Atletica News slide — 31 dicembre 2013

correreIl kenyano del distretto di Keiyo ha il sangue blu della nobiltà podistica della Rift Valley. Da quei territori non lontani da Eldoret provengono personaggi come Stephen Cherono, alias Saif Saaeed Shaheen, uno dei primi ad aprire il flusso della migrazione sportiva verso bandiere medio-orientali, e Vivian Cheruiyot, la kenyana più vincente delle ultime stagioni. Wilson Kipsang Kiprotich merita a pieno titolo di aprire questo “best” del 2013 dell’atletica mondiale. Lo merita per aver realizzato, unico al mondo, un primato assoluto in una specialità olimpica. Che sia stato realizzato lontano dal contesto planetario di una manifestazione come quella dei Mondiali o dei Giochi, poco importa. Un primato sotto l’abbraccio dei Cinque Cerchi, in una gara come la maratona, è lontano dai sogni più visionari.

Il Kipsang-maratoneta debutta a Parigi nel 2010 in 2:07:13, terzo a due secondi dal secondo classificato. Al secondo assaggio vince a Francoforte, in autunno, in un 2:04:57 strabiliante, dove corrode oltre un minuto e mezzo alle gambe dell’etiope Tola, che a Parigi aveva vinto davanti a lui. L’anno dopo migra in Oriente in marzo per vincere a Otsu in 2:06:13, prima di sfiorare l’impresa da Guinness ancora a Francoforte, dove in 2:03:42 manca di un’incollatura il fresco record mondiale di Patrick Makau, quattro secondi. La federazione kenyana punta su di per le Olimpiadi. In Kenya piace l’idea di aprire un ciclo, dopo il primo oro olimpico di maratona conquistato da un kenyano quattro anni prima a Pechino, il compianto Samuel Wanjiru. Kipsang rafforza la convinzione dei selezionatori perché, sempre a Londra, in primavera, cala l’asso e vince in 2:04:44, in una gara che lascia fuori dai Giochi attori illustri. Invece no, sul tracciato olimpico l’oro di Wanjiru resta ineguagliato e i kenyani salvano il salvabile con Kirui d’argento e lo stesso Kipsang di bronzo. Quest’anno calca ancora Londra, quinto in 2:07.47, poi il primato fantastico, nella Berlino dei record, una specie di santuario della maratona. In quaranta anni di esistenza, di record ne ha applauditi addirittura otto.

Wilson Kipsang conquista Berlino in 2:03:23, abbassando di 15 secondi il record mondiale di Makau. Lo fa suo con modalità in controtendenza alla storia dei record, grazie soprattutto agli ultimi incredibili minuti di corsa. Registrato un passaggio a metà gara di 12 secondi sotto la tabella-record (1:01:32), Kipsang ha sperperato la momentanea dote tra il 25° e il 35° km, col bollettino del km numero 30 recitante ben 23 secondi di ritardo, un patibolo delle speranze. Non le sue. Kipsang ha incalzato i tre successivi chilometri a 2:50, 2:56 e ancora 2:56, per riportarsi in vantaggio sulla tabella al 40° chilometro. I due chilometri finali, in 2:50 e 2:49, e gli ultimi quasi 200 metri, trafitti di slancio in 33 secondi, l’hanno reso re di Berlino, re di gambe, cuore e polmoni. C’è chi pensa si possa far meglio di così. Sono i collezionisti di ori in pista, come Gebrselassie in passato, a cercare stimoli nell’avventura e nel sogno della maratona immortale. Ci proveranno, chissà, Mo Farah e Kenenisa Bekele, aspiranti primattori delle 42 km, con altrettanto cuore e gambe. Magari senza l’obbligo del tagliando nella Rift Valley.

Bolt, il collezionista

Quanti e quali altri aggettivi per l’uomo più veloce della storia? Ora gli calza a pennello anche quello di “uomo della pioggia”. Succede a Mosca, col primo dei tre straordinari ori del giamaicano ai Campionati del Mondo. Un 9.77 che è effettivamente il primato mondiale sul “bagnato”, diciassettesima prestazione assoluta di sempre, e record mondiale stagionale se si esclude il 9.75 di Tyson Gay, tuttora nel limbo di una sospensione. Bolt si gode la rivincita sullo statunitense Gatlin (9.85) che a Roma aveva approfittato di un Usain ancora in rodaggio dopo la preparazione ai palcoscenici estivi. Dopo i tre ori di Berlino e la doppietta di Daegu, quello sui 200 è il sigillo numero 6 del giamaicano nella storia della manifestazione iridata. La settima tacca è sui 200: Bolt esce dalla curva con quasi due spanne sugli avversari. Diventano quattro a metà rettilineo, poi si concede il rallentamento a dieci metri dal traguardo e segna un 19.66, altro record mondiale stagionale e la diciannovesima volata all-time.

Bolt fa sue le ultime cinque finali consecutive dei 200, tra Olimpiadi e Mondiali, a partire dal 2008, con una media di 19.374. Le quattro finali vinte sui 100, gli assegnano una media inferiore a 9.67, e quattro record mondiali nella combinata 100-200. Il display della slot machine che troneggia nel suo casinò privato segna “You win!” anche con la staffetta. Gli americani si trovano appaiati ai caraibici all’ultimo cambio, quello sbagliato in maniera determinante tra Salaam e Gatlin. Sotto i piedi di Bolt si srotola il tappeto fin dalla Piazza Rossa. Sul display appare 37.66, tre decimi meglio dei pasticcioni a stelle e strisce. Otto medaglie d’oro per Bolt, come Carl Lewis e Michael Johnson, icone che potrà superare già tra due anni in ragione dell’età ancor giovane. Con i due argenti di Osaka 2007 pareggia Carl Lewis anche nel conto delle medaglie complessive, dieci.

Shelly-Ann Fraser-Pryce, il tris della felicità

Tre medaglie d’oro a Mosca, lo spot dal sorriso più comunicativo del mondo dell’atletica femminile. Anche per Shelly-Ann Fraser-Pryce, che come Usain Bolt domina lo sprint breve da Pechino 2008, il 2013 è da record. Nessuna sui 100 metri ha mai vinto quanto lei, tra Giochi Olimpici e Campionati del Mondo. Quattro medaglie d’oro, Pechino, Berlino, Londra e Mosca, con una media-monstre di 10.74 secondi e un quarto di decimo. Il 10.71 di Mosca è un’enormità se si considerano soprattutto i 22 centesimi affibbiati alla medaglia d’argento Ahoure (il margine più pesante inflitto in una finale mondiale), ed è l’undicesima prestazione di tutti i tempi. La Fraser-Pryce fa suo l’oro a un centesimo dal primato personale di 10.70, e a uno dal record dei Campionati Mondiali. Il sequel tanto desiderato sui 200, un desiderio maturato realisticamente dopo l’argento olimpico di Londra, va in scena facilitato dal gentile regalo del destino, che stoppa la statunitense Allyson Felix all’ingresso in curva. 22.17, a otto centesimi dal personale stabilito nella finale Olimpica, e secondo inno nazionale in pochi giorni per la sprinter che sorride anche quando si commuove.

Capitolo tre, la 4×100, con altri dolori autoinflitti dal quartetto USA. Stavolta i giochi si decidono in favore di Shelly-Ann e compagne al secondo cambio, dove le americane pasticciano così clamorosamente da fermarsi e ripartire. Il risultato è la rivincita delle giamaicane sulle statunitensi, che a Londra avevano atomizzato un primato mondiale difficile da superare. Altro che il tappeto rosso servito a Usain. Per il terzo oro della Fraser-Pryce non ci sono più avversarie, le si apre il Mar Rosso dinanzi come a Mosé, e realizza la tripletta storica con un margine-record mai visto sulle seconde, oltre un secondo e mezzo il distacco. Il 41.29 che segna l’abisso è la miglior prestazione mondiale 2013, il record dei campionati, il record nazionale della Giamaica e la seconda prestazione mondiale di tutti i tempi.

Bondarenko, l’uomo dei sogni

L’impresa del ragazzo ucraino che sa suonare il violino segna tutta l’annata estiva. Il doppio 2,41 è una forbice che taglia il mondo in due, pur se “Tiramolla” Barshim, al Prefontaine Classic di Eugene, il primo di giugno, aveva riportato la specialità ai 2,40 degli eletti della pedana. Bohdan Bondarenko mette in serio pericolo il record mondiale di Javier Sotomayor (2,45) a pochi giorni dal ventennale. A Losanna, dopo un cammino stagionale mai visto nella sua carriera, è volato oltre i 2,39 al primo colpo, e ha tenuto tutti col fiato sospeso tre volte a 2,41, prima di realizzare il salto migliore dei primi tredici anni del nuovo secolo, cimentandosi poi nell’impensabile 2,46, sbagliandolo. Per Bondarenko si tratta anche di uno storico record nazionale, migliorato di 1 cm dopo quasi ventotto anni. Il 2,40 apparteneva a un altro autore di una pagina indimenticabile, il sovietico, ma ucraino, Rudolf Povarnitsyn, che a Donetsk violò per la prima volta quel muro, più alto di 10 cm di una cabina telefonica. E’ anche il primato, eguagliato, di tutta l’area dell’ex-blocco sovietico. A 2,41 era arrivato anche Igor Paklin, kirghizo, che alle Universiadi di Kobe realizzò la misura, allora record del mondo, col calar delle tenebre e con pochi testardi testimoni.

A Mosca, col favore dei pronostici e al termine di una gara straordinaria dove sia Barshim che il canadese Drouin sono stati capaci di salire oltre i 2,38, l’apoteosi di Bondarenko, ma è stato il duello agonistico messo in scena a pochi secondi l’uno dall’altro ad aver lasciato un’impronta indelebile tra le grandi finali di salto in alto. Bondarenko aggredisce l’asticella entrando in gara a 2,29, poi vola al comando con 2,35 alla prima prova. Brividi con i 2,38 di Barshim e di Drouin, prima che Bondarenko centri il 2.41 dell’oro al secondo tentativo. Solo Barshim può sperare ancora nel volo della vita, con la vittoria issata lassù, a 244 centimetri, ma si arrende. Freddo nella concentrazione, ma di gambe e caviglie ancora caldissime, Bondarenko tenta i 2,46 ma non aggiorna la cronologia del record. Che importa, con una gara così spettacolosa, valsa l’intero programma mondiale? Mai nessuno, prima di lui, ha vinto una finale mondiale o olimpica con una misura simile.

Mo Farah, l’irresistibile

Dopo Londra, la doppietta fantastica del britannico venuto da Mogadiscio va in scena anche a Mosca. Diecimila e cinquemila sono il suo terreno di caccia, e a farne le spese a Mosca, con l’onore delle armi, sono per due volte un etiope e un kenyano, stritolati allo sprint dall’atleta più celebrato della Gran Bretagna, patria adottiva. Nella lunga sciarada dei diecimila, dopo aver rischiato di cadere in seguito a un inciampo, la volata lunga di Mo Farah parte alla campana, è irresistibile in rettilineo e anche l’etiope Jeilan, l’uomo che l’aveva battuto nella finale mondiale di due anni prima a Daegu, si arrende alzando bandera bianca. Quella bianca, rossa e blu dell’Union Jack, invece, sventola festante in tribuna  per Farah, che vince l’oro in 27:21.71, con un ultimo mille da 2:26, ed un giro conclusivo da 54.49.

Sui cinquemila non lo fanno respirare. In otto, dopo una gara tattica, si presentano all’ingresso nell’ultimo giro con chances di medaglia. Ai 200 metri Farah è affiancato e inseguito dalle ombre kenyane, ma le domina con la classe del purosangue e le abbatte impegnandosi allo spasimo per non esserne raggiunto. E’ così determinato che i kenyani cedono anche mentalmente, tanto da deconcentrare un ventenne, Koech, cui l’argento viene scippato dal clamoroso ritorno in sella di un 19enne del Tigray etiope, Gebrhiwet, divisi al photofinish da millesimi. Con l’uno-due di Mosca, Mo Farah eguaglia l’impresa di Kenenisa Bekele a Berlino 2009. L’etiope dominò i 10000, ma sui 5000 faticò a spegnere il vecchio Lagat. Entrambi ora sognano, come detto, l’avventura della maratona. A proposito di Wilson Kipsang.

ufficio stampa fidal

 

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