Cronaca — 18 maggio 2011

Di rientro da quest’esperienza unica, restano vive sulla pelle le mille e mille emozioni che si sono susseguite nell’arco di quelle interminabili 144 ore. Difficile l’operazione di darne descrizione senza cadere nel retorico, schivando gli ostacoli del patetico. Sono davvero troppi i momenti di enfasi che si sono alternati a quelli di scoramento; le immagini colorite alternate a quelle con tonalità assai più cupe, quando la fatica e la sofferenza toccavano note molto alte. Ma se è vero che tutto questo condensato di suggestioni ha provocato uno Tsunami emozionale di potenza incomparabile, non potrei prescindere da una verità assodata, assaporata, nel tentare di descrivere la mia esperienza: “NESSUNO SI SALVA DA SOLO”.


Eppure il contesto di gara appare come qualcosa di magico, unico. Per sei lunghi giorni i miei occhi hanno guardato e riguardato gli stessi alberi, le stesse foglie, il medesimo lago, ed i volti delle stesse persone che, come me, all’interno di quel circuito correvano e camminavano. Ma quel che più emerge da questa esperienza è la constatazione di come per 144 ore ognuno di noi sia stato in contatto con l’esterno, pur essendo in conflitto con l’interno. Capita raramente nella vita di un uomo l’opportunità di rimanere solo con se stesso per un tempo tanto lungo. Ecco allora che la vita per quel periodo subisce una metamorfosi unica, uno straordinario cataclisma che ti catapulta in una dimensione nuova: non sei più tu, il solito Andrea di tutti i giorni, ma devi imparare a conoscere un uomo nuovo, a difenderti da situazioni nuove, a capire dove e quando i tuoi limiti diventano segnali ed i tuoi bisogni necessità. Il tutto in relazione al fatto che condividi questi momenti con altri che hanno le tue stesse difficoltà e che cercano, come te, ancore di salvataggio. Ho imparato come siano limitate le visioni di noi stessi che abbiamo nella quotidianità, frutto per lo più di luoghi comuni dei quali siamo diventati inesorabilmente vittime e schiavi, fino al punto di assumerli come verità. In situazioni estreme emergono invece le verità, quelle che il più delle volte tendiamo a sommergere con le bugie che ci fanno comodo, quelle che aiutano a sopportare meglio l’indolenza generale che manda avanti il mondo. Ma in corsa impari che nemmeno l’illusione ha un senso, figuriamoci la menzogna. Arriva il momento in cui qualcosa non funziona più, così all’improvviso. prima era sereno ed ora il temporale. Prima era gioia ed ora dolore. Prima era caldo ed ora è freddo. In quel preciso momento ti restano solo due possibilità, senza mediazione, senza scorciatoie e la scelta tra una di esse è qualcosa di urgente: fermarsi o resistere. Fermarsi è l’urgenza di sempre, quella che ci fa incazzare di fronte alle ingiustizie della vita, ai problemi in famiglia, alle diatribe sul lavoro, ai mali del mondo e a quelli che affiggono noi e i nostri cari. Fermarsi è il vaffanculo a tutto, è il “che cazzo me ne frega”, è “tanto è lo stesso”, è “la prossima volta…”. Fermarsi è la strada più breve, la fatica migliore, il senso che ammorbidisce, il respiro che consola. FERMARSI E’ LA BUGIA. Resistere è la voglia di scoprirsi, e di farlo là dove il territorio cambia e dove tu sei uno straniero che si confronta con un popolo che parla una lingua nuova, quella della sofferenza. Il popolo sono le tue ferite, i tuoi dolori, i tuoi piedi, le tue gambe, i tuoi occhi che si chiudono, le tue speranze che se ne vanno a puttane, le tue aspettative che s’infrangono su di un muro troppo alto, le tue lacrime che sanno di sconfitta. La lingua straniera è quella che arriva al tuo cervello alle tue orecchie stanche di avere un rumore, da ore, e non una musica. Ti siedi al bordo di questo mondo nuovo per un momento e guardi la proiezione di quello che potevi essere, mentre ti passa davanti quello che sei, in quell’istante: sei la sconfitta. Sei quello che non ha più armi per la battaglia, ma che forse, quella battaglia non l’ha nemmeno mai combattuta, perché hai un vuoto nello stomaco che sa di resa. E tutto si dilata inverosimilmente, tutto prende i connotati dell’immenso. Il dolore è atroce, il sole è accecante, l’avversario è immenso, irraggiungibile; i compagni sono stranieri, i passi diventano chilometri. L’amore? DOV’E’ L’AMORE? Siamo talmente piccoli dinnanzi al mondo, talmente rinchiusi nelle nostre convinzioni e talmente barricati nei nostri palazzi di autostima, da riuscire a dimenticare di quanto AMORE ci sia in ogni cosa che facciamo, in ogni singola goccia di sudore che sudiamo, in ogni persona che ci riserva uno sguardo, una carezza, un sorriso. Anche quando dentro tutto è buio.


Nei giorni che precedevano la trasferta ungherese avevo terminato la lettura dell’ultima fatica letteraria di Margaret Mazzantini: “NESSUNO SI SALVA DA SOLO”, una delle autrici capaci di umanizzare, a mio modesto avviso, la cattiveria e la bontà umana, come pochi altri, rendendola lettura di facile comprensione nella complessità dell’argomento. Parla di rapporti umani la Mazzantini, di come sia assurdo e a volte inspiegabile che quello che fino a ieri era amore, oggi sia diventato all’improvviso odio, sdegno, rigetto, reietto. Per poi avere ancora nuove involuzioni, ritorni di fiamma, ventate di sentimento che veleggiano su piani comuni con la menzogna e la negazione di se stessi fino alla mortificazione del sentimento stesso. Ognuno di noi porta dentro di sé un cuore che non serve soltanto per sopravvivere nelle giornate tutte uguali. Ci passano accanto un’infinità di mondi che ignoriamo in silenzio, rinchiusi all’interno del nostro microcosmo, abbarbicati sulle nostre immense polverose rovine, e mettiamo su delle facce lavorate dalla solitudine come roccia. Il tempo passa, gli anni si sbriciolano nel ricordo di un attimo e ad un tratto ti domandi: come cazzo è possibile che la vita si mangi tutto? Come una risacca brutta. Rotola e sputa su una spiaggia di rottami. E tu sei lì al centro di quella tempesta che ti ha inghiottito, inerme. Ci hai provato, a dire il vero; hai lottato più di quanto ti sia stato riconosciuto, e ti sei sporcato le mani come tutti gli altri, afferrando momenti di gioia e ingoiando bocconi amari, cercando di mantenere un equilibrio improbabile, perché la vita (ma di questo te ne rendi conto solo dopo un po’) è tutto, tranne equilibrio.


E del resto è anche il suo bello, della vita. Perché proprio nella precarietà sta la perfezione. Basti pensare a quei momenti provvisori che precedevano una scelta importante, come al termine degli studi, quando si doveva scegliere cosa fare del dopo Ecco, in quegli istanti dove tutto era nebuloso, avvolto dal dubbio e dalla voglia di gustare solo l’attimo fine a se stesso, c’era qualcosa che pervadeva il mio animo di assai simile alla perfezione. La stessa percezione che avverto sulla linea di partenza di una corsa, quando sta per partire la gara. Tutto è tremendamente provvisorio: il cuor batte, ma dura il tempo di uno sparo, poi comincia il viaggio. La mente vola oltre il tempo, ma dura un attimo, la frazione di uno sparo, poi inizia il tempo della pazienza. Le gambe esplodono, ma dura il tempo di uno sparo, poi comincia la corsa, la vita che amo sentire scorrere nelle vene. Perfezione provvisoria, l’unica che recapiti il senso del compimento. Ho trovato molte similitudini in questi stati d’animo con quelli decritti dalla Mazzantini, quando narra le vicende di Delia e Gaetano, una coppia che esplode e che deve imparare ad essere, per l’appunto, una coppia esplosa. Ma dove hanno sbagliato? Il fatto è che non lo sanno. La passione dell’inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Cenere e fiamme convivono e sotto questo cielo d’inquietudine bisogna ritrovare il modo di guardare avanti, per non rischiare di farsi risucchiare del quel maledetto meccanismo della memoria che ci svilisce con immagini di quello che eravamo, ma sempre e solo fotogrammi d’inquietante prosperità emotiva che al momento ci sfugge come un bicchiere unto quando scivola tra le dita della mano. E allora come darsi delle risposte alle domande, come fare a trovare un senso, una ragione ai perché delle cose che sono franate all’improvviso? Come fermare questa montagna che rotola e che ci schiaccia la pelle?


Accade la stessa cosa durante la corsa, in modo particolare nel genere di corsa che pratico io, l’ultramaratona. La condizione è ottimale, il senso del presente diventa qualcosa che visualizzi per tutto il tuo futuro prossimo, come una certezza, una garanzia, una promessa che verrà mantenuta. Il pensiero si alimenta di consistenza, ad ogni passo, e lo nutre l’illusione che questa perfezione provvisoria possa divenire qualcosa di definitivo. Ecco l’inganno La perfezione, l’avevamo già detto, sta solo nelle cose provvisorie. La forza che occupa i muscoli, che unisce le ossa, che ciba le cartilagini si fa potenza con il passare delle ore, tanto da manifestarsi nelle forme più materiali possibili, come una percezione di sapore dolce sul palato, o di onnipotente vigore della mente e del corpo. L’illusione di averne una riserva infinita di questa forza nutre il cervello più delle maltodestrine, più dei sali minerali, più della pasta asciutta. Poi qualcosa esplode proprio come nella vita di due innamorati, come Deilia e Gaetano, e la domanda che ti fai è la stessa: dove ho sbagliato?


Perché devo avere sbagliato qualcosa, qualcosa di maledettamente importante o qualcosa di stupidamente insignificante, ma qualcosa ho sbagliato. S’infiamma un tendine e correre diventa un’agonia che a ogni passo vomita sull’asfalto più dolore di quanto sia possibile immaginare. Esattamente come i giorni che segnano il trapasso dall’amore allo stallo, quei giorni che vorresti solo accelerarli perché diventano peso e turbamento. In quei giorni dimentichi in una frazione tutto quello che è stato e ti senti solo uno straniero al centro di un mondo che parla una lingua sconosciuta: l’amore.


‘Le cose si sono messe storte e poi si sono annodate storte come rami stregati e tu sei in quella foresta con un tronco che ti preme sul petto. Soffochi’


Il male dolore non è più un compagno, ma un nemico che ti opprime e senti il peso della sua spada che penetra la tua resistenza. E soccombi.


‘Devi imparare a stare. Semplicemente stare. Tornare dentro la tua vita. Fare un passo avanti, definitivamente.’


Devi imparare a guardarti dentro nuovamente. Semplicemente vederti per quello che sei ora e pensare che rimane solo una cosa da fare: un passo avanti. Anche se lento, anche se claudicante e malfermo, ma solo un passo avanti, definitivamente.


Nella sofferenza accentuata impari una grande lezione: LE PERSONE DIVENTANO SEMPLICEMENTE QUELLO CHE SONO.


Ecco che pensi cose come: e se la vita dev’essere questa frode Non si può mai immaginare quanta stupida disperazione, quanta incapacità di vivere c’è in fondo alle persone. Ascolti parole come: mi dispiace, non è stata colpa tua (‘Che schifo’, pensi mentre le senti, sembrano le parole di una canzonetta).


C’è un po’ di vento che si alza adesso lungo il lago, rotola sull’asfalto fino alle mie gambe, mi raggiunge e mi agita i capelli. Smuove i pensieri, fruga la schiena sudata nella maglietta, mentre io respiro nel mio corpo, andando a caccia di un senso. E’ l’ultimo cerotto che salta in una mattina di maggio. Non sposto lo sguardo, muovo appena le pupille come uno con il glaucoma che cerca il buco dove vederci, per sondare intorno, se qualcuno se n’è accorto.


La psiche, come un mare chiuso, fa i suoi viaggi interni. Propone sempre nuove soluzioni, per salvaguardare i miei inganni. Sono fermo esattamente al bordo della frana e continuo così, a spiarla affacciato sul buco, con il timore di caderci dentro. Da dove è partita la crepa che ha aperto la zona in due? Mi guardo intorno, mi guardo addosso, ma non trovo un vero epicentro. Guardo gli altri, sorrido e penso se vale la pena di ricominciare, esattamente quello che pensano Delia e Gaetano quando si guardano negli occhi: ‘Vale la pena di infilarsi in una vita fatta di strappi e di rattoppi?’


Dillo, cazzo. Dillo. Solo se lo dici, solo se lo te lo urli nella faccia puoi fartelo scendere. Dillo, porca puttana, dillo che adesso sei in pace. Dillo, fattelo scendere. Nessuna tensione, nessun attrito, nessuna scossa dolorosa.


In quell’istante la vita è un fulmine, un treno in corsa che passa dentro agli occhi e devasta il territorio del cuore, quello dei sensi. Rompe i binari e deraglia impazzito. Avverto di nuovo la sensazione di voler essere ingoiato. Dai miei sbagli, quelli di sempre. Dagli affetti che ho trascurato, da quelli che non ho trovato sulla mia strada. Dalle occasioni mancate, forse solo per distrazione, perché avevo la testa girata altrove mentre il treno passava. Chissà se ci saranno ancora altre stazioni. Qualcosa ho imparato oggi: ‘NON CI SI SALVA DA SOLI’. E capisco qualcosa, in quel preciso momento, qualcosa che mi era sempre sfuggito in precedenza: sto solo aspettando che qualcuno mi dia una mano per mandare all’aria tutto. C’è un meccanismo che lavora dentro di me, che non dipende dalla sopportazione del dolore, dalla gravità dell’infortunio, ma che esercita la sua pressione solo per effetto di quello che sono: un uomo. Debole e costretto a confrontarsi con la propria debolezza, messo alle corde da delle domande, da delle aspettative, da un tradimento, da tutto quello che, a pensarci bene, è la vita. Da ragazzo volevo essere un artista. Gli artisti erano le sole persone che mi piacevano, gli unici che cercavano di rosicchiare qualcosa oltre la banalità della vita. Sapevo di non avere particolari attitudini, ma rimanevo in attesa di me stesso, ascoltando i Led Zeppelin con gli occhi chiusi. Mi stringevo fisso a un pensiero e non lo mollavo, fino a quando non mi faceva male. Immaginavo che dovesse partire tutto da lì, da una sospensione, da uno stato d’animo irreale. Speravo di raggiungere questa condizione con un salto improvviso. Pensavo che ci fosse bisogno di volare in alto per vedere il basso. Non avevo capito che bastava camminarsi dentro e farlo con le persone che mi passavano a fianco, per vedere tutto quello che c’era da vedere.


Mi prende una mano Monica e dice: ‘Alzati. Prendi freddo lì seduto.’ Dentro a quelle parole c’è tutto quello che mi serve per andare avanti, anche se avanti non sarà vincere, anche se avanti non sarà stringere quello che avevo in mente, anche avanti sarà soffrire, bestemmiare, piangere, morire di notte per rinascere con l’alba al mattino, con il canto del merlo, con gli occhi stanchi degli altri, anche se avanti farà rumore, perché avanti sarà una risposta a quella domanda: ‘Dove ho sbagliato?’


Monica è una donna, sento la sostanza della sua persona profonda, lo sento come il rumore del mare nelle grotte. Una che ti guarda e non ti lascia. Ti viene a salvare nel fondo dove ti sei impigliato. Ha un coltello in bocca, ti sgancia i pesi, taglia i lacci delle bombole. O muore lì sotto con te o tornate in superficie insieme.


‘Puoi camminare amore. Anche se fa male, puoi camminare.’


Lei riparte leggera coma una farfalla, una farfalla che vola da 100 ore sull’asfalto e che batte le ali nel mio cuore, che spinge il mio sangue e che abita il mio cervello. Da sempre. Ha un sorriso in bocca. I miei pensieri vanno così veloci su quel sorriso senza turbarlo, succhiano spine e polvere come il vento che soffia sul lago, tra i miei capelli.


‘La disperazione rende più umani. Però non insegna a vivere. Quello che unisce e che ti porta in alto, di colpo ti separa, ti porta via.’


La guardo mentre si allontana, mentre i suoi capelli danzano nell’aria e la sua figura occupa tutto il mio mondo. La vedo mentre siamo soli, mentre stringo tra le braccia il suo corpo, sento l’odore della sua pelle che scorre dentro. Mi alzo mentre penso: ‘Sono troppo fragile per vivere e troppo potente per morire’.


Urlo nel vento delle parole. Sento nell’aria delle risposte: ‘Non ci sono veri responsabili. Puoi ritenerti innocente. E’ semplicemente andata così’.


Quando ripasso dal via butto gli occhi sul display: mancano 40 ore. Il cielo è sereno e l’odore dell’acqua si fa più intenso. Me lo faccio scendere in gola, e sorrido. Mi sento di nuovo parte di questo quadro, di questa 6 giorni. Mi sento unito agli altri, come cose che si sono incontrate sotto il mare. Una farfalla si posa sul bordo di una sedia bianca a lato del circuito, come una chiazza di colore su un lenzuolo bianco. La mia farfalla si fermerà solo dopo 705 km, come un sogno che si avvera. Che bella la vita


Grazie CLAUDIO, MICHELE, LEO, ANTONELLA, CHIARA, FABIO, CARSTEN, EDIT, GYULA, CATHERINE.

Autore: Andrea Accorsi

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Peluso

  • bifuclo clemente, asd la solidarietà

    caro andrea, ho letto tutto di un fiato come solitamente leggo i tuoi romanzi, e puntualmente mi lascio prendere dalle emozioni che le tue parole mi suscitano. per un attimo mi è sembrato di stare su quel lago…bravo andrea sei un bel esempio per il nostro sport fatto da una corsa sempre più matta e disperatissima!!!

  • franco anichini

    grazie Andrea! le tue parole mi hanno fatto riflettere ancora una volta su quanto amore può esserci in un gesto semplice come la corsa, su quanta sofferenza può esserci nell’amore, su quanta gioia può scaturire dalla sofferenza…

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