Curiosita — 16 aprile 2009

La ‘prima’ mondiale di un’ultramaratona di sei giorni si tenne in Italia, precisamente 2216 anni fa. Cinquecento furono i chilometri percorsi. Non compare nella pregevole ‘Storia dell’ultramaratona in Italia’ di Stefano Scevaroli e, per ovvi motivi, non è riportata nelle puntuali statistiche di Franco Anichini. E’ un atto doveroso riscattarla dall’oblio. Fu impresa epica, vittoriosa che cambiò i destini della Storia: senza quella sei giorni la nostra civiltà sarebbe  stata diversa.


E’ ben documentata, non frutto di leggende come quella di Filippide. A proposito, chi era costui? E’ veramente esistito? Si chiamava Filippide o Fidippide? Corse da Maratona ad Atene? Da Atene a Sparta? Erodoto accenna solo fuggevolmente al ‘Imerodromou’, e tanto è bastato per creare il mito della ‘Maratona’ e della ‘Spartathlon’.


Ci sono, poi, altre caratteristiche che rendono maledettamente moderna la sua cronaca. In gara non c’era un solo uomo, come nel caso greco, ma oltre 6.000 uomini presero il via, anticipando di due millenni le ultramaratone di massa. Lungo i 500 Km. del percorso, il pubblico fu più numeroso ed osannante di quello dell’attuale New York. I ristori furono abbondanti ed offerti da tutte le ‘Società‘ situate lungo il tragitto. Fu una manifestazione ipermoderna, meticolosamente programmata, e portata a compimento con intelligenza tattica, coraggio, rabbia e sofferenza. Frutto di un’organizzazione ineccepibile: il perfetto funzionamento della nostra attuale struttura statale ha origini antiche!


Correva l’anno non del Signore 207, e da undici anni Annibale stava mettendo a ferro e fuoco l’Italia. Era giunto nel 218, dopo aver espugnato Sagunto (dum Romae dicitur, Saguntum espugnatur), attraversato i Pirenei, la Gallia meridionale e le Alpi. Con trucchi strategici, ai quali i Romani non erano abituati, li aveva battuti sul Ticino (nov. 218), sulla Trebbia (dic. 218), sul Trasimeno (giugno 217). Poi si era diretto in Apulia per rifornirsi di grano e frumento, ed a Canne (agosto 216), con una perfetta manovra a tenaglia, aveva distrutto le legioni dei consoli Terenzio Varrone e Paolo Emilio, uccidendo 50.000 romani. Continuò a fare il bello ed il cattivo tempo, nel tentativo di staccare le città meridionali da Roma. Si diresse anche verso l’Urbe, ma si rese conto di non avere uomini e mezzi per cingere seriamente d’assedio una città ben fortificata. Chiese rinforzi a Cartagine ed, in attesa, continuò a distruggere, saccheggiare e fare terra bruciata.


Ed i rinforzi arrivarono, appunto, nel 207. Asdrubale, rifacendo la stessa strada di Annibale, era giunto a Placentia, e contava di unirsi al fratello nell’Umbria meridionale per marciare insieme contro Roma.


Bisognava impedire il ricongiungimento dei due eserciti. Il console M. Livio Salinatore, di stanza nel Piceno, gli si mosse contro per tagliargli la strada: sarebbe stato capace di battere il numeroso esercito di Asdrubale, che aveva dimostrato grandi capacità militari ed aveva attraversato le Alpi più speditamente di Annibale?


L’altro console, C. Claudio Nerone, di stanza in Apulia a controllare Annibale, concepì un piano arditissimo, che dette origine all’ultramaratona. Scelse di persona 6.000 fanti e 1.000 cavalieri, e di notte partì per il Piceno in soccorso del collega, lasciando il resto del suo esercito a Canosa al comando del luogotenente Quinto Cazio, al quale raccomandò di simulare la conquista di qualche rocca per trarre in inganno Annibale, che non avesse a sospettare nulla di quella audace spedizione notturna: se avesse saputo che l’esercito del sud era senza comandante, avrebbe potuto facilmente attaccarlo e distruggerlo!


Lo start fu dato ad Herdonea, e chi va a fare due passi nei giardini comunali di questa cittadina (Ordona) del Tavoliere trova una targa che commemora l’evento. Nulla venne lasciato al caso: un’organizzazione da fare arrossire le ipertecnologiche gare moderne. I legionari si liberarono del bagaglio (itineribus expeditis), cioè di qualcosa come 30-35 Kg: armi, cibo, coperta, borraccia ecc., e corsero verso la Gallia (Marche) senza portarsi niente appresso. Ma bisognava pur nutrirli con protidi, lipidi, glicidi, sali  e liquidi. Il Console mandò avanti messaggeri ai Larinati, ai Marrucini, ai Frentani, ai Petruzi affinchè lungo il percorso preparassero ‘ristori’; inoltre, facessero trovare cavalli ed altre bestie che servissero da ‘bus scopa’ per i partecipanti più stanchi.


Volarono lungo l’Adriatico contro l’invasore in una delle avanzate più fulminee della storia. Salirono e discesero colline, attraversarono fiumare, affondarono i piedi in paludi. Carezze erano i rovi che insanguinavano le loro gambe. Gli attuali decatleti? Soubrettes al confronto! Termoli, Atri, Ponte sul Tronto, Fermo, Loreto, Senigallia, Urbino. Marce forzate senza dormire mai, appena il tempo per soddisfare i bisogni più elementari, senza perdere tempo, e via. Li spingeva a sudare e soffrire non le raffinate motivazioni che, ai giorni nostri, ci riferiscono Maurizio Crispi e Stefano Accorsi. Ben altri pensieri passavano per la loro testa! Erano ben consapevoli che la vittoria sarebbe dipesa soltanto da loro, ed era la rabbia per conseguirla che ‘tamponava’ l’acido lattico e forniva energia ai loro muscoli. Dovevano far presto e bene due cose: distruggere l’esercito di Asdrubale e tornare velocemente in Puglia.


I patiti di New York rimangono stupiti del suo pubblico perché non sanno cosa successe – non per 42 Km. e per qualche ora – ma  per sei giorni e per  500 Km. In tutti i luoghi in cui passavano, i corridori erano accolti da una doppia fila di uomini e donne che si riversavano dai campi, levando voti, preghiere e lodi. Li chiamavano difensori dello Stato, vindici dell’Urbe. Nelle loro mani era posta la salvezza e la libertà loro e dei loro figli. Invocavano gli dei perché concedessero all’esercito romano una marcia felice ed una rapida vittoria sui nemici. Molti del pubblico si unirono: veterani che avevano fatto il servizio militare, e giovani che Claudio Nerone arruolava fra quanti si offrissero, scegliendoli fra i più prestanti e vigorosi.


Nottetempo raggiunsero l’accampamento del console Livio Salinatore. La mattina seguente si tenne il consiglio di guerra, da cui deriva il briefing che precede le attuali ultramaratone. Il console Claudio Nerone fu irremovibile: si combatta subito per non vanificare il fattore sorpresa! I suoi legionari non avevano bisogno del ‘recupero’, ed erano pronti alla crudele lotta corpo a corpo! Lo scontro avvenne sulla riva destra del Metauro, nei pressi del Passo del Furlo. 56.000 Cartaginesi furono uccisi e, fra essi, lo stesso Asdrubale.


Il console Claudio Nerone, nella notte che seguì la battaglia, ripartì ed, in sei giorni, raggiunse il suo esercito in Puglia. La testa di Asdrubale venne gettata nell’accampamento di Annibale.


Era di Nerone il merito maggiore della vittoria. In sei giorni aveva attraversato tutta la penisola. Nello stesso giorno in cui Annibale aveva creduto che il console avesse posto contro di lui il campo in Apulia, egli aveva già attaccato battaglia contro Asdrubale nel Piceno. Un solo console, a nord ed a sud d’Italia,  si era battuto contro due generali e due eserciti, opponendo ad uno la sua scaltrezza, all’altro la sua persona.


Annibale continuò a saccheggiare le regioni meridionali. Gli italici non accettarono di passare dalla sua parte. Il Metauro fu l’inizio della sua fine.


Quando nel 203, richiamato in patria, lasciò  l’Italia, più volte si volse indietro  mentre si allontanava dalle sue coste. Accusò gli dei e gli uomini, se la prese  con il Senato cartaginese, maledisse sé e la propria vita. Si sbagliava! Neppure la bellezza delle donne di Capua era stata la sua rovina. Altro che le femminucce! Il colpo mortale gli era stato inferto da quei legionari ultramaratoneti: un mix mortale di organizzazione romana e forza bruta. E la Storia riprese il suo corso naturale.


A guerra conclusa, la prima cosa che il Senato romano decise, fu la costruzione della Via Emilia. Nessuno più, valicate le Alpi, sarebbe giunto impunemente nel cuore della Repubblica. Legionari-ultramaratoneti, veloci come fulmini sulla sua pavimentazione lastricata, sarebbero stati scagliati contro.


Quella sei giorni fa risentire tuttora i suoi benefici effetti. Lungo questo territorio di colline degradanti verso il mare spumeggiante, dove il vento schiaffeggia le palme delle passeggiate, sono nati supermaratoneti del calibro di Nunzia Patruno, Cosimo Di Giulio, Carmen Fiano, Giuseppe Palumbo, Massimo Faleo, Pasquale Giuliani, Mario Fattore, Valentino Caravaggio, Enrico Vedilei, Carmelo Passiatore, Ulderico Lambertucci, Alberto Fusari, Francesco Capecci, Ferdinando Gambelli, Annibale Montinari, Leonardo Manfrini, Giuseppe Di Luzio ecc.


L’evento è stato ricordato tutt’altro che per fini accademici! Tanto per rimanere in tema di mentalità ed organizzazione latina, all’otium potrebbe seguire il negotium: dalla teoria alla pratica. Roba da far impallidire la Spartathlon!


Barletta,16/4/2009               

Autore: Michele Rizzitelli

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Peluso

  • Alfonso Raffone, Erco Sport

    Una rievocazione storica da elogiare. I miei complimenti!! Storia, sport e impegno civile uniti insieme dal coraggio dell’essere umano.

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