Cronaca — 29 ottobre 2009

Per un ultramaratoneta amatoriale come me, non c’è niente di più desiderabile della Corsa dei due Mari, di 57 km: è lunga, non lunghissima; è dura, non durissima. Si corre tutta di un fiato, senza quelle pause che una 100 km impone alla maggior parte dei partecipanti. Diciamoci la verità, pur avendo un gran rispetto della fatica dei camminatori, una gara lascia pienamente soddisfatti se la si fa tutta di corsa. Quella calabrese è una di queste, e si  può portare a termine senza problemi anche se, la settimana precedente, hai concluso onestamente (12.15.09) la Torino-Saint Vincent.


La Corsa dei due Mari, per le sue caratteristiche, è un Passatore in scala ridotta, con la differenza che alla Piazza della Signoria di Firenze sostituisce il Golfo di S. Eufemia, ed alla Piazza dei Martiri di Faenza il Golfo di Squillace: all’architettura creata dall’uomo contrappone quella della natura.


Lungo il percorso si comporta da madre premurosa. Non ti mette subito davanti l’aspro colle di Fiesole, ma per 18 km ti riscalda lungo una dolcissima salita, fra ulivi argentei ed aranceti già indorati. Il cuore non sale in gola, il respiro è eupnoico e la postura eretta, per cui lo sguardo può posarsi sulle città adagiate sulle prime colline, a farsi baciare dal sole ed a rispecchiarsi nel Tirreno.


Quando l’apparato cardiocircolatorio, respiratorio e locomotore sono a pieni giri, e la mente ha messo in moto gli adattamenti, si comincia a fare sul serio. La madre comprensiva  si trasforma in padre esigente. In due chilometri si sale a quota 400 m per raggiungere Maida,  il corrispettivo del  Colla. Bisogna abbandonare le ampie falcate e procedere con passetti brevi e rapidi. Con il sudore che cola dalla fronte e la maglietta impregnata, si giunge nel centro abitato a raccogliere l’applauso degli accompagnatori francesi, al seguito dei loro atleti. Il più è fatto!


Ora si salta di cresta in cresta. Le salitelle di Jaccuso, Cortale e Girifalco (500 m, 37 km) non rappresentano grosse difficoltà, perché si può riprendere fiato nelle rispettive discese. La natura è completamente cambiata. Al morbido paesaggio mediterraneo è subentrato quello simil-alpino, dove spadroneggiano lecci e faggi. Ampi burroni e profondi precipizi, solcati da ruscelli, conferiscono un sapore selvaggio alla natura rigogliosa.


Se si sono ben dosate le forze, gli ultimi 20 km sono un divertimento. Si plana dolcemente sui 400 m di Borgia, e si copre la distanza della maratona. Quando ricompare il fico d’India e l’agave, si possono rompere gli indugi, il tatticismo non ha più motivo d’essere, ed i passetti possono cedere il posto alle ampie falcate per involarsi nella lunga discesa verso il mare, che rende l’uomo libero, nella fattispecie dalla fatica.


Giunta alla 6^ Edizione, la Corsa dei due Mari non è ancora in grado di attrarre un dignitoso numero di partecipanti, anzi senza il paziente e coraggioso impegno francese non esisterebbe nemmeno. Eppure a due passi si corre la 6 Ore di Curinga, dalla quale gli organizzatori avrebbero da imparare: interessamento dei media, professionalità dei giudici di gara, apprezzamento degli ultimi arrivati ecc. Devono capire che le gare sono di massa e non d’elite. Del resto quale elite può esserci nelle piccole realtà! Che senso ha il vantarsi d’inviare qualche atleta alla maratona di Venezia e di New York, proprio nei giorni in cui si corre la propria ultramaratona! Questi atleti – immagino di valore e completamente spesati dalla Violetta Club – dovevano essere  schierati in prima fila sulla spiaggia di Acconia.


Nel camping in riva al mare Ionio, si alternarono al microfono politici e para-politici, a fare i soliti discorsi. Parlavano, ma pochi li ascoltavano, intenti com’erano a consumare l’abbondante pranzo post-gara bagnato con vino e birra. Seguirono le premiazioni. Infine, salirono in cattedra i francesi. Formarono un semicerchio, ed un appassionato canto si levò nell’aria: ‘Calabrisella mia, olì olà .cu l’occhi scuri .sciuri d’amuri .facimi l’amuri .sta Calabrisella moriri mi fa .’.


Poi sono tornato in albergo, dove troneggiava Miss  Italia 2009. Quel gran pezzo di Calabria mi faceva morire.


 

Autore: Michele Rizzitelli

Share

About Author

Peluso

Questo Sito utilizza cookie di profilazione, propri e di altri siti. Se vuoi saperne di più clicca sul link con l'informativa estesa. Se chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie INFORMATIVA COOKIE

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

>