Cronaca — 25 maggio 2010

FARA’ GIORNO ANCHE DOMENICA
Stanno sempre lì, certe frasi, che se le cerchi quando ne hai bisogno ti sfuggono, come i ricordi più lontani.
Ma poi, accade così, all’improvviso, che se ne escono fuori e ti disegnano un sorriso sulle labbra, uno di quelli che mai ti saresti immaginato, in quel momento.
Sono le 6 di domenica mattina. 23 maggio 2010. Un anno di attese, un anno di gioie, di dolori, di lavoro, di pensieri, di tutte quelle circostanze che la vita di ognuno riflette sul quotidiano. Ma chi corre, si sa, butta sempre l’occhio avanti, e guarda al prossimo impegno, al prossimo obiettivo, al prossimo sogno.
Giusto 12 mesi fa, avevo scritto di un sogno realizzato, quello di riuscire a conquistare il traguardo della 9 Colli Running. Oggi, domenica mattina, ore 6, sono ancora qui, con le mie attese, le mie gioie, i miei dolori, i miei pensieri. Con gli occhi gonfi, per una notte insonne, una notte da lavorare, una di quelle che se ci dai l’anima, va a finire che ci scappa qualcosa di buono. Gli occhi non sono i miei, sono quelli della donna che amo, sono la mia benzina, la sua spinta, il mio motore. Mi giro di scatto, dove sei? Ah ecco, la macchina, dietro la curva, ho sete. Non dico niente, lei ha già la birra in mano, perché sa cosa voglio, perché sa come sono, perché lei c’è. Sempre. Dov’è, domando. Duecento metri, ha appena girato a sinistra, l’imbocco dell’ultimo colle, il Gorolo. Vai avanti un chilometro, io ci provo. Questa è la gara, la sfida con la fatica, l’orgoglio di pensare no, stavolta non mollo, non mi accontento di arrivare solo fino in fondo, stavolta faccio la gara. E se va male? E se va male sentirò il dolore, alla pari del sapore di averci provato. Ma non è solo questo, almeno per me. C’è tutto un frullato di emozioni che si sta miscelando di chilometro in chilometro, dentro ad ogni siepe che costeggia il mio sguardo, come quando stanotte, all’improvviso, un tappeto di lucciole s’accendeva al mio passaggio. Un saluto della natura. Come quando a S.Leo, in discesa, una lepre s’è fermata al centro della strada, poi è tornata sui suoi passi, come se volesse cedermi il privilegio di passare per primo, quella notte. Io, che primo non sono stato mai, figuriamoci con una lepre. Ma forse, chissà, stanotte, domani mattina, adesso Forse è giornata, forse qualcosa o qualcuno ti aiuta, mi dico, perché capita di sentirsi nascere dentro certe frasi, che quando le hai cercate in altre occasioni, ti sfuggivano. Oggi no, oggi tutto è perfetto: le mie gambe sembrano leggere, fatte della stessa voglia di volare che hanno i sogni; i miei pensieri sono buoni, aperti solo alla luce del sole e della luna, come la speranza; il mio cuore pompa alla grande, come quando ama. Oggi Forse
Attacco l’ultimo colle con la spinta giusta, mentre ripenso a una frase che scappava sempre dalla bocca di mio padre, quando si parlava tra noi, di salite: se non hai la testa, puoi avere tutto il fiato e le gambe che vuoi, ma la salita ti vincerà prima che tu te ne sia reso conto. Eccola, è un’altra di quelle frasi che mi sfuggiva, da quando lui se n’è andato. Ecco, cazzo, vedi La ritrovo proprio qui, proprio ora, su questo colle, e allora forse significa qualcosa. Anche questo. Ci butto dentro tutto l’ultimo avanzo di sudore, a quella frase,  e attacco. Sono terzo e lui è lì, vicino, il secondo. Quando lo affianco penso tanto ti riprende in discesa, lui è forte in discesa. Spingo ancora cinquecento metri, proprio dove salita si fa più dura, poi, quando la strada pare riappacificarsi con la mia fatica, sento di nuovo le parole di mio padre: se non hai testa
Mi fermo, cerco di camminare a passo svelto e allungo la muscolatura della schiena, cercando di tendere le braccia verso il cielo. Chissà, magari ci trovassi le sue, di mani, in quel cielo. E’ un pensiero così, figlio solo della mia miseria, perché in realtà non ci credo. So che quello che ho perso non lo ritroverò su nessuna nuvola, dietro ad alcuna stella, e nemmeno nel profondo del mare. La sua voce è solo la mia disperata voglia di riaverlo e se sono qui, stanotte, a farci i conti, forse qualcosa andava fatto prima C’è di mezzo qualcosa come lo sforzo di riconciliarsi con un guaio. C’è di mezzo un velato timore di riscoprirsi veri, stanotte. Io e mio padre. Due pensieri che mi volano davanti, come un lampo. Due pensieri non riempiono che un attimo. Mi entrano negli occhi queste due immagini, come l’illusione di un tesoro inaspettato. Me le sono strette al cuore per un istante, e lì, proprio su quel cielo aperto, su quel colle deserto, ho capito che me le sarei portate dietro per sempre. Perché è così che ti fotte la vita. Ti piglia quando hai ancora l’anima addormentata e ti semina dentro un ricordo, un profumo, una canzone, un paio di occhi, che poi non te li togli più. E quella lì, la scambi per la felicità. Lo scopri dopo, quand’è troppo tardi, quando sei già prigioniero di un altro giorno, di un altro tempo, quando sei già confinato a chilometri di distanza da quell’immagine, da quel profumo, da quella canzone, dalle sue parole. Ed è così, che ti consumi come una candela accesa, in una stanza che brucia. Senza che nessuno ci faccia caso. Muori dentro al tuo dolore, nel disperato tentativo di urlare qualcosa come: dove sei ? Ti trovi sepolto da un oceano di pensieri, in attesa di una boa dove ancorare la voce salvezza. Ma non funziona così. In quel momento penso: non ci vorrebbe proprio tutta questa storia della notte, del silenzio, delle parole che ritornano. Ma succede proprio così.
E allora non dico niente, stavolta, nemmeno un alito strappato al silenzio che albeggia, neppure una voce trovata di nascosto, perché in verità, a dirla tutta, non la cerco. E’ come un segreto, l’unico che sia vero, l’unico di cui non posso fare a meno di ammettere che è vero, perché quello che c’è di bello nella vita è sempre un segreto. Per lui era così. Le cose risapute sono banali o brutte, ma poi ci sono i segreti, ed è lì che si va a nascondere la felicità. E allora giù. A perdifiato, dentro a quest’ultima discesa, e che il cuore se vada a spasso nel petto, per ritrovare l’aria di cui ha bisogno. E che la mente scivoli dove le pare, dove trova luci, suoni o profumi. Io corro. Corro come un bambino e come un innamorato vado dentro all’abbraccio che aspetta là, proprio sul traguardo, proprio in fondo alla mia fatica. Quello della donna che amo, che oggi, come ieri, come domani, sarà sempre lì. Ci butto il mio pianto, la mia gioia e la mia piccola vita di un istante immenso, dentro a quelle braccia, oggi. Ci butto la mia felicità, per aver attraversato duecento chilometri di vita, in ventidue ore e diciotto minuti, per aver ritrovato delle parole nascoste nelle miei paure. Per aver fatto la pace con me. Non so quanto potrà durare, ma come dice il grande Antonio Mazzeo: farà giorno anche domenica.


E oggi l’ha fatto.


Un pensiero d’immensa gratitudine a tutte le persone che mi hanno sostenuto, incitato, rifocillato, applaudito, unendosi con il loro sorriso, il loro lavoro, la loro passione, alla mia gioia.


 


  

Autore: Andrea Accorsi

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Peluso

  • Gaetano Cimmino Podistica Casoria

    Una emozione leggere le intense passioni che hanno accompagnato Andrea Accorsi nella sua 9 Colli Running. Fa nascere in noi una grande voglia di emulazione … forse un giorno… chissa !

  • Antonio Mammoli a.s.d Croce d’oro Prato

    Carissimo Andrea , sei stato Grande, un forte abbraccio.

  • Andrea Accorsi Atletica Calderara

    Caro Antonio, quello immenso, sei tu… Tagliare il traguardo della 9 Colli, per 9 volte è qualcosa di valore assoluto. Per me, per il mio piccolo mondo podistico, tu sei sempre stato un esempio. Come atleta e come uomo. Sappi che ti stimo immensamente…

  • Zuin Delfino . Atletica san martino coop Casarsa

    Come non entusiasmarsi nel leggere il tuo articolo, caro Andrea, … come nei tuoi libri …FINO ALL’ULTIMO FIATO ! Sei un GRANDE !

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