Maratone e altro slide — 12 aprile 2016

k42 post romaL’ultima settimana prima della gara è stata dura. Nonostante i proclami sbandierati anche sui social, altro che no fear, in realtà me la facevo sotto. Mi fanno male il ginocchio dx e le dita del piede sx, ed entrambi i tendini d’Achille sono infiammatissimi. Chi te lo fa fare. Non sei pronto. Non sei sufficientemente allenato. Rischi di non finirla e di farti molto male. Me lo dicono quasi tutti. Per fortuna c’è chi come l’amico plurimaratoneta e 42k Walter che mi aiuta a sdrammatizzare. Non ti preoccupare e fregatene dei dolori. E’ normale. Pensa a divertirti che la Maratona di Roma è bellissima. La finirai sicuramente. Ci credo. Sabato treno. Roma. Fila. Pettorale. Fila. Pacco gara. Fila. Pranzo. Fila. Uscita. Albergo. Cena. Dopo una notte quasi insonne, deciso cosa indossare, si parte. Al Circo Massimo l’esplosione di persone provenienti da tutto il mondo che ti investe dall’uscita della metro, ti comunica la presenza, con tutta la sua forza, dell’evento. Foto di rito con gli altri 42K di Salerno. I professionals Franco, Nicola ed Alberto, il solito Walter e la mitica, esordiente come me, Giulia. Come sempre sembriamo dei profughi abbigliati con indumenti che sembrano provenire da una discarica. Per proteggermi dal freddo del mattino, indosso un poncio di plastica che sembra un sacco per la raccolta differenziata. Fila. Bisognino. Persi gli altri nella calca. Fila. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Per la prima volta non ho voglia di fare nuove conoscenze. Ho avuto la netta sensazione che il sentimento fosse condiviso da quelli che avevo intorno. Finalmente lo start della terza onda, quella dei più scarsi. La mia. Applauso liberatorio. Mani in alto a beneficio delle telecamere. Siamo parte dello spettacolo. Si parte. O meglio si cammina piano evitando abiti e bucce di banana. Finalmente comincio a correre ma dove mi avvio? Rimango intubato per i primi 5 km tra una moltitudine di persone. Alcuni gruppi sono disposti in formazione a ventaglio e bloccano quasi tutta la carreggiata. Il silenzio è assordante. Alla fine trovo il mio ritmo e comincio a godermi la corsa. Mi guardo intorno. Non vedo più i costumi, in alcuni casi divertenti e folli. Dato il mio passo bradiposo, intorno a me ci sono molte donne. Le osservo, ovviamente tutte di spalle, sia quelle che mi superano che quelle che sorpasso. Tante hanno un tatuaggio sulla spalla messo in evidenza dalla canotta. Le italiane hanno i completini fashion ed i capelli crespi. Alcune hanno in mano lo smartphone. Qualche straniera anziché la coda porta i codini con treccine alla Pippi Calzelunghe. La musica pompata lungo il percorso dà una scossa e risveglia dal torpore. La giornata è di una bellezza spettacolare. Nella tasca posteriore del pantaloncino ho messo due bustine di gel energetico. Non ho calcolato il peso. Fino al km 15, quando ho ingerito la prima, ho dovuto continuamente rialzarmi le brache. Per fortuna che sotto indossavo il ciclista. Seguendo il fiume silenzioso mi è apparsa di fronte, come in una visione, la Basilica di San Pietro. Preghiera. Al km 28 circa, per scansare uno dei tanti attraversatori compulsivi, ho sentito una fitta all’interno coscia dx, che mi ha costretto a rallentare il ritmo per evitare i crampi. Al rifornimento del km 35 per la prima volta ho pensato ai km mancanti. Fermo a bere acqua e sali mi sono guardato attorno. Ho visto solo atleti. Volti stanchi, sudati, determinati. Gli ultimi km sono quelli che attraversano la parte forse più bella di Roma. Piazza Barberini, piazza di Spagna gente di ogni età festante che batte il cinque. Ma quanta sofferenza dentro di me. Dolori a tutto il sistema propulsivo. Anche quelli scomparsi da decenni. Anche a muscoli e tendini che non sapevo di avere. Eh no. La corsa la finisco. Il ritiro non è contemplato, come dice Walter. Ma quanto manca. Si è starato l’orologio gps. Lo spazio si è dilatato. Dov’è il traguardo. Finalmente l’ho visto…

Non mi è saltato il cuore fuori dal petto per la gioia. Non mi è venuto da piangere. Non ho sentito il bisogno di gridare. Non ho sentito niente. Nel senso che non ho avuto più dolori. Sono riuscito a correre di nuovo con discreta scioltezza. Sono sotto il traguardo. Allargo le braccia e sorrido per la foto. E’ fatta.

Sergio Loffredo, 42K Running Team Salerno

 

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