Maratone e altro slide — 07 novembre 2013

danilo-goffiCF: Prima di tutto, complimenti per la tua maratona di New York: sei soddisfatto del risultato? DG: Grazie. Dovrei rispondere che sì, sono soddisfatto, ma … ad essere sincero, lo sono solo parzialmente: il mio obiettivo era vincere nella categoria MM40 e son contento di esserci riuscito – Danilo ha primeggiato in tutti gli age group, ndr. Mi è rimasto un po’ di amaro in bocca per il crono finale: contavo di chiudere intorno alle 2h18, ma non ci sono riuscito. Ma, forse, non esser mai pienamente contenti è una caratteristica di atleti ed ex sportivi di alto livello: a NY sono stato il primo MM40 sul traguardo, secondo italiano assoluto, quarto europeo assoluto e 21.o nella classifica generale; effettivamente, forse non mi sono ancora reso conto di cosa ho fatto!

CF: Sei un maratoneta esperto, capace di riconoscere e ammettere gli errori: cosa ti ha impedito di far fermare il cronometro sul tempo desiderato? DG: Premessa doverosa: con i se e con i ma, non si va da nessuna parte. Direi che le condizioni climatiche del giorno della gara non erano dalla parte di noi atleti: sabato abbiamo trovato una tiepida giornata di sole, forse fin troppo calda per correre; e siamo rimasti tutti basiti quando, durante la riunione tecnica, ci è stato detto che il giorno seguente saremmo partiti con circa 5/7 gradi e un forte vento contrario. Da non credere, ma è stato proprio così, tanto è vero che quasi tutti, top e meno top, siamo arrivati al traguardo con tempi di 4/5 minuti superiori a quanto avevamo nelle gambe. Personalmente, ho dato il massimo, cercando di seguire al meglio i consigli del mio preparatore. Forse mi mancava qualche km nelle gambe: vorrà dire che aggiusterò il tiro e rivedrò la mia tabella di marcia casa-lavoro-allenamento per migliorare da questo punto di vista.

CF: Prima di affrontare il tema maratona, soffermiamoci un po’ sul pre gara: che accoglienza ti hanno riservato gli organizzatori? DG: È quasi sembrato strano anche a me, ma mi hanno accolto come se fossi ancora un top atleta nel pieno della mia carriera di professionista. Mi hanno coccolato e messo a mio agio fin dall’arrivo a New York non facendomi mai mancare nulla. Puntavano molto sulla sfida Goffi-Martinez come se fossimo ancora due top runner; e credo che, nel nostro piccolo, siamo riusciti a dar vita ad una gara nella gara.

CF: Parliamo proprio di lui, Chema Martinez, l’altro pretendente al titolo MM40: che effetto ti ha fatto incontrarlo di nuovo sul tuo percorso? DG: Sotto il profilo umano, son stato contento: reputo tali i miei avversari esclusivamente da un punto di vista sportivo, ma mi fa piacere incontrarli e scambiare due parole con loro, soprattutto con atleti tipo Chema, coi quali sono cresciuto e mi sono confrontato più volte in gara. Agonisticamente parlando, non nascondo che questa volta ero teso per trovarmelo nuovamente contro: a Budapest nel 1998 l’ho spuntata io, ma un paio di anni fa ad Amburgo è stato lui ad avere la meglio, anche se solo di una manciata di secondi.

CF: Hai quindi fatto la gara su di lui perché temevi potesse bruciarti ancora nel finale come in Germania? DG: Non avevo proprio intenzione di farmi battere di nuovo da lui! Prima della riunione tecnica del sabato, Chema si è fermato a parlare con me e Daniele (Meucci, ndr), dicendoci di aver preparato New York come un atleta professionista: era pronto a correre forte perché proprio quella nella Grande Mela sarebbe stata la sua ultima maratona veloce sulla quale voleva il risultato. Ci ha raccontato di aver corso mediamente 190 km a settimana per riuscire nell’intento, e di avere nelle gambe 1h05′/1h06′ alla mezza. Sulla base di queste sue dichiarazioni non l’ho perso di vista un attimo durante la corsa: mi è scappato via intorno al 12.o km, ma son riuscito a riprenderlo facilmente, tanto che alla mezza avevo già 10/12 secondi di vantaggio su di lui; e alla fine ho tagliato il traguardo cinque minuti prima rispetto alla sua prestazione finale. Chema, amico mio, ti voglio un gran bene, ma questa volta non mi avresti proprio fregato!

CF: Oltre a Chema, ci sono stati altri momenti in cui hai sentito la tensione della gara? DG: Non ero io a dover vincere la maratona in termini assoluti, ma per me era la gara del rientro e dell’inizio della mia nuova vita sportiva; quindi … sì, mi son venute le gambe molli il sabato pre maratona quando sono arrivato nel quartier generale della NYRR per le verifiche tecniche: lì ho respirato l’aria della competizione e ho incontrato gli atleti elite; ed è emersa la tensione. Io, a 40 anni suonati, nuovamente in pista, insomma, non è da tutti! Da questo punto di vista, la scelta di stare in un hotel centrale, ma senza i protagonisti della gara, si è rivelata mentalmente vincente e mi ha regalato la tranquillità necessaria per affrontare la maratona.

CF: Ti abbiamo visto partire molto forte, come mai questa tattica di corsa? DG: È stata una scelta dettata fondamentalmente dalle condizioni meteo. Sapevo che keniani ed etiopi avrebbero corso forte per battere il record, e temevo di rimanere da solo – situazione spiacevole, soprattutto con freddo e vento contro; inoltre, non volevo farmi seminare da Martinez.

CF: Cosa è successo poi in gara? DG: Sapevo di non riuscire a reggere il ritmo dei primi per tutti i 42 km, sono stato un professionista e so cosa significa correre ad alto livello una maratona, oltre a conoscere gli oggettivi limiti fisiologici del mio fisico. Son riuscito a restare con loro fino al quinto miglio per entrare poi nel gruppo degli inseguitori fino al 20km. Da qui è iniziata la mia corsa in solitaria che ho pagato nel finale, quando il ritmo di 5′/5’05″ al miglio è aumentato. La First Avenue da solo, in salita, con il vento contro e il freddo è stata il mio incubo; ma non potevo crollare: la folla lungo la strada urlava il mio nome leggendolo su pettorale, era un “GO GOFFI, GO” unico; pensavo ai sacrifici fatti per arrivare fin lì; vedevo mia moglie e mio figlio a casa sul divano davanti alla tv; avevo nelle orecchie le parole di incitamento della mia squadra; rileggevo nella mia testa i messaggi di chi ha creduto in me sui vari social e sentivo le parole di sostegno di chi mi è stato vicino. Eppoi c’era la sfida con Martinez, il titolo Master, il mio rientro. Insomma, non volevo e non potevo proprio mollare!

CF: Sui tempi e i modi della preparazione di NewYork abbiamo giá letto tanto – a maggio la tua decisione di rientrare in scena, dall’inizio di agosto l’allenamento specifico per la maratona con tappa a Livigno, e poi la doppia seduta di allenamenti un paio di volte a settimana nell’ultimo mese: ma cosa hai provato dopo il traguardo? DG: Sarò banale, ma ho provato un’emozione unica. Tremavo per il freddo, per la fatica e per la soddisfazione di aver portato a termina una maratona – anzi, LA maratona per eccellenza, a due anni di distanza dalla mia ultima uscita sui 42km. Certo, non sono più il Goffi dell’esordio vincente a Venezia (titolo italiano di specialità e ultimo azzurro a vincere in laguna nel 1995 in 2h09’26″); i bei tempi del mio personale ormai sono andati (1998, Rotterdam, 2h08’33″); ma sono riuscito nel mio intento.

CF: E adesso, guardiamo al futuro, e … DG: … e rimettiamoci a lavorare per tagliare brillantemente altri traguardi. La maratona è stata, è e sarà sempre la mia distanza preferita. Prima di decidere quale saranno i prossimi 42km da correre, preferisco concentrarmi su un futuro molto più prossimo: in settimana si festeggia il compleanno di mia moglie, non vedo l’ora di guardare il suo volto quando le consegnerò il regalo comperato a New York!

Chiara Franzetti Ufficio Stampa – Danilo Goffi

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