Medicina slide — 08 febbraio 2017

 

imagesSi sente spesso parlare di resilienza come di capacità nel fronteggiare eventi sfidanti, perseverando nella loro realizzazione.

Ebbene, pochi però sanno che il concetto nasce nelle scienze metallurgiche indicando, in tale contesto, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate.

Se si fa una semplice ricerca su internet indicando come parole chiave “resilienza” e “sport”, noterete che usciranno fiumi di articoli che trattano la materia secondo svariati modelli operativi.

Quello che invece si ignora della resilienza è il come ed il perchè sia nata e si sia sviluppata in ambito psicologico.

Adesso ve lo racconto…..

La prima volta che si sentì parlare di resilienza in psicologia, fu più o meno intorno agli anni 70/80, a quell’epoca stava prendendo sempre più piede il filone teorico della psicoterapia familiare.

In America infatti, gli psicoterapeuti stavano per l’appunto mettendo in essere nuove tecniche psicoterapiche che non vedevano più il singolo come unico interprete della malattia, bensì l’intero nucleo familiare, si iniziò infatti a parlare di omeostasi familiare, di giochi della famiglia, di famiglia psicotica ecc. ecc.

Man mano che questi studi andavano avanti grazie ad un lavoro lento ed attento, gli psicoterapeuti, iniziarono a rendersi conto che in ogni famiglia, c’era sempre un membro (vuoi il padre, la madre o talvolta anche qualche figlio) che era “resiliente” rispetto alla malattia di cui era affetta la famiglia stessa.

Che significa questo?

Significa che all’interno di una famiglia con un membro schizofrenico o psicotico, uno dei due genitori era capace di abbassare il livello di stress collettivo in modo da permettere all’interno nucleo di continuare a funzionare anche in modo disfunzionale, in assenza di tale individuo ci sarebbe stata una spersonalizzazione del paziente e un relativo ricovero in clinica.

Ed invece, questo, nella maggior parte dei casi non accadeva perchè la resilienza di un genitore o talvolta anche di un figlio, permetteva al paziente di mantenere un proprio personale equilibrio senza per forza ricorrere a misure restrittive che avrebbero ulteriormente disgregato e mutilato la famiglia in questione.

Essere resilienti in psicologia significa appunto essere in grado di attuare strategie capaci di ridurre la tensione o lo stress causati da un elemento di disequilibrio in modo da permettere a chi ci sta vicino di continuare a funzionare nel modo in cui funziona.

Infatti la domanda che questi psicoterapeuti spesso si ponevano era: “ma che cosa permette a questa famiglia di continuare a funzionare per come sta attualmente funzionando”?
“chi è che riesce a far mantenere l’ equilibrio”?

La risposta la si cercava per l’appunto, nel comportamento della persona resiliente.

In ambito sportivo questo concetto è stato utilizzato a volte anche in modo improprio indicando per resilienza la resistenza dell’atleta ad eventi stressanti.

In questi casi la definizione non è propriamente corretta, perchè per far fronte a simili avversità, si parla più che altro di stili di cooping dell’atleta e non più di resilienza, ma questo è un altro discorso.

Quindi adesso quando leggete articoli o riviste dove compare la parola “resiliente”, sapete da dove nasce e a cosa è servita.

Personalmente ritengo che molti di noi hanno un grande debito nei confronti dei padri della psicologia internazionale, la cosa più corretta da fare in tali casi, è quella di non distorcere il significato del loro operato applicandolo impropriamente ad altri ambiti senza opportuna documentazione.

Andare alle fonti permette di poter trattare meglio anche l’individuo che ci viene affidato, scoprirne le risorse non è affatto un lavoro facile come si vorrebbe far credere, per cui anche la facilità con cui spesso si sente parlare di resilienza, andrebbe a mio avviso, un pò ridimensionata e al contempo riunita al suo significato originale.

consueloDott.ssa Consuelo Viviana Ferragina

Psicologa/psicoterapeuta e
Psicologa dello sport

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