Cronaca — 09 novembre 2007

Ebbene si, dall’aeroporto di Capodichino sono uscita con la medaglia della maratona di New York in bella mostra tra lo sguardo di ammirazione dei passeggeri (forse ammirazione non Ã¨ il termine esatto, ma l’adrenalina newyorchese ancora fa effetto, sei mesi minimi di autostima sono assicurati …)
Avere un sogno è facile. non ci sono limiti nel sognare, quando però diventa realtà le cose si complicano: è necessario perimetrare il sogno entro limiti reali, altrimenti sfugge. A New York è stato facile, la mia idea di maratona era delimitata in alto dalla linea dei grattacieli, in basso dal gomitolo di asfalto dei quartieri attraversati e ai lati da una roboante, incredibile folla festante, meravigliosamente coinvolgente e cromosomicamente educata alla  partecipazione civile.
La maratona di N.Y. simboleggia il sogno di un podismo condiviso anche da chi non corre ma sa sudare mentalmente con te e appiccicarti addosso il calore e l’entusiasmo di esserci senza pensare troppo ai tempi, alla performance, alla classifica. 
Accanto al pettorale conservo il dono del gruppo olandese al quale sono riuscita a far cantare O’ sole mio, gli indirizzi di un gruppo francese e i gessetti del tricolore italiano con i quali mi sono dipinta il viso e poi le risate delle americane, la gentilezza delle giapponesine, il sorriso di Richard che come me compiva gli anni (nota per le donne:i compleanni vanno festeggiati a N.Y.)e mi ha dato un pezzo del suo cartello per un tratto di strada, la donnina vista di spalle che sembrava quasi si stesse rompendo e invece quando la superavi le leggevi negli occhi una determinazione che sai che è anche la tua, la ragazza cieca che corre con il compagno, i due scouts che accompagnano con la mano un monaco tibetano?, un ragazzo che corre all’indietro (per la verità ogni tanto guardava avanti), la signora con la scritta:”Pensi che la maratona sia dura? prova la chemioterapia…”. Ah già, poi ci sono la corsa, i tempi al 21 Km, il gel, le miglia…
Il nastro srotolato di due milioni di persone lungo le strade: i gospel di Harlem, i pastori con gli altoparlanti fuori alle chiese, i balli dei culoni neri, i gruppi rock dei giovani del Queens, il divano con la scritta:”prenditi una pausa…”, le mani che si toccano a Little Italy, gli occhi e i ricci neri di un bimbo che ti offre uno spicchio di arancia, i bon bon della vecchietta, la signora che esce dal gruppo e incita uno che si era fermato, gli applausi, “go, Italia,go Italia”, il mio canto e la loro risposta. Ah già, poi ci sono la corsa, i tempi al 30 Km, i rifornimenti, le miglia… 
Il 35 km si esibisce in tutta la sua sfrontatezza e mi costringe a guardare l’orologio e a darmi un tono: è mai possibile. 3 ore e 20 minuti, senza stancarmi? E allora cosa vuoi che siano gli ultimi Km? E invece sono!!Nel senso che non canto più, mi trascino le gambe, sorrido e mi aggrappo agli incitamenti della gente: L’ultimo miglio, quello famoso per i saliscendi e per i crampi che mi sembrava privilegiassero più le gambe americane che quelle afro-latine…Stavolta ci sono davvero la corsa, i tempi al 41Km, i rifornimenti, le miglia… ma poi come in tutte le corse del mondo c’è il traguardo mitico, unico, spettacolare come lo smile a braccia alzate che mi immortala. I love New York!


  Baci a tutti , Adelaide Di Meo

Autore: Adelaide Di Meo

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