Atletica News slide — 02 agosto 2016

Le Olimpiadi sono un’altra cosa. E se lo dicono tutti (da sempre), un motivo ci sarà. Mancano undici giorni al via della trentunesima edizione dei Giochi (12-21 agosto per la “Regina”). L’atletica italiana, dopo la boccata d’ottimismo degli Europei di Amsterdam (dove, tra conferme e nomi nuovi, una certa briosità si è indubbiamente notata), si appresta al confronto più duro. Quello a cinque cerchi, dove, una volta ogni quattro anni, la realtà, nuda e cruda, assume contorni spietati, sotto forma di un livello di competitività che non ha eguali in nessun’altra disciplina sportiva: a Londra, quattro anni fa, furono 42 i Paesi in grado di conquistare almeno una medaglia, e 69 quelli capaci di piazzare almeno un atleta tra i primi otto. Numeri che certificano quella che non è solo un’impressione, o un vecchio adagio buono per gli amanti della retorica.

CONFRONTO GLOBALE – Sarà dura, per i 37 azzurri (14 uomini e 23 donne) selezionati dal DTO Massimo Magnani per i Giochi di Rio de Janeiro: lo “zero” (in termini di medaglie) che non esce dall’edizione di Melbourne 1956, ha concrete possibilità di prendersi la scena. A Londra 2012, in piena bufera-doping per la positività di Alex Schwazer (alone che tristemente finirà per riverberarsi, comunque la si voglia vedere, anche sull’edizione 2016), il bronzo di Fabrizio Donato nel triplo regalò all’Italia un – provvidenziale – posto al sole del medagliere, scacciando l’ipotesi del “no contest”. Cinque furono i finalisti, uno in più di Pechino 2008, ed esattamente come ad Atene 2004, anche se in quelle due precedenti edizioni il medagliere brillò certamente in altra maniera (oro-bronzo in Cina, doppio oro e bronzo ad Atene, in quest’ultimo caso con singolare polemica finale innescata, in totale buona fede e prima della cavalcata di Stefano Baldini, dall’inimitabile Candido Cannavò). Numeri scarni, ma relativamente costanti, che se da un lato danno il senso della vastità del confronto in atletica leggera, dall’altro misurano il perimetro del valore dell’atletica italiana, visto che non appaiono lontani da quelli fatti registrare, andando a ritroso, fino a Barcellona 1992 (tre volte otto finalisti, a Sydney, Atlanta, e in Spagna). Per elevare le quote azzurre, è necessario riavvolgere il nastro fino agli anni ’80, quando il Mondo, da tanti punti di vista, e non solo in campo sportivo, era davvero diverso.

SPERANZE IN MARCIA – Tornando all’oggi, ai Giochi di Rio, appare chiaro come la maggior parte degli atleti italiani abbia come obiettivo soprattutto un piazzamento, o perlomeno, il confronto con il proprio rendimento assoluto o stagionale, alla ricerca di performance che possano consentire di superare turni in pista e qualificazioni nei concorsi. Alcuni di loro, per valore, esperienza, solidità di rendimento nel corso dell’ultimo biennio, potranno certamente aspirare a qualcosa di più: dall’ingresso in finale ad una battaglia per il podio, anche se, va detto, la defezione di Gianmarco Tamberi ha tolto di mezzo l’unico azzurro “pronosticabile” per le medaglie. Tra quelli che sperano ci sono senz’altro gli specialisti della marcia, a cominciare da Elisa Rigaudo, bronzo a Pechino, che ha già dimostrato in maggio, a Roma (quinto posto che diventerà quarto, dopo la squalifica per doping della cinese Liu Hong) di essere vicina alla migliore forma. Con lei, compongono un trio di assoluto valore Eleonora Giorgi (squalificata a Roma nei chilometri finali, quando era in lotta per l’argento) e Antonella Palmisano (assente alla rassegna iridata di tre mesi fa per infortunio, ma quinta ai Mondiali di Pechino 2015). L’esclusione della Russia ha rimescolato le carte nella specialità, e solo le cinesi appaiono chiaramente favorite nella caccia ai metalli olimpici (inclusa la stessa Liu Hong, che sarà al via dopo la sanzione-lampo di un mese). In campo maschile, lasciando in sospeso ogni considerazione relativa ad Alex Schwazer (il cui confronto al TAS è in programma l’8 agosto a Rio, a ridosso del via del programma gare dell’atletica), i cinquantisti, a cominciare da Marco De Luca (con lui Teodorico Caporaso e Matteo Giupponi), mirano all’exploit della carriera. Il francese Yohan Diniz è il favorito assoluto, ma anche in questo caso la cacciata dei russi, seppure con una ricchezza di protagonisti (a cominciare da Tallent), apre scenari interessanti.

INCOGNITA MARATONA – La strada, da sempre amica dei colori azzurri, mette in primo piano anche maratoneti e maratonete: Daniele Meucci, seppure in un contesto pauroso (con l’Africa che propone favoriti a manciate, distribuiti in almeno tre continenti), ha dimostrato nella mezza di Amsterdam (bronzo) di essere in linea con la tabella di marcia di preparazione dei Giochi. L’esperienza di Ruggero Pertile (e la solidità di Stefano La Rosa), sono gli ingredienti che completano il mix tricolore per i 42km e 195 metri olimpici. Tra le donne, Valeria Straneo, magnifica nel biennio 2013-2014 (argento mondiale ed europeo), viene da altrettante stagioni tormentate: la sua lotta contro il tempo, alla ricerca della miglior condizione, sarà valutata domenica 14 agosto (via alle 14:30 italiane, con Anna Incerti e la dottoressa Catherine Bertone). L’incognita più grande in entrambe le prove, avversari ovviamente a parte, è rappresentata dal clima, e dalla la conseguente possibilità che cambino i ritmi di gara: l’inverno brasiliano alterna giornate di caldo ad altre molto più fresche e ventilate, con queste ultime che potrebbero contribuire a lanciare i primi su ritmi diversi da quelli abituali nelle prove “di campionato” (quando si lotta per le medaglie, e non per i tempi).

OLTRE I LIMITI – Chi sembra potenzialmente in grado di andare oltre i propri limiti è Libania Grenot. La quattrocentista di origine cubana, ad Amsterdam oro europeo bis (dopo quello vinto nel 2014 a Zurigo), sembra entrata in una nuova dimensione, tale da rendere l’obiettivo dell’ingresso in finale (mancato di poco sia a Pechino, sia a Londra) finalmente possibile. Si parla però dei 400 metri (batterie sabato 13 agosto anche per Mariabenedicta Chigbolu, semifinale il 14, finale a ferragosto), terreno dove il mondo intero propone protagoniste, e dove ipotizzare scenari credibili appare quanto meno complicato: tra statunitensi (a cominciare da Allyson Felix, che sarà al via della sola gara sul giro) e giamaicane, con la bahamense Miller a guidare la lista mondiale 2016 (49.55), gli spazi sembrano ristrettissimi. Il 50.43 realizzato dalla Grenot in semifinale ad Amsterdam ha riacceso le luci sull’azzurra. Il quesito a questo punto è: sarà possibile rivederla a Rio nelle stesse condizioni? Con lei, punta all’ingresso in finale anche il quartetto della staffetta 4x400m, bronzo europeo in Olanda (sarà nuovamente del gruppo l’ostacolista Ayomide Folorunso, non schierata ad Amsterdam), anche se entrare nelle prime otto ai Giochi sarà un’impresa realizzabile solo con una prestazione molto prossima al record nazionale.

SALTI D’AZZURRO – Alessia Trost arriva ai Giochi nella fase finale di una stagione non particolarmente esaltante (o comunque, non in linea con le aspettative), condizionata com’è stata da problemi di varia natura. Finalista sia ai Mondiali indoor di Portland (settima) che agli Europei (sesta), la friulana ha certamente le potenzialità per piazzarsi tra le migliori a Rio, dove, esattamente come nella marcia, l’assenza delle russe libererà spazi significativi (a disposizione anche di Desirée Rossit, capace quest’anno di crescere fino a 1,97). Merita la citazione nel gruppo dei cacciatori di finale anche Fabrizio Donato, che a Rio, il 14 agosto (24 ore prima della qualificazione) compirà 40 anni, e che agli Assoluti di Rieti, malgrado un non eccellente rapporto con la pedana, era apparso in ottime condizioni di forma. Lo scenario della specialità, anche a causa dei tanti atleti vittime di infortuni (incluso il nostro Daniele Greco), è meno ricco del passato. E questo, indubbiamente, contribuisce ad alimentare le speranze.

PER CRESCERE ANCORA – Da un terzetto di atleti, infine, potrebbero arrivare prestazioni significative: non necessariamente piazzamenti da finale, ma risultati di valore sul piano tecnico, in grado di elevare il peso specifico della partecipazione italiana. Il riferimento è a Veronica Inglese, protagonista ad Amsterdam su 10000 metri e mezza maratona (argento individuale e a squadre in questa seconda gara, PB di 31:37.43 nei 10km), che a Rio correrà la prova in pista, a Matteo Galvan (finalista europeo dei 400m e due volte al record nazionale in stagione con 45.12), e a Yusneisy Santiusti (finalista continentale del doppio giro, apprezzata per la capacità di leggere tatticamente tutti i turni). La spinta giovane al carro azzurro ha i connotati e il carattere estroverso della già citata Ayomide Folorunso, l’ostacolista emiliana di origini nigeriane che compirà vent’anni solo a metà di ottobre. Ayo è stata fantastica ad Amsterdam: quarto posto (con il personale portato a 55.50) e podio sfiorato nei 400hs, malgrado ritmica e tecnica ancora da perfezionare. Per fare strada ai Giochi (con lei anche Marzia Caravelli e la rientrante Yadis Pedroso) c’è sicuramente bisogno di crescere ancora, ma l’approccio è esemplare.

Lottare, far strada nei turni, migliorarsi se possibile: questi gli obiettivi di tutti gli altri azzurri, a cominciare dai velocisti Eseosa Desalu, Davide Manenti e Gloria Hooper, tutti alle prese con il mezzo giro di pista; discorso applicabile ai mezzofondisti Giordano Benedetti (800m, finalista europeo ad Amsterdam), Yuri Floriani (3000st), Margherita Magnani (1500m), o alle saltatrici Dariya Derkach (triplo) e Sonia Malavisi (asta). Silvano Chesani (alto) è l’unico superstite di quella che avrebbe dovuto essere una vera e propria armata (con gli appiedati Gimbo Tamberi e Marco Fassinotti): le sue condizioni, però, seppure in crescita, non sembrano obiettivamente quelle dell’inverno 2015 (quando fu argento europeo in sala); anche Marco Lingua (martello) è solo, nel senso di essere l’unico rappresentante dei lanci azzurri. Fatto, questo, su cui bisognerà riflettere a fine quadriennio.

I NUMERI DI SEMPRE – Pillole statistiche, per concludere. Nella storia dei Giochi, l’Italia ha collezionato 60 medaglie: (19 d’oro, 15 d’argento, 24 di bronzo), 46 delle quali dalla squadra maschile; l’edizione più ricca fu quella (dimezzata) di Los Angeles 1984 (sette medaglie, con 20 finalisti), seguita da Londra 1948 (1-3-1) e Berlino 1936 (1-2-2). A secco di medaglie solo in tre edizioni: 1906, 1928 e 1956 (quest’ultima, l’unica nel secondo dopoguerra). Solo quattro Paesi hanno avuto propri rappresentanti nell’atletica in tutte e 28 le edizioni dei Giochi (inclusa quella decennale del 1906): Australia, Francia, Gran Bretagna e Grecia. L’Italia vanta 26 partecipazioni (mancano quelle del 1896 e 1904), e si colloca al terzo posto con Ungheria e Canada. Abdon Pamich (1956-1972), Pietro Mennea (1972-1988) e Giovanni De Benedictis (1988-2004) guidano, con cinque partecipazioni, la lista degli azzurri più presenti (anche Fiona May ne vanta cinque tra il 1988 e il 2004, la prima con la maglia della Gran Bretagna). Pietro Mennea è da tempo il leader mondiale per numero di turni ai Giochi Olimpici: ben 32 (con nove finali); nella speciale classifica, lo segue Carl Lewis (29). Infine, la statistica delle statistiche: il numero complessivo di finalisti italiani (primi otto)? Duecentoquarantuno, capaci di collezionare 774 punti. Ok, si può cominciare.

Ufficio Stampa FIDAL.
Federazione Italiana di Atletica Leggera

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