Cronaca — 01 dicembre 2010

E’ stata la più dura che abbia mai corso. A ripensarci ora sento ancora i brividi. Brividi per le miriadi di emozioni fuoriuscite passo dopo passo. Brividi per gli occhi densi di compassione di chi al lato della strada sotto un ombrello o una mantellina fradicia provava ad incoraggiarci. Brividi per le quattro ore di pioggia ininterrotta di un inverno che ha aspettato il giorno della maratona per arrivare. Brividi per il vento gelido che ha congelato braccia e gambe e sorrisi e pensieri di chi ha incontrato lungo la sua strada. Brividi per la paura di non farcela quando il traguardo era ormai lì ad un passo. Brividi dopo mesi e settimane di preparazione, dopo alti e bassi tra infortuni e rivincite. Brividi per un sorriso, un abbraccio, una medaglia al collo. Brividi dopo un ‘bravo’ che ogni volta riporta alla mente tutti i quarantaduechilometriecentonovantacinquemetri passo dopo passo. Non vorrei più toglierla quella medaglia così pregna di emozioni e sofferenza come non lo è mai stata. Quando alle sette di domenica mattina sono uscito dall’albergo su Ponte Vecchio non volevo credere ai miei occhi. Il cielo azzurro e il sole che ci avevano cullati per tutto il giorno prima erano spariti con la notte. Al loro posto un cielo plumbeo. Vento freddo e pioggia. Ci incamminiamo lungo l’Arno unendoci alla fiumana di gente che si muove infreddolita in direzione del ponte di San Nicolò. Mancano più di due ore alla partenza. Cerco Davide con il quale ho appuntamento ai cammion di raccolta borse ma non ci troviamo. Avremmo voluto correre insieme ma non riusciamo ad incontrarci. Diecimila persone per un solo obiettivo: partire e arrivare. Non conta se in tre quattro o cinque ora. Conta solo tagliare il traguardo. Anyone running a marathon is a winner, mai quanto oggi. Accartocciati dentro ai sacchi di cellophann regalati dall’organizzazione mi infilo con mia mamma nella prima navetta libera che troviamo. Lei alla sua seconda maratona, ma non riuscirà a finirla per un infortunio che si trascina da troppo tempo. Arrivati a Piazzale Michelangelo cerchiamo un posto dove ripararci, ma non c’è nessuna tettoia in grado di contenere diecimila persone. Mi guardo attorno all’ultima ricerca disperata di Davide, ma ancora niente. Le gabbie sono ancora vuote mentre gli speaker cercano di riscaldare gli animi almeno a parole. Fa freddo e la pioggia comincia già ad entrare nelle ossa. Tremo e non so se per il freddo o per la tensione. L’aria gelida che scorre lungo l’Arno arriva tagliente fin sulla collina. Allo scoccare delle 8.30 decido di entrare in gabbia per non rimanere troppo indietro. Rimango solo. Solo come una formica in un formicaio, con altre migliaia di persone uguali a me che cercano il loro posto. Mi stringo più che posso per non sperdere calore mentre le scarpe sono già completamente inzuppate d’acqua. La gabbia si riempie poco a poco, gli spazi si riempiono. Intorno vedo francesi, tedeschi, inglesi e tanti italiani. Ascolto i loro discorsi guardando ogni tanto il cronometro. A dieci minuti dal via ci spostiamo lungo il percorso guidato verso la partenza. I muscoli sono freddi, congelati. Ho perso la sensibilità nei piedi. Ma non sono preoccupato, so di aver fatto tutto quello che dovevo. Pochi metri dietro di me i palloncini verdi delle 3h 15′ che vorrei seguire almeno nella prima parte. Come in un rituale tribale quasi contemporaneamente tutti si svestono del sacco verde che ci ha riparato dalla pioggia più che ha potuto. Ci siamo. Allo sparo non c’è freddo o pioggia che tenga. Scendiamo verso l’Arno incalzati dalla discesa che aiuta le gambe a slegarsi. Al primo chilometro mi accorgo di correre male, il piede destro è ancora congelato e ho una sensazione di appoggio stranissima. Passiamo in massa sul Ponte di San Niccolò dove per qualche istante riesco a intravedere tra miriadi di corpi in movimento papà e Sara che ci incitano con le campane. I primi chilometri sfilano tranquilli. La pioggia sembra diminuire leggermente, le strade sono ancora larghe. Mi accodo al gruppo dei pacemaker verdi. Hanno un buon passo, forse anche troppo veloce per il tempo che ci devono impiegare, ma a me va bene così. Giriamo intorno al centro cittadino lungo viali larghi che possano contenere la massa ancora unita che si snoda lungo la strada. Mi sento bene. Al 5 Km controllo il cronometro per la prima volta e notando che il gruppo sta leggermente diminuendo l’andatura decido di sopravanzare i palloncini e mantenere il ritmo che ho. A dire il vero volevo stare il più possibile con i pacers per non occupare la mente con l’assillo del ritmo, ma mi sento troppo bene e decido di provarci da subito. Ripassiamo lungo strade ricordo di due anni fa. Sotto i ponti la calca di spettatori è impressionante e le urla di incitamento amplificate dall’eco danno una carica impressionante. Posso solo sorridere. Quando comincia una piccola serpentina tra le vie più strette so che è arrivato il momento del passaggio alle Cascine. Due anni fa c’era stata la prima crisi, proprio sotto il cartello del 32 Km, ma quest’anno siamo solo al settimo. Mantengo il passo controllando ogni due chilometri l’intermedio. Le fila si stanno già allungando e al fianco non ci si ritrova più di una o due persone. Al secondo ristoro bevo solo un sorso d’acqua senza perdere il ritmo. Scendiamo lungo il viale che affianca l’Arno già sulla strada di ritorno verso il centro città. Lungo la riva l’aria si fa sentire più forte anche se soffia alle spalle. Una ragazza tedesca mi affianca chiedendomi il tempo che voglio fare e se mi va di correre insieme. Ci scambiamo qualche parola e dopo esserci presentati continuiamo al nostro ritmo fianco a fianco. Firenze è così. Due anni fa era stato Paolo a farmi compagnia fino al trentesimo. Correre in coppia o in gruppo cambia totalmente le sensazioni, soprattutto in gara. Non pensi più solo a te stesso, ma cerchi di capire ed a gestire le sensazioni anche in funzione dell’altro. Proseguo forse più sciolto e trascinato da passo e falcata praticamente uguali. La piogga aumenta. Attraversiamo il fiume per la seconda volta verso Porta Romana per poi ridiscendere verso Ponte Vecchio. La prima salita non sembra ma si fa sentire, anche perchè per cercare di non perdere ritmo aumentiamo il passo. Complice il passaggio in mezzo a due ali di folla che si stringono sempre di più attorno alla curva di Ponte Vecchio passiamo il 19 Km in 4′ 15″. E’ stata un’emozione grandissima. Vedere e sentire così vicine tante persone con applausi, campane, fischietti, vuvuzelas; vedere sempre più ristringersi la strada davanti a noi come fossimo in cima al Mortirolo; ritrovare papà, Sara e sua mamma dopo quasi un’ora e mezza; una scarica di adrenalina che ci ha proiettato in avanti senza controllo. Fuoriusciti dalle ali di folla dico a Laura di rallentare un poco. Mentre parliamo dei tempi e mentre lei recupera dei sali dal suo pubblico che l’aspetta più avanti, un signore si avvicina chiedendoci il ritmo. Diventiamo tre. Passati per la terza ed ultima volta sul Ponte di San Niccolò spacchiamo la Mezza in 1h 35′ quasi precisi, con un ritmo appena superiore ai 4′ 30″ al chilometro. Complice anche la conoscenza del percorso che so dove ci sta portando la stanchezza comincia a farsi sentire. La terza parte di gara non è certo la più bella esteticamente ed essendo anche la più lontana dal centro anche il pubblico diminuisce. Quasi contemporaneamente pioggia e vento ricominciano a farsi sentire. Flavio sembra il più incerto (come andatura) di noi tre, ma è solo apparenza. In più di un’occasione è lui a tirare il ritmo, mentre io e Laura rimaniamo affiancati. Sfiorando quasi i binari di Campo di Marte intorno al 25 Km un’aria gelida ci soffia in faccia. Maglia, pantaloni e scarpe sono zuppe d’acqua e il freddo si fa sentire ancora di più. Non invidio Laura in canottiera e pantaloni corti, ma forse lei è più abituata di me a temperature simili. La pioggia aumenta e le fila si diradano. Mentre circumnavighiamo lo Stadio di Atletica e lo Stadio Franchi in lontananza si sente una speaker incitarci. Servirebbe una folla, ma la gente scarseggia. Per lo più ci troviamo di fronte a fiorentini usciti la domenica mattina da casa non troppo dediti all’incitamento, passivi spettatori di un’invasione delle proprie strade. Il ritorno verso il centro mi rianima un po’, primo perchè so che la fine si sta avvicinando e secondo perchè so che ci sarà il mio pubblico. Sembra strano, ma ripercorrere le vie conosciute due anni fa anche solo per la seconda volta è un aiuto incredibile. So dove mi trovo e so quanto manca. Il ritmo è perfetto, secondo più secondo meno. Un gap di una quindicina di secondi, ma recuperabili nell’ultimo chilometro. Al Km 33 saluto Sara e sua mamma per l’ultima volta con un sorriso che da lì a poco verrà sostituito da una smorfia di dolore. Laura recupera i suoi sali per la seconda e ultima volta. Flavio rimane in carreggiata e tira il gruppo. Avvicinandoci al centro al 34 Km ho la prima vera crisi, in corrispondenza di un tratto di strada troppo irregolare. Il lastricato pieno di buche e reso scivoloso dalla pioggia affatica incredibilmente le gambe. Prima che sia troppo tardi apro il mio secondo gel e cerco di rimettermi in forze. Subisco tantissimo la strada dissestata e solo il passaggio in Piazza Duomo mi allontana il pensiero. Recupero il passo su Flavio e Laura e li affianco. Ricordo le emozioni di due anni fa allo stesso passaggio ma l’aiuto sperato questa volta non c’è. Il freddo e la pioggia hanno lasciato a casa molti ed i pochi scesi in strada sono anche loro ormai congelati dopo due ore e mezza di attesa. Fuoriusciamo nuovamente dal centro per riportarci verso l’argine dell’Arno ed a questo punto comincia il mio calvario. Probabilmente il freddo e gli indumenti fradici d’acqua sommati alla sforzo del ritmo hanno segnato le gambe. I piccoli crampi che mi avevano accompagnato negli ultimi chilometri si trasformano in fitte che partono dall’anca e arrivano alla pianta del piede. Perdo il passo. Vedo Laura voltarsi tre o quattro volte per controllare la mia posizione, ma non riesco nemmeno a dire a lei e a Flavio di continuare tranquilli. Perdo qualche secondo e rimango una decina di metri dietro a loro per i successivi due chilometri. Sento che sto correndo male. La spalla destra comincia a lanciarmi i suoi segnali. Provo ad alzare le ginocchia per ritornare ad avere un passo regolare e più lungo, ma sento che i muscoli sono completamente bloccati. Al primo tentativo di aumentare la falcata un crampo stringe il flessore della gamba destra e quasi cado. Non i crampi che si sentono sempre dopo un lungo. No. Una morsa che istintivamente faccio passare distendendo di scatto la gamba. Perdo il passo. Anche la cosia sinistra sento che è nella medesima condizione. Lungo l’Arno alzo lo sguardo e non vedo più i miei due compagni. In lontananza solo il Ponte Vecchio. Cerco di non peggiorare troppo la situazione e mi dimentico del tempo. Ricomincia a piovere più forte mentre il vento sempre più gelido sembra voler dare il colpo di grazia alle gambe. Riattraverso l’Arno scalando il piccolo ponte appena prima del Vecchio. Molti davanti a me cedono e camminano. Qualcuno è fermo a stretchare per far passare i crampi. Il passaggio su Ponte Vecchio è bellissimo, ma è troppa la sofferenza tra salita e discesa che si susseguono. Per fortuna le ultime. Ripassamo nuovamente in centro, prima in Piazza della Signoria e poi ancora in Piazza del Duomo. In tanto mi incitano ma mi verrebbe solo da piangere. Provo a forzare il ritmo ma la risposta delle gambe è sempre la stessa, crampi. L’ultimo ristoro appena dietro al Duomo significa solo una cosa: 40 Km. Un sorso d’acqua mentre la pioggia riga il viso come fosse sudore. O lacrime. Poi il momento più difficile. Ad ogni passo ho paura di cadere a terra perchè sento di non riuscire a controllare ii crampi che si alternano da coscia a coscia ad ogni appoggio. Ho un’andatura scomposta e me ne accorgo, ma non riesco a fare di più. Guardo il cronometro che segna 3h 00′ 59″. Mi faccio forza mentre Sara e sua mamma mi salutano per l’ultima volta prima di aspettarmi al traguardo. Quelle urla e quegli applausi valgono più di una spinta anche se le vedo solo di sfuggita. Non so come ma al passaggio del 41 Km, complice forse anche il ritrno sull’asfalto, la morsa del crampo diminuisce leggermente. Vorrei spingere per lo sprint finale ma ho paura di buttare via tutto per una manciati di secondi in meno. Cerco di essere il più regolare possibile mentre mi accorgi di avere una smorfia di dolore perenne sul viso. Mi accorgo di superare tanti davanti a me, in condizioni veramente al limite. Una ragazza è sdraiata per terra al centro della strada, soccorsa da qualche persona e coperta con i teli termici. Poi c’è l’entrata in Piazza Santa Croce. Non riesco che a guardare l’arrivo nonostante le gradinate siano dense di spettatori. Fermo il cronometro, 3h 11′ 53″ ufficiali. Il mio ne segna due in meno. Mi piego sulla gamba destra mentre la pioggia mi bagna. Quando mi rialzo vedo Laura che mi viene in contro per salutarmi. Ci hanno diviso solo cinquanta secondi. Mi ringrazia, ma sono io che devo ringraziare lei e Flavio. Faccio fatica a parlare ma uno sguardo è più che sufficiente per capire quello che le parole non possono raccontare. Ritiriamo le nostre meritate medaglie mentre ci coprono con i teli. Cerco Sara al di là della transenna. Siamo già arrivati da dieci minuti e le gambe cominciano a raffreddarsi rapidamente. Facciamo una foto-ricordo che non potrà mai raccontare la sofferenza di questa gara. Poi ci incamminiamo verso i cammion per il ritiro della borsa e per cambiarci. Le gambe a questo punto non rispondono più. Una fitta che parte dall’anca ha bloccato completamente i muscoli che non riescono più a contrarsi. Mi trascino lentamente per quasi due chilometri fino al deposito borse. La pioggia scende sempre più forte mentre alla mia sinistra continua il lento deflusso verso l’arrivo dei diecimila di Firenze. Solamente entrando nella tenda-spogliatoio con qualche grado in più le gambe si rilassano. Appena trovo una sedia libera cerco di liberarmi il prima possibile di tutto quanto ho addosso. Penso a Milano, in primavera, quando all’arrivo stavo benissimo. Mi chiedo come sia possibile stare in una condizione tanto diversa. La pioggia e il vento hanno reso la corsa una lotta alla resistenza. Credo di non essermi mai trovato in una situazione del genere, nemmeno sulla neve. In lontananza ancora qualche ambulanza suona in soccorso di chi si è arreso suo malgrado. Ripensandoci ora sono le parole della mamma di Sara quelle che più mi hanno fatto pensare in questi giorni. Lei che era alla sua prima maratona da spettatrice. Lei che è al di fuori dal mondo della corsa. Lei che mi ha chiesto “ma chi ve lo fa fare? cosa vi spinge ad uno sforzo così enorme? deve esserci qualcosa in più che una semplice corsa… una filosofia di vita”. Ci ho pensato e forse la risposta l’ha trovata lei, guardando la faccia di centinaia di persone che pur barcollando (nel vero senso della parola) cercavano di arrivare fino alla fine, tempo o non tempo. La corsa non è solo Maratona, ma la Maratona è qualcosa che va al di là di ogni altra corsa. Non è una sfida per chi arriva prima, è una sfida con sè stessi. Quello che ho sempre pensato è che se hai corso una Maratona allora puoi fare tutto. Non perchè chi fa una Maratona è migliore di chiunque non l’abbia fatta. Assolutamente. Perchè durante una Maratona riesci a conoscere te stesso e i tuoi limiti ed a superarli. Perchè sai che se lo vuoi puoi fare ancora meglio. Non vi sembrerà, ma una Maratona ti fa vivere meglio. [www.corroergosum.altervista.org]

Autore: Dario TuQ Marchini

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Peluso

  • asd la solidarietà bifulco clemente

    bravo dario…rivedo molto del mio percorso di domenica. a firenze c’ero e ho sentito sulla mia pelle tutti i brividi di cui hai parlato…nel approfitto per ringraziare della preparazione di questa maratona che era anche il mio debutto nella classica delle distanze, il dott.Peppe Miranda e Virgilio Casalnuovo che mi hanno accompagnato con dedizione ed esperienza per ben 4 mesi di preparazione, incoraggiandomi nei momenti più duri e rallegrando con la loro simpatia i lunghissimi che si facevano interminabili. non ha senso pensarla la maratona ma correrla…se vuoi correre corri un miglio se vuoi cambiarti la vita corri la maratona!

  • Dario ‘TuQ’ – Martesana Corse

    Grazie… :)

  • silvio scotto pagliara

    ciao dario e complimenti ,dopo aver letto …tutto e ricordato ,leggendo con interesse, le mie Firenze …..Dopo la tua descrizione , mi sonto anch’ìo ….partecipe della tua …maratona !
    Ho corso di nuovo ……in tua compagna!
    Grazie dario e auguri asciutti e caldi !

  • bifulco clemente asd la solidarietà

    un ringraziamento speciale alla podistica vesuviana per l’ospitalità e per la compagnia nelle ore che precedevano la gara quando l’ansia iniziava a farsi sentire. complimenti al presidente e a tutti i maratoneti vesuviani “sbarcati” a firenze domenica 28.

  • Gianni Biccari Asd Pozzuolimarathon club

    Dario, anche io ho rivissuto in pieno le sensazioni che hai così bene raccontato. Domenica durante il tragitto ed all’arrivo, ho giurato che quella sarebbe stata la mia prima ed ultima maratona. Il giorno dopo mi sono iscritto a Roma!

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