Cronaca — 26 luglio 2010

Sono in Puglia, sponda ionica a metà strada tra Taranto e Gallipoli, da ormai due settimane. Sfrutto la possibilità di starmene in un luogo tranquillo e dove si respira aria pulita per cominciare a preparare la maratona autunnale. Non mi risparmio negli allenamenti e il pensiero delle gare per ora non mi sfiora. Sono carico di allenamenti e quando un amico mi riferisce di una gara sui 12 km a Santa Sabina (BR), mi metto in testa di fare corsa media in compagnia. Non immaginavo fosse gara seria, del calendario nazionale Fidal, né mi tocca il pensiero di ‘scaricare’. Venerdì sera mi faccio 50′ di fartlek a fuoco, al sabato 75′ di progressivo e gara/medio la domenica sera, per poi rifare medio anche lunedì mattina.
Arrivo a Torre Santa Sabina accompagnato dai miei primi fans (papà e mamma) e trovo un discreto impianto organizzativo. Capisco che non è una garetta di Paese. Ben presto l’incontro con i forti amici/avversari Francesco Minerva e Vincenzo Trentadue mi da la conferma che ci sarà da faticare. Con dei pullman di linea ci trasferiscono a Torre Guaceto, in una bellissima riserva costiera, da dove parte la competizione. Il via alle 18.10, con leggero ritardo e con piccolo giallo per un sistema un po’ ‘naif’ di dare il via alla gara: il giudice da lo start sparando, poi corre sull’auto dell’organizzazione che è pochi metri davanti alla linea di partenza e che viene ‘investita’ dalla massa dei podisti. Siamo costretti ad andare per campi, giacché la sede stradale (un tratturo sterrato largo non più di 3 metri) è occupata dall’auto ancora ferma… Ma nel giro di 500 metri l’ordine è ristabilito. Correremo per 12 km per lo più sterrati o su stradine coperte dalla sabbia marina, tra le dune. Un’esperienza davvero suggestiva, correndo da sud verso nord, da una torre all’altra nella riserva, con mare, dune e ginepreti sulla destra e campi, case sparse o piccoli villaggi sulla sinistra. Lo sforzo è notevole, sia per il fondo sconnesso sia per un fortissimo vento che soffia contrario lungo tutto il percorso. Francesco è in forma e si vede subito, al secondo chilometro allunga su me e Vincenzo e farà gara a sé. Io e Vincenzo ci diamo una mano, con un vento così forte sembra una competizione ciclistica, in scia si sta bene, al vento sembra di scalare lo Stelvio… Pensavamo di ‘girare’ comodamente a 3’15’/km e invece fatichiamo a correre a 3’35’ di media; questo da la misura della durezza della competizione. All’arrivo abbozziamo una volata, ma capiamo che secondo o terzo posto fa poca differenza e sportivamente arriviamo insieme, sostanzialmente un ‘ex aequo’.
Qui finisce la gara propriamente detta e comincia l’avventura dell’antidoping. Ho 29 anni e negli ultimi 17 ho sempre corso, normalmente a un discreto livello. Gareggio spesso e in gare piuttosto serie, ma mai ero stato controllato. Oggi è la mia prima volta e sono felice che finalmente sia successo: nell’atletica sul suolo italiano si vedono ‘cose che voi umani non potete nemmeno immaginare’ eppure nessuno (di quelli che hanno potere e mandato di farlo) investe in politiche per la verifica e il ripristino della regolarità delle competizioni. Spero che il controllo al ‘Trofeo Due Torri’ sia un sintomo di rafforzamento delle verifiche in termini di frequenza degli interventi e di tipologia di gare controllate (è su strada che si vedono più anomalie prestative, non in pista…), ma temo che sia una proverbiale ‘mosca bianca’.
E’ un controllo che non era stato annunciato prima del via, perciò appena arrivati veniamo trattenuti da non ben identificabili giudici/medici/organizzatori che ci dicono: ‘i primi 8 assoluti restino qui che li portiamo all’antidoping’. Io di antidoping non ne avevo mai fatti prima, ma conosco le procedure a menadito: ho letto le regole WADA e ho i riscontri dei racconti di amici atleti che avevano già ricevuto controlli. Perciò mi fermo in zona traguardo, resto a disposizione e nel raggio visivo dei ‘controllori’ (a dire il vero sto proprio fermo appoggiato a una transenna), non assumo alcunché (acqua, ristori o affini) aspettando che siano i responsabili eventualmente a fornirmi acqua in confezioni sigillate. Ma – dalla mia posizione – noto tutta una serie di imprecisioni procedurali: agli atleti arrivati e da controllare viene detto di restare in zona perché ci saremmo trasferiti nella struttura del Pronto Soccorso per il controllo. Fin qui nulla di male, se non che l’espressione ‘restate in zona’ viene interpretata da alcuni come: ‘vado al ristoro e mangio qualcosa (anguria, integratori, acqua e qualche biscotto)’ e/o ‘vado alla mia auto a prendere una maglietta pulita e un documento d’identità‘. Chi va a farfalle non mi sembra sia seguito a vista. Non c’è nessun professionista, perciò interpreto la cosa come approssimazione o distrazione… A un certo punto mi rivolgo a un tizio in bermuda e camicia a righe grigio-verdi, che è vicino a me da qualche minuto, e faccio alcune considerazioni su queste ‘libertà‘ di movimento e azione proceduralmente scorrette (anche se sostanzialmente non cambiano l’esito dei controlli). Il tizio risponde qualcosa, poi dopo alcuni minuti mi fa: ‘vabbé, intanto che tornano gli altri cominciamo ad andare noi a fare il controllo’. Così scopro che era uno dei medici incaricati dei controlli, sebbene abito vacanziero e assenza di tessera identificativa non lo lasciassero nemmeno intuire. Arrivo al locale adibito all’antidoping, c’è dell’acqua sigillata e chiedo se posso bere; permesso accordato e bevo. Il mio controllo durerà poco (analizzano solo le urine e non ho avuto difficoltà emotive a fare pipì sotto gli occhi del controllore 😉 e sarà condotto scrupolosamente da un altro medico, con tanto di badge ‘Antidoping Officer’ con nome e cognome in evidenza. Nel frattempo arrivano nella stanza altri uomini, quelli dal quarto all’ottavo classificato, che sono tutti tesserati master o amatori… Scatta la diatriba se il controllo per i primi 8 assoluti debba essere condotto sui primi 8 arrivati o sui primi 8 delle categorie assolute (allievi-junior-promesse-senior). Dopo un’accesa discussione tra i medici i 5 amatori-master vengono congedati. Un tale, non identificabile in un ruolo specifico, va a cercare (alla chetichella tra coloro che prendevano il ristoro?) altri assoluti classificati (erano 11 iscritti in tutto). Intanto il dibattito prende un’altra piega: le assolute iscritte sono solo due! E allora? Si controllano le prime 8 arrivate, a prescindere dalla categoria di appartenenza. Come dire, due sessi due misure… Qualcun altro va ad avvisare i medici donne (per i controlli delle donne, giustamente, ci sono medici di sesso femminile) che vanno portate al controllo le prime 8 arrivate. Spero che nel loro caso siano state avvisate e fermate nell’immediatezza dell’arrivo e non recuperate nella folla festante.
Fatto sta che il tempo passa a prescindere da cosa combiniamo noi omicciatoli. Alle 21.45 finalmente Enzo – con l’ausilio di quasi 8 bottigliette d’acqua, del fresco della sera e del ‘tifo’ di noi amici atleti – riesce a fare plin-plin e noi assoluti andiamo alle premiazioni (ormai pressoché terminate), mentre nel pronto soccorso ci sono ancora alcune donne che hanno difficoltà ad urinare e un ragazzino (penso al massimo uno junior) che è agitatissimo e dopo oltre due ore dalla fine della gara di riempire la boccetta proprio non sembra aver intenzione e che magari farà tardi per l’appuntamento con la fiamma estiva…
A parte peccati di approssimazione tra il fine gara e il controllo effettivo (probabilmente perché due medici non assistiti non hanno il dono dell’ubiquità e nemmeno 6 paia di occhi periscopici…), cui credo si potesse ovviare con l’aiuto degli organizzatori, a parte le scelte difformi tra uomini e donne e a parte il forte ritardo del cerimoniale causa ‘minzioni in corso’, sono contento di essere andato a Torre Santa Sabina, di aver gareggiato con Francesco e Vincenzo nella splendida area di protezione naturalistica e di essere stato controllato. Chissà che il pachiderma non si stia muovendo…

Autore: Tito Tiberti

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