Atletica News — 04 marzo 2013

Conclusi i XXXII Campionati Europei Indoor. Nelle tre giornate di Goteborg la nazionale azzurra ha collezionato cinque medaglie (1 oro, 1 argento e 3 bronzi), dieci finalisti (i piazzati nei primi otto classificati), e 51 punti complessivi (otto punti al primo, uno all’ottavo). Ottavo posto sia nel medagliere (dominato come sempre dalla Russia) sia nella classifica a punti (idem). Il dato probabilmente più significativo è quello dei finalisti: se si escludono, infatti, le edizioni casalinghe di Torino 2009 e Genova 1992 (solo perché oggetto di una finalizzazione, di una progettualità, completamente diverse rispetto norma) bisogna tornare indietro a Glasgow 1990 (12 finalisti) per trovare l’Italia in doppia cifra: 23 anni fa. A Genova piazzammo 26 atleti nei primi otto, a Torino 15, ma anche nella straordinaria edizione di Birmingham 2007 (sei medaglie, tre delle quali d’oro) i finalisti italiani furono nove. Insomma, esiste una profondità di squadra che, sommata alla giovanissima età dei finalisti (minore di 25 anni, schede biografiche alla mano), fa davvero ben sperare per il futuro. Al di là dei numeri, al di là delle statistiche, che sono comunque più che lusinghieri, ciò che colpisce sono essenzialmente due cose: la prima, è la qualità, il livello tecnico dei risultati che hanno portato al top gli atleti italiani (per fare esempi concreti: il 17,70 di Daniele Greco, miglior prestazione mondiale 2013; il 6.52 di Michael Tumi; i record nazionali di 7.94 e 7.51 degli ostacolisti Veronica Borsi e Paolo Dal Molin); la seconda, che probabilmente colpisce anche di più l’immaginario collettivo, il fatto che per molti di questi atleti si sia trattato di una prima volta sul podio, o in una finale, nella propria carriera (Borsi, Dal Molin, Tumi, lo stesso Greco, che già era stato quarto ai Giochi olimpici, ma anche la Viola, e la stessa Trost). Qualità tecnica, volti nuovi: in una parola, rinnovamento. Le pepite d’oro sono tante: non va dimenticato, rispetto a quelli già citati, Gianmarco Tamberi, il cui soprannome dovrebbe diventare “the fighter”, per la sua innegabile capacità di affrontare le competizioni; o quelli come Roberta Bruni, la cui rabbia palpabile per la mancata qualificazione alla finale (a soli 18 anni!) è un segnale più che eloquente per il futuro. E l’iniezione di nuova linfa su una squadra che, lista degli assenti alla mano, può contare ancora su uomini e donne di livello straordinario (solo un paio di nomi: Antonietta Di Martino e Fabrizio Donato, ma anche Andrew Howe) potrebbe produrre risultati interessanti. Nel frattempo, lo sport italiano può cominciare a coccolarsi Daniele Greco, già quarto a Londra, ed oggi, in forza del 17,70 di Goteborg, affermatosi come atleta in grado di competere sulla ribalta mondiale. Alla pari con tutti. E con un occhio ai Giochi olimpici di Rio.

 

ufficio stampa fidal

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