutti e con un accordo che può essere da monito per tutti i guerrafondai del mondo. Oppure l’accordo fra Praha e Bratislava per l’indipendenza della Slovacchia, un conflitto che non ha prodotto neppure una vittima.
Ogni guerra è un monumento alla stupidità, ed ogni uomo come Meb è un monumento alla vera natura dell’essere umano.
Tornando alla gara, annotiamo ancora il tonfo dei keniani, che quando corrono da soli assomigliano di più a noi, e questo ce li rende simpatici, e le grandi rimonte di Ryal Hall e di Jaouad Gharib, che negli ultimi chilometri si sono messi a raccattar cadaveri, altra dimostrazione che c’è stata gara vera.
L’ultima annotazione riguarda gli arrivati, che sono stati 43.474 (dato provvisorio), record assoluto e con l’aggiunta di una percentuale altissima rispetto agli iscritti.
Se corri a New York, arrivi in fondo!


 


Seoul


Nel giorno di New York, c’era poco spazio per altre maratone, ma qualcosa d’interessante pure c’è stato, in altre zone del pianeta. E’ il caso della maratona Joong Ang a Seoul, Corea. Si tratta della terza gara importante del Paese in tre settimane, tutte ottimamente riuscite!
E’ noto che la spiegazione di questo affollamento invernale risiede nel clima, così che Corea e Giappone approfittano della stretta finestra in cui le condizioni ambientali sono passabili.
Qui i keniani l’hanno fatta da padroni, con uno sprint finale (ormai non più così raro) fra Francis Kibiwott e David Mandugo, col primo che ha prevalso in 2:09.00 per un solo secondo.
Seguono Stephen Kibiwott (2:09.24), David Kemboi (2:10.45) e Jacob Kiplagat con Wegadebu Tefera (2:11.33 per entrambi). La prima donna è stata la coreana Lee Sun-young in 2:34.22, discreta.
Inoltre, nei Giochi Nazionali disputati una diecina di giorni orsono a Daejong, si è rivisto Lee Bong-ju che ha vinto in 2:15.25, davanti a Yu Young-jin in 2:17.32

Soweto

Il principale “ghetto” di Johannesburg sta facendo passi da gigante per uscire dallo stato di degrado che lo caratterizza, e la maratona sta facendo la sua parte, suppportata da un importante istituto bancario. Nonostante che l’altura qui si faccia sentire, la corsa è stata vivace e combattuta e solo i risultati hanno risentito delle condizioni ambientali. Il dato più atteso era l’esordio in maratona della 28enne pistard Renè Kalmer, che già aveva fatto alcuni assaggi sulla mezza, con riscontri positivi. Qui ha vinto, ma ha pagato più delle altre l’altitudine, lei che vive a Port Elizabeth. 2:44.06 il suo tempo finale, col quale ha preceduto Poppy Mlambo (2:45.28) e Mamorallo Tjoka. Fra gli uomini vittoria per Tshidiso Bosiu in 2:18.10, davanti a Mabothile Lebopo, del Lesotho, in 2:19.19

Podgorica

Il Montenegro, da poco indipendente, ha celebrato la sua nuova dignità ricorrendo ad una maratona già sperimentata, cioè quella di Podgorica, quest’anno valida come prova per i Campionati dei Balcani. L’ospite russo Dmitriy Safronov ha vinto in 2:11.51, precedendo Chipere Brighton, Zimbabwe, in 2:13.18, mentre il moldavo Roman Prodius è arrivato terzo ed ha conquistato il titolo, in 2:14.57. In campo femminile si è rivista la serba Olivera Jevtic, riapparsa dopo un periodo di oscuramento, che ha messo in fila una lunga teoria di russe, andando a vincere gara e titolo in 2:31.18 


 


 

Autore: Franco Anichini

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