Cronaca — 08 ottobre 2010

Ci sono tutti i motivi del mondo per partecipare all’Ecotrail di Pantelleria, svoltosi il 26 Settembre. Eccetto uno: dà zero punti Marchei-Marri, essendo lungo 39 km. E toglietevi dalla testa l’idea che quest’isola, più vicina alla Tunisia (70 km) che alla Sicilia (100 km), sia esclusivamente mare. Lo splendido mare blu è un contorno, inteso nel senso letterale, che la rende isola; è solo l’involucro che protegge la sua rigogliosa natura vulcanica. Sgombrata la mente dai pregiudizi, si può procedere al racconto di una delle più belle tappe del Circuito Ecotrail Sicilia 2010.
La partenza è un eccitante biglietto da visita. Viene data allo Specchio di Venere, laghetto vulcanico, dove la dea dell’amore veniva a specchiarsi prima d’appartarsi segretamente con Bacco. I 50 concorrenti affrontano i 2 km di sponde pianeggianti correndo lentamente, un po’ perché i muscoli sono ancora freddi, un po’ perché la gara è lunga e, soprattutto, perché sono a bocca aperta. L’acqua ha incredibili colori che vanno dal turchese al verde smeraldo, sempre cangianti e volubili, come l’amore. Sulle sue rive pullulano sorgenti di acqua calda (caldarelle), ed i turisti ne approfittano per sfruttarne le proprietà terapeutiche e sperare in una eterna giovinezza. Qui, con 300 giorni di sole l’anno, la natura è meravigliosa, ed oggi lo è ancor di più avendo l’altro ieri piovuto.
E’ tempo di sbloccarsi dall’estasi, e cominciare a fare sul serio, adesso che il lago è alle spalle. C’è da inerpicarsi sulle colline che delimitano lo sprofondamento calderico. Roberto Bellanca, il cavallo, è l’unico che riesce a correre sulla dura salita, e se ne va, scomparendo nella fitta boscaglia. Comincia la sua corsa solitaria che lo porterà al traguardo (3.26.53) con oltre mezz’ora di vantaggio su Antonio Sgammeglia (3.59.50). Per gli altri, comuni mortali, cominciano le pene; in otto chilometri devono raggiungere quota 600m, una delle 24 ‘cuddie’, cioè alture, avanzi di antichi crateri che sorgono nei fianchi di Montagna Grande. Vi giungono trafelati e madidi di sudore. Quasi tutti si fermano, prendono fiato e si voltano indietro  a rivedere lo Specchio di Venere ed il mare che s’infrange sugli scogli. Poi si lanciano nelle discesa cosparsa di nere pietre laviche. I più esperti, baricentro in avanti, agili e scattanti come caprioli, volano sui sassi che sfiorano appena con l’avampiede; gli altri, baricentro in dietro e quasi seduti sul sedere, titubanti, capo chino, guardano il terreno, ed insistono per secoli con tutta la pianta del piede sui sassi, scaricandovi tutto il peso del corpo.
Agli occhi dei concorrenti, la natura vulcanica dell’isola appare evidente in tutte le sue manifestazioni. Basta smuovere il terreno, e fuoriesce fumo di vapor acqueo. A Sibà, 10° km, nel costone della montagna c’è una grotta naturale in cui, da una spaccatura profonda, ad intermittenza arriva vapor acqueo intorno ai 50°. I locali non usano fare saune artificiali, e vengono qui a farne di naturali. La tentazione di approfittare è forte, ma i chilometri da percorrere sono ancora molti. Del resto, i più previgenti hanno già fatto l’esperienza. Si preferisce, quindi, dedicare un po’ di tempo a contemplare, dall’alto, la fertile depressione della contrada Monastero con la sua fitta rete di muretti a secco e di terrazzamenti. I panteschi – così si chiamano gli abitanti di Pantelleria -, hanno raccolto ad una ad una le pietre laviche che erano dappertutto, e le hanno ordinate in muretti per separare le proprietà. Nel terreno divenuto fertile, hanno piantato l’uva Zibibbo, da cui ricavano il Passito di Pantelleria, nettare degli dei; coltivano i migliori capperi del mondo, ulivi nani ed agrumi. Gli Arabi la chiamarono Bent-el-riah, isola figlia del vento, che soffia 337 giorni l’anno, ed i muretti hanno una funzione di protezione delle coltivazioni. I sassi, però,  non finivamo mai, motivo per cui li hanno impiegati per costruirsi le  tipiche case, i dammusi: inconfondibili abitazioni basse, di forma cubica , con tetto a cupola.
Si continua a correre fra sentieri circondati da una folta macchia mediterranea, incontaminata. E’ autunno, ma pare essere primavera, tali e tanti sono i profumi dei fiori. Riesco a riconoscerne una piccola parte: l’erica, l’euforbia, la verbena, l’origano, lo stramonio, il vilucchio la malva, il trifoglio.
Il paesaggio cambia completamente quando  si attacca il fianco della Montagna Grande, vero signore dell’isola. La foresta è talmente fitta di pini d’Aleppo e lecci che per la prima volta non s’intravede il mare. Si lamenta il tappeto di ghiande schiacciate delle suole dei concorrenti. Si distingue chiaramente la fertilissima depressione vulcanica della Serra Ghirlanda, che sembra un anfiteatro con terreni geometricamente suddivisi da muretti.
Non si raggiungono gli 836 m di Montagna Grande. Il tracciato prevede la deviazione per il Monte Gibelè, la più alta ‘cuddia’ emergente dal suo costone. Cattiva scelta! Per arrampicarsi fino ai suoi 730 m, bisogna dar fondo a tutte le energie. Si devono infiggere le punte delle scarpe nel terreno, aggrapparsi ai cespugli ed usarli come corde per avanzare. Quando si giunge in cima, sono stati percorsi 25 km. Ora, è tutta  discesa fino al traguardo, e lo sguardo dei concorrenti può posarsi sulla costa orientale dell’isola. Ecco l’Arco dell’Elefante con la proboscide che pesca nel mare, e più in là il Faraglione. A seguire, il porticciolo di Gadir, dove ieri mi sono immerso nelle acque termali contenute in vasche scavate nella roccia. Poi, il promontorio di Punta Spadillo con il suo faro, ed il Museo Vulcanologico, nelle cui sale sono stati distribuiti i pettorali, proiettato il filmato dell’ecotrail ed assaggiate le specialità pantesche. Le calette continuano a frastagliare la costa, dando luogo ai Cinque Denti, fantastiche rocce che l’azione erosiva del mare ha trasformato in merletti. Infine, il romantico Laghetto delle Ondine, che una sottile colata lavica separa dal mare.
La gara sta volgendo al termine, quando la mia attenzione viene attirata da una chiesetta bizantina, che qui chiamano ‘ecclesia’; e dicono ‘domus’ per indicare la casa. Proprio come in latino, conservatosi per fenomeno ‘d’isolamento’ dell’isola.
La fatica finisce sulle rive dello Specchio di Venere. Nessuno resiste al piacere di buttarsi nelle sue acque. Si girano e rigirano voluttuosamente nelle calde sorgenti termali, fantasticando di farsi accarezzare dalla dea. Miracolosamente, benessere e vigore invadono il corpo e l’anima. Un sorso di passito, e si è pronti per un’altra maratona.

Autore: Michele Rizzitelli

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