Cronaca — 11 aprile 2011

Non si può sempre migliorare. Ma non è quello l’importante. Ciò che conta è provarci e riprovarci. Gli ostacoli ci sono per essere superati, ma anche da una “sconfitta” si può prendere quello che c’è di buono. Un 6° posto di categoria e un podio (allargato) appena sfiorato. Un 27° posto assoluto su quattrocento partecipanti. Poi una giornata di sole in riva al mare, vento che mitiga il caldo ma rallenta la corsa, qualche salita imprevista che stravolge la gara e la tattica e il gruppo. Poi l’arrivo tra gli applausi del (poco) pubblico presente. Non mi è capitato spesso ed è forse per questo che ho ancora più voglia di riprovarci. Una sfida continua.
Quando siamo partiti venerdì pomeriggio il termometro segnava 34°C. Praticamente una giornata estiva. Mai scelta di partecipare ad una gara mi è sembrata più azzeccata che in questo ultimo week-end. Ho subito pensato a tutti quelli che invece sarebbero rimasti (o arrivati) per la Milano City Marathon, una gara di sopravvivenza più che una “semplice” maratona. Ho pensato a Ivana, a Lucia e a Fabrizio alla loro “prima volta”. Cavoli che battesimo. Ma anche scendendo verso Ancona il clima non sembrava migliorare di molto. Segue » Arrivati ai piedi del Monte Conero in poco più di quattro ore ci siamo rifugiati tra le braccia dei nostri “protettori”, Zio Pera, Zia Sera, Francesco e Agnese. Un buon giaciglio e tanta bella compagnia tra le ancora ignote vie di Ancona. Un sabato dedicato più al turismo che ad altro, ma sempre costantemente sotto il caldo opprimente di un sole estivo. Lì ho cominciato ad avere qualche perplessità sulla buona riuscita della gara. Quando ne lpomeriggio della vigilia siamo aandati al Conero Village per ritirare pettorale, chip e pacco gara mi è sembrato tutto strano. Abituato alle “grandi corse” di città, appena reduce dalla Stramilano tutto mi è sembrato in miniatura. Giustamente direi. E non per questo male organizzato, anzi. Un’atmosfera più intima, più famigliare. Gli stand, meno sportivi e più curinari, più tipici. Palco e segreteria come nelle migliori manifestazioni. Un pacco gara di tutto rispetto. E l’innovazione FIDAL del chip-monouso (usa e getta, senza la noiosissima esigenza della restituzione e delle improbabili caparre). Ma l’ansia pregara si è fatta sentire ugualmente. La sera alle 23.30 ero già addormentato da un pezzo sulla poltrona di casa Cerioni, segnato dal caldo e dal girovagare per la città. E’ stato strano avere la sensazione di spossatezza già il giorno prima. Gambe pesanti e stanche ancora prima di correre. E quella fastidiosa allergia che riempie naso e gola e occhi. Ma il miracolo del giorno-gara ancora una volta si è ripetuto. Appena in piedi alle sette del mattino della domenica mi sono sentito quasi (sottolineo il quasi) rinato. La temperatura scesa ai 16°C mi ha costretto ad uscire coperto dalla tuta, mentre in casa tutti ancora dormivano. Mi sono preso il mio tempo, con tutta calma, per la preparazione pre-gara. Non è un rito, ma ogni cosa deve essere fatta bene, senza fretta. Già il fatto di essermi dimenticato in quel di Gessate Beach la mia gelatina pre-gara mi era sembrata una svista di non poco conto. Il Conero Village era già in fermento già un’ora prima della partenza, ma senza frenesia. Il grosso non era ancora arrivato, soprattutto perchè molti abitando vicino sarebbero arrivati all’ultimo. Tutto ha funzionato alla perfezione. Mancavano forse gli spogliatoi, ma al mare non servono, no? Anche il deposito borse veloce, organizzato e soprattutto ordinato. Una ventina di minuti di riscaldamento, mentre dal dietro osservavo i quattro atleti di colore che si sarebbero poi giocati la vittoria finale. Al richiamo dello speaker mi sono posizionato il più avanti possibile in griglia di partenza, come sempre verso l’esterno per non rimanere imbottigliato. Lo sparo ha colto quasi tutti di sorpresa. Non avevo molti davanti a me e dopo qualche centinaio di metri mi son trovato nelle prime file. Guardavo il gruppo di testa allontanarsi, ma neanche a ritmo troppo alto. Passato il primo chilometro con la prima leggera salitella appena dopo il via i gruppi si erano già assottigliati secondo le andature. La temperatura ormai sopra i 20°C, ma sicuramente non calda e afosa com nei giorni precedenti grazie all’aria fresca che spirava dal mare. Mi sono accodato a quanti mi si trovavano attorno per non rimanere troppo scoperto. La prima parte (che poi sarebbe anche stata l’ultima) di percorso era quella che conoscevo, da Numana, attraverso Marcelli e poi Porto Recanati. Al secondo chilometro, come avevo visto dall’altimetria, la prima salita un po’ impegnativa ma che non ha scompaginato più di tanto le fila. siamo rimasti compatti in più di una ventina uniti anche a chi avrebbe svoltato già al primo giro di boa per la 10 Km non copmpetitiva. Il ritmo era regolare sui 4′ 02″ al chilometro. Qualcuno cerca di mantenere la propria posizione anche se mi sembra un po’ presto per iniziare a sgomitare. Cerco di capire chi sta già forzando troppo rispetto alle proprie possibilità e chi invece ne ha. Il tratto di tre/quattro chilometri verso Porto Recanati, prima della svolta verso Loreto, ha cominciato a fare qualche vittima. Non è facile correre su strade completamente dritte e senza tanti punti di riferimento. In più, il caldo cominciava a farsi sentire e il vento dopo i primi minuti ad incidere. Anche l’assalto in gruppo al primo ristoro non è stato semplice: troppe poche persone ad assistere e soprattutto poche bottigliette a disposizione. Prendere un bicchiere di carta pieno d’acqua al volo da un banchetto vuol dire rovesciarne più di metà prima di riuscire a fare un sorso. Fortunatamente ci si riesce a passare qualche bottiglia tra di noi mentre non si perde il passo, ma qualche secondo è rimasto. Quando giriamo verso il rettilineo che porta a Loreto ho un gruppo davanti a me una decina di metri ed un altro poco più dietro. Io e pochi altri manteniamo il passo al centro, ma correndo ormai da soli. Il vento in aperta campagna arriva lateralmente e non aiuta motlo l’andatura, anzi. Guardo davanti a me il Santuario di Loreto in lontananza e sembra non avvicinarsi mai. Ma rimango costante sempre sui 4′. il passaggio tra il settimo e l’ottavo chilometro sembra non finire mai quando finalmente si svolta. Raggiungo una coppia staccata dal gruppo davanti a me aumentando il mio vantaggio su chi sta dietro. Poco prima nono chilometro svoltiamo a sinistra e improvvisamente mi si apre davanti agli occhi il cavalcavia dell’autostrada. Finalmente capisco cos’era la variazione di altezza che avevo visto in cartina. La salita non è pesante, ma costante e lunga e arrivato in cima si fa sentire. Il gruppo che avevo davanti si è completamente sfaldato. Mi impongo di mantenere il passo mentre anche il caldo appena prima del giro di boa comincia a farsi sentire. Mi accorgo di avere perso almeno venti secondi. Però riesco comunque a recuperare posizioni su quelli che hanno lasciato le gambe sulla salita. Ma il peggio è il vento che adesso soffia contrario all’andatura. Si sente l’aria fischiare nelle orecchi e quasi faccio fatica a sentire il mio respiro. Il sudore in faccia e la canottiera bagnata si asciugano nel giro di qualche minuto. Risvoltiamo verso l’autostrada allontanandoci da Loreto appena sfiorata e il secondo cavalcavia è lì che ci aspetta. La seconda serie di vittime è fatta. Altri venti secondi lasciati sull’asfalto e altre posizioni recuperate. Quasi tutto il gruppo che avevo davanti ora ce l’ho alle spalle. Le fila a questo punto si allungano. La campagna non è ancora finita e sprattutto il ritorno verso la costa. Sono i tre chilometri, dal dodicesimo al quindicesimo, più duri. Da un momento all’altro ho una piccola crisi. Vedo i secondi sul cronometro che avanzano inesorabili mentre l’aria mi rallenta sempre di più. Le gambe cominciano ad essere appesantite e di conseguenza anche il passo si accorcia. Fa caldo. Cerco di scorgere il prossimo ristoro più avanti, ma inutilmente. Chi mi precede sembra essere lontano. So che devo solo lasciare passare quei minuti e lasciare che la testa riprenda il comando. Infatti appena svoltiamo sul lungomare verso Marcelli ritornano le forze. Passo l’ennesimo runner che mi si trova davanti e con il vento alle spalle riprendo anche un buon passo. Decido di non controllare più il cronometro e prendere quello che viene. Sul percorso ci sono anche gli ultimi reduci della 10 Km e li passo senza quasi neanche vederli. Passo gli stabilimenti balneari guardando di tanto in tanto il mare per lasciare la testa sgombra. Dietro nessuno sembra arrivare. Il ritmo torna buono come all’inizio dei 21 Km. Sulla via centrale di Marcelli recupero altre due posizioni mentre qualche sporadico quanto improvvisato spettatore ogni tanto si ferma ad osservare. Certo che parlare di tifo o incoraggiamento sarebbe un eufemismo. Poi ci si lamenta di Milano. Al diciannovesimo chilometro ormai vedo il porto di Numana in lontananza. Le gambe sono stanche, il caldo col vento alle spalle si fa sentire più forte, il sole adesso altro scalda. Sento i passi di qualcuno che prova a rimontarmi alle spalle ma lo vedo abbastanza lontano. Controllo. All’ultimo chilometro cerco di aumentare il passo, ma mi accorgo di aver ormai dato quasi tutto. All’ultima curva quando cominciano a sentirsi la voce dello speaker e ad intravedersi le transenne dell’arrivo do l’ultima accelerata. Sento l’adrenalina scendere nello stomaco e nelle gambe. Con sorpresa il pubblico in attesa davanti al gonfiabile comincia ad applaudire e mi dà l’ultima spinta. Sento Sara che urla alla mia sinistra. Poi uno, due, cinque, dieci passi e fermo il cronometro. Mi passano una bottiglietta d’acqua mentre mi sembra che i polmoni vogliano esplodere. Cerco un po’ d’ombra mentre l’acqua dalla testa scende verso i piedi inzuppandomi i vestiti. Guardo il cronometro che segna 1h 26′ 10″, non il personale ma meglio addirittura di Treviglio. E chi ci credeva più? Sorridente vado verso il mio pubblico che mi viene incontro con le macchine fotografiche spianate. Chiedo informazioni sugli arrivati prima di me, sui tempi, sul possibile piazzamento. Cerco qualche classifica in tempo reale che non c’è. Scopro solo una volta arrivato a casa la classifica. Resta solo una doccia ghiacciata e una buona grigliata sull colline di Ancona. Ripensandoci a freddo sono più che soddisfatto della corsa di ieri. E’ bello correre le grandi manifestazioni, ma è altrettanto stimolante provare a fare dei piazzamenti anche in quelle più piccole. Tutto sommato la tattica di gara è stata buona. Ancora una volta sono riuscito a dosare le forze ed a riprendermi nel finale. Peccato per il piazzamento di categoria, sarebbe bastata una posizione in più per essere premiato. Ma non finisce qui… http://corroergosum.altervista.org/index.php?mod=read&id=1302519438

Autore: Dario TuQ Marchini

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